venerdì 30 ottobre 2009
Avviata un'inchiesta per omicidio preterintenzionale in relazione alla morte di Stefano Cucchi, l'uomo di 31 anni morto dopo un fermo di polizia e la detenzione in carcere. Il caso scuote anche il mondo politico. All'Attacco il Sindacato Autonomo di Polizia Penitenziaria e la Camera penale di Roma «Fatto inammissibile». La Russa: «Militari corretti».
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La Procura di Roma indaga, contro ignoti, per omicidio preterintenzionale sulla morte di Stefano Cucchi, il 31enne fermato da una pattuglia dei carabinieri nel parco Appio Claudio la notte del 16 ottobre, mentre spacciava droga, trovato in possesso di piccoli quantitativi di ecstasy, cocaina e marijuana e morto in circostanze oscure sei giorni dopo. Una vicenda fitta di misteri, sulla quale però si consolida la convinzione degli inquirenti che forti maltrattamenti vi siano stati davvero, anche se le conseguenze possono essere state aggravate – fino a comportare la morte del giovane – per via del fisico minuto e gracile del ragazzo e delle gravi patologie di cui soffriva. Era malato di epilessia e l’aveva anche dichiarato, all’atto dell’arresto. Di qui l’ipotesi su cui lavora il pm Vincenzo Barba, di omicidio preterintenzionale.In realtà già le immagini dettagliatamente drammatiche del cadavere, che la famiglia aveva deciso di rendere pubbliche, lasciavano pochi dubbi, ma anche dai primi risultati autoptici emergerebbe una chiara conferma che di percosse si sia trattato e non di cadute accidentali o di atti autolesionistici, uniche ipotesi alternative che non reggono all’orribile evidenza dei fatti: un occhio gravemente tumefatto e una mandibola fratturata i segni più inequivocabili. Ma è la decisione del magistrato di procedere contro ignoti a indicare quanti lati oscuri abbia la vicenda. La decisione è stata assunta, infatti, dopo aver sentito come testimoni – nei giorni scorsi – i carabinieri della stazione in cui Cucchi passò, in una cella di sicurezza, la prima notte, quella tra il 15 ed il 16 ottobre scorsi. Ma anche gli agenti di polizia penitenziaria del carcere di Regina Coeli nel quale il giovane fu trasferito una volta convalidato l’arresto dal giudice Maria Inzitari. Nonché un medico che dopo l’udienza lo visitò nelle celle di sicurezza del tribunale e i medici dell’ospedale Sandro Pertini che lo ebbero in cura dopo che in carcere si sentì male. Sono in molti, insomma, ad aver trattato con il giovane nella settimana che intercorre dal fermo al decesso e finché i magistrati non faranno luce sulle anomalie individuando le presunte responsabilità – ivi comprese quelle, eventuali, di sanitari che dovevano valutare la compatibilità con la detenzione in carcere per un giovane così gracile e malato – si rischia un preoccupante scaricabarile istituzionale.È una dichiarazione del ministro Ignazio la Russa a dare la stura alle polemiche, quando garantisce della sua «assoluta certezza del comportamento assolutamente corretto da parte dei carabinieri in questa occasione». Parole che è impossibile non leggere in controluce con quelle del ministro della Giustizia Angelino Alfano di piena fiducia nel corpo della Polizia penitenziaria, ma senza entrare nel caso specifico, che resta intricato più che mai.Sono i sindacati però a difendere con forza l’operato degli agenti di custodia. Per il Sappe, la sigla più rappresentativa, «La Russa ha perso una buona occasione per tacere. Sulla base di che cosa dice che l’operato dei carabinieri è stato corretto? E chi sarebbe stato scorretto, allora?». Il Sappe difende l’operato degli agenti «in servizio nei penitenziari italiani e anche quelli che operano nella struttura detentiva dell’ospedale Pertini». Mentre il segretario generale dell’Osapp, Leo Beneduci, asserendo di aver sentito non meglio specificate «fonti attendibili» si spinge a garantire che «Stefano Cucchi sarebbe arrivato a Regina Coeli già in quelle condizioni, accompagnato da un certificato medico che ne autorizzava la detenzione».L’Arma dei Carabinieri, anche d’intesa con la magistratura inquirente sceglieva invece la linea del più stretto riserbo. Solo a tarda sera una scarna dichiarazione del comandante generale provinciale. «In questa triste vicenda non  abbiamo nulla da nascondere», assicura il generale Vittorio Tomasone. Parla di «morte di un giovane che ha lasciato sgomenti anche noi». E aggiunge secco: «Una cosa è certa, i carabinieri non hanno nulla a che fare con la morte di Stefano Cucchi e con le ecchimosi riscontrate sul suo corpo». Tomasone ricostruisce anche l’incontro del giovane con il padre, prima della convalida dell’arresto, ne descrive l’abbraccio. «Stefano Cucchi è stato visitato dai medici del 118 chiamati dai carabinieri. Il giovane era provato e in un forte stato di debilitazione e tremava. Tremava ed aveva freddo. Ma ai medici del 118 disse di non volersi ricoverare». Questa la versione dei carabinieri. Ma cinque giorni dopo questo giovane morirà e sui magistrati grava ora l’onere di accertare come, in una camera di ospedale. Dove non potranno a visitarlo nemmeno i familiari. Ed è un’altra ombra grave su cui pretendono ora sia fatta chiarezza.
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