martedì 6 luglio 2021
Il virus mutato ha una "carica" elettrica positiva: questo facilita il legame con il recettore dell'uomo
Un laboratorio del Campus Biomedico di Roma

Un laboratorio del Campus Biomedico di Roma - Lapresse

COMMENTA E CONDIVIDI

La maggior contagiosità della variante Delta si spiega con l’elettricità. Ne sono convinti i ricercatori dell’Università Campus biomedico di Roma che hanno focalizzato questa caratteristica nella mutazione che ha portato al lignaggio B.1.617+, noto anche come G/452R.V3 e ancor più noto come variante indiana. Lo studio sarà pubblicato nei prossimi giorni sul Journal of Medical Virology.

Al momento, Delta è la mutazione che fa più paura, perché potrebbe inibire i vaccini e farci ripiombare nell’incubo che ha già provocato oltre 163 milioni di infezioni e 3,5 milioni di morti (dato Oms del 17 maggio 2021). Rientra tra le “varianti di preoccupazione” (Voc): gli scienziati individuano con questo termine i virus caratterizzati dalla mutazione in quella parte della spike che consente di legarla al recettore umano e dare inizio all’infezione. Come sappiamo, il virus si replica con rapidità estrema e la replicazione provoca delle mutazioni.

Nella variante del Regno Unito, la sostituzione di asparagina con tirosina e la caduta due aminoacidi hanno portato a un incremento della contagiosità, il che ha reso la variante inglese dominante a livello globale. Altre Voc sono state isolate in Sud Africa e in Brasile e in questo momento sono studiate per la loro resistenza ai vaccini. Attualmente, però, tutti i i quattro prodotti utilizzati nella campagna vaccinale italiana si mostrano in grado di fronteggiare egregiamente questa nuova minaccia ed anzi l’epidemiologo Massimo Ciccozzi, uno degli autori dello studio, sottolinea che «le strategie vaccinali promosse nel Lazio daranno ottimi risultati in termini di copertura della popolazione nei confronti del coronavirus». È altresì vero che la variante indiana evidenzia delle mutazioni anche in siti «critici per il legame con Ace2», come documentano i ricercatori, e che tali mutazioni «potrebbero conferire un aumento della trasmissione e dell’immuno-evasione»; tuttavia, «l’abbassamento dell’efficacia è ancora minimo» sottolinea Ciccozzi.

Analizzando i cambiamenti biochimici e biofisici, il pool legato a Unicampus ha individuato delle “piccole differenze” nella conformazione del Receptor Binding Motif, che interagisce con il recettore ACE2, quello che permette l’ingresso nella cellula. Lo studio ha evidenziato un «effetto destabilizzante» e un aumento della flessibilità della proteina virale. Pare che questo avvenga perché il virus mutato presenta tre aminoacidi caricati positivamente mentre la norma è che due siano positivi e uno negativo: questa diversa conformazione facilita il legame con il recettore che invece è caricato negativamente.

La variante Delta presenta 13 cambiamenti di aminoacidi, tre nella sua proteina spike, che presentano questa «marcata alterazione del potenziale elettrostatico di superficie del Receptor Binding Domain della proteina spike». Si parla di «sostituzioni multiple di aminoacidi neutri o a carica negativa con aminoacidi a carica positiva» e gli scienziati ipotizzano «che questo cambiamento possa favorire l’interazione tra la variante Delta e l’ACE2 caricato negativamente conferendo così un potenziale aumento della trasmissione del virus». Non solo. Il cambiamento del potenziale elettrostatico positivo di superficie potrebbe «modificare alla fine l’infettività, la patogenicità e la diffusione del virus», cioè anche la aggressività del coronavirus sull’organismo umano. Ma su questo punto il giudizio scientifico è ancora sfumato.

© Riproduzione riservata
COMMENTA E CONDIVIDI