lunedì 28 settembre 2009
Per l'anfiteatro più famoso del mondo urgono fondi, restauri e ovviamente sponsor.
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«Il Colosseo si sta sbriciolando». È il grido d’allarme lanciato dal sindaco di Roma e dagli archeologi della Soprintendenza. A vederlo dall’esterno non si direbbe. La sua mole impressionante e le mura massicce, che svettano per quattro altissimi piani, non danno l’impressione che sia gravemente malato. I finti gladiatori sono sempre lì, i venditori di souvenir in plastica anche, le cartoline con la vista dell’anfiteatro vanno a ruba. I click delle macchine fotografiche e dei cellulari sono continui: il monumento simbolo di Roma e di tutta l’antichità è il più visitato d’Italia. Solo quando si entra – dopo aver fatto una lunga fila e pagato il biglietto – ci si rende conto delle suo preoccupante stato di salute. L’arena sembra una massa confusa di murature, certi tratti sono ridotti a un mucchio di pietre, il degrado è evidente. I quattro milioni di turisti l’anno e gli agenti atmosferici hanno messo a dura prova la tempra millenaria dell’anfiteatro più grande dell’Impero romano. Molte zone del Colosseo sono inaccessibili perché pericolanti, i puntelli e gli interventi di emergenza non bastano più. Un restauro radicale sembra ormai l’unica soluzione. Sì, ma i dieci milioni di euro che servono per metterlo in sicurezza e restaurarlo chi ce li ha? È questo il problema. Si invoca la generosità di sponsor privati. I giapponesi sembrano i candidati ideali. Adorano l’Italia e negli anni Ottanta donarono tre milioni di dollari per far restaurare la Cappella Sistina. Un precedente che lascia ben sperare sulla loro disponibilità a offrire finanziamenti anche questa volta. I contatti avuti tra il Comune di Roma e alcuni giornali e televisioni nipponici spingono all’ottimismo. L’accordo è nell’aria. Anche perché in cambio chiederebbero null’altro che l’esclusiva nella diffusione delle immagini dei lavori di restauro. La via degli sponsor stranieri è ormai quella più battuta da diversi anni dal ministero dei Beni culturali, visto che imprese e mecenati italiani non si fanno avanti.Teatro, lo spettacolo dei perditempo. Non fu facile costruire a Roma edifici da spettacolo in muratura, come i teatri e gli anfiteatri. I romani si consideravano uomini d’azione, dediti alla guerra e alla conquista. Pensavano che fosse disdicevole passare il proprio tempo libero in attività di svago come gli spettacoli teatrali. Per questo, a Roma non ci fu un teatro stabile fino all’anno 55 avanti Cristo: era a malapena tollerata la presenza di strutture sceniche in legno, quando altre città d’Italia da decenni possedevano architetture in pietra per le rappresentazioni. Le strutture in legno avevano sicuramente il vantaggio di essere facilmente smontabili, ma era anche altissimo il rischio che crollassero sotto il peso di tanti spettatori. Nella città di Fidene, dove ciò accadde, morirono sotto le macerie in 20.000 e ci furono 30.000 feriti. Le stesse ragioni ritardarono la costruzione a Roma degli anfiteatri, nonostante fossero edifici destinati ad accogliere combattimenti di gladiatori, cacce di animali e lotte tra fiere, e mai opere teatrali.Sul lago di Nerone. La fama del Colosseo nel mondo antico non era certo inferiore a quella di oggi. I romani però non lo chiamavano Colosseo: questo fu il nomignolo affibbiatogli nel medioevo per via della presenza nei paraggi di una statua colossale del dio Sole. Per i romani era semplicemente l’«Anfiteatro» o «Teatro della Caccia». Nonostante le sue notevoli dimensioni, fu costruito in pochissimi anni, occupando lo spazio del lago artificiale voluto da Nerone per la sua immensa dimora, la Domus Aurea. Fu l’imperatore Vespasiano a promuoverne la costruzione e suo figlio Tito a inaugurarlo nell’80 dopo Cristo. Finalmente, con un paio di secoli di ritardo rispetto a Capua o Pompei, Roma aveva il suo anfiteatro.Spettacoli tinti di rosso. Nell’antica Roma gli spettacoli dell’arena rappresentavano il massimo dello svago e del divertimento. A esibirsi non erano atleti e sportivi, ma avanzi di galera, prigionieri di guerra, schiavi, gente allo sbando. Nulla di paragonabile a una partita di calcio o a una corsa di formula uno. Lo spettacolo consisteva nel mettere in atto carneficine e atrocità. Che fossero combattimenti tra gladiatori, cacce di animali o esecuzioni di condannati, l’importante era far scorrere sangue, spesso per giorni e giorni. Gli storici Svetonio e Dione Cassio raccontano che l’inaugurazione del Colosseo, a opera dell’imperatore Tito, costò la vita a 5 mila animali feroci (leoni, tigri, elefanti, leopardi, rinoceronti, cammelli, ippopotami e zebre) e 4 mila domestici I magistrati prima e gli imperatori poi, offrivano questi spettacoli al popolo per ingraziarselo. Storici e psicologi ancora si affannano a spiegare come mai i romani traessero tanto piacere nell’assistere a questi massacri, preferendoli di gran lunga agli spettacoli teatrali. A un certo punto gli spettatori abbandonarono il teatro per riversarsi in massa nell’arena. Accadde anche all’intellettuale Cicerone, che stufo del noioso teatro, andò nell’anfiteatro e per cinque giorni ad assistere alle cacce di animali. Salvo poi criticarle.Via i gladiatori, largo ai palazzi. «Salve, o Cesare. Quelli che stanno per morire ti salutano». Iniziava con questo saluto rituale la discesa nell’arena dei gladiatori antagonisti, pronti al combattimento con ogni sorta di armi. Al vincitore spettavano fama, doni e un congedo onorevole a fine carriera. La sorte del gladiatore sconfitto o ferito dipendeva dal pubblico. Se un combattente manifestava segni di resa, per esempio alzando il dito mignolo, la folla sbraitava manifestando la preferenza verso l’uccisione (tenendo il pollice verso il basso) o la grazia (pollice verso l’alto). L’ultima parola ce l’aveva però l’organizzatore dello spettacolo, che poteva decidere se risparmiare o no la vita del gladiatore perdente. Si deve alla diffusione del cristianesimo la fine degli spettacoli di sangue negli anfiteatri. Al Colosseo si conclusero nel corso del VI secolo, anche se il ricordo e l’ammirazione per la figura del gladiatore e dei giochi sanguinari rimase a lungo impressa nella mente dei romani. Nel medioevo il Colosseo venne utilizzato e sfruttato in tanti modi. Il pian terreno diventò la casa di povera gente, mentre i piani superiori vennero adattati a castello. Nel rinascimento furono moltissimi i palazzi nobiliari romani a essere costruiti grazie all’utilizzo dei blocchi di pietra provenienti dal Colosseo, divenuto appunto una cava di pietra e marmo. Nel 1749 papa Benedetto XIV consacrò il Colosseo alla Passione di Gesù Cristo, dopo aver fatto costruire intorno all’arena le quattordici edicole della Via Crucis. Contrariamente a quanti molti pensano non ci sono prove che il Colosseo sia stato il teatro della persecuzione dei primi cristiani.
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