sabato 16 marzo 2024
Oggi l'incontro con papa Francesco della famiglia del grande polo pediatrico romano. Un secolo fa il dono al Pontefice di una struttuta sanitaria pionieristica
Competenza e attenzione all'uomo fanno del Bambino Gesù un ospedale d'eccellenza

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Simona è molto emozionata, oggi canterà davanti a più di tremila persone sul palco dell’Aula Paolo VI, e ancora non le sembra vero. «Se non fosse stato per l’Ospedale Bambino Gesù – racconta la ragazza romana, vent’anni tra pochi giorni – non avrei mai avuto fiducia nel mio talento». L’Ospedale, per lei che a 14 anni ha subìto un autotrapianto di midollo osseo, è «una seconda casa». «Mi ha vista crescere – spiega –, qui ho iniziato a coltivare la passione per la musica e la scrittura. I medici mi hanno sempre spinta a credere che avrei superato tutto, anche quando avrei voluto mollare».

Ad accompagnare Simona oggi davanti al Papa per l’udienza che celebra i 100 anni dalla donazione dell’Ospedale al Papa (allora Pio XI) ci sarà Adriano Mastrolorenzo, giovane musicista che, tra le corsie dell’Ospedale, l’aiuta a credere nel suo sogno di cantare. Adriano ha 32 anni e da quasi 13, prima come volontario e ora con l’associazione “Cuori in corsia”, aiuta i piccoli pazienti dell’Ospedale con la musicoterapia. «Il progetto è nato quattro anni fa – spiega – in ricordo di una piccola paziente che non c’è più». Anche Adriano è un ex paziente, entrato a otto anni. Proprio in Ospedale, grazie al suo insegnante di musica, ha scoperto la sua vocazione. «Questo posto per me è un dono, perché mi sono sempre sentito a casa. Ora lavoro qui come musicoterapeuta per ridare indietro un po’ di quello che ho ricevuto». Proprio sulla forza della musica, nel processo di cura dei pazienti, il Bambino Gesù sta investendo molto. «Credo di essere stato uno dei primi con un contratto in Ospedale per fare musicoterapia. Oggi siamo 4 musicoterapeuti e 3 musicisti. Lavoriamo in team con i medici. Insieme si scopre che, quando non si può più guarire, si può ancora curare».

Tra coloro che incontreranno oggi Francesco ci sono anche Maria Pontillo, psicoterapeuta dell’Unità operativa di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza, ed Emanuela Tiozzo, infermiera. «Al Bambino Gesù sentiamo la responsabilità di poter fare la differenza nelle giovanissime vite dei pazienti», racconta Pontillo. Uno dei punti di forza dell’Ospedale, secondo la psicoterapeuta, è la capacità di lavorare in équipe, di creare attorno al paziente una rete che lo supporta con la sua famiglia per ogni necessità, agendo anche sul benessere psicologico. «Le famiglie, quando arrivano scosse per una diagnosi, si sentono accolte per la tempestività e la cura che sperimentano. I pazienti qui non sono numeri». La dottoressa Pontillo si occupa in particolare di quei ragazzi che abbandonano la vita sociale e vivono chiusi in casa. «Mi viene in mente il volto spaventato dei pazienti che arrivano per iniziare il loro percorso di psicoterapia, e poi il sorriso quando escono e riprendono in mano la loro vita».

L’Ospedale è anche una comunità internazionale. In questi giorni stanno arrivando piccoli pazienti in fuga da Gaza. «Ci prendiamo cura dei bambini e delle famiglie che fuggono dai conflitti – sottolinea la psicoterapeuta –. Li aiutiamo a elaborare il trauma con percorsi che consentono la valutazione delle condizioni fisiche e psicologiche. Un’accoglienza speciale e multidisciplinare».

Secondo Tiozzo, responsabile dello Sviluppo professionale infermieristico e delle professioni sanitarie, la formazione e la ricerca per l’Ospedale, «il lavoro qui è un dono, è la missione di lavorare ogni giorno per migliorare la salute dei bambini». Uno stile – quello del dono – che medici, infermieri e personale sanitario conoscono bene. «Nella formazione del personale lo stile è il servizio. Dobbiamo servire con competenza e umiltà, anche quando sappiamo che per un bimbo non c’è più niente da fare. Siamo formati per farci carico del dolore del paziente e della sua famiglia, come nel caso delle cure palliative». L’infermiere che lavora qui, continua Tiozzo, «deve avere la speranza come punto di riferimento costante, da cristiani sappiamo che la morte non ha l’ultima parola». Questa speranza è percepita anche dalle famiglie dei pazienti, insieme alla professionalità. «Noi qui ci facciamo carico non solo delle necessità del bimbo ma di tutto il suo nucleo familiare. Cerchiamo di dare loro risposte, anche nei bisogni più piccoli: come un pasto in più, o una poltrona per dormire».

Il Bambino Gesù è anche uno dei maggiori poli di ricerca a livello internazionale. «La nostra missione – spiega Andrea Del Fattore, ricercatore, responsabile dell’Unità di ricerca di Fisiopatologia del tessuto osseo – è identificare nuovi approcci terapeutici per patologie incurabili, dando speranza ai genitori che vedono soffrire i propri figli». Al Bambino Gesù «tutti lavorano per una missione unica: la cura del bambino, a ogni costo, e questo ripaga tutti i sacrifici per arrivare fin qui». Spesso la ricerca non fa rumore, ma ci sono momenti, come racconta Del Fattore, in cui un lavoro diventa qualcosa di più. «Non dimenticherò mai la speranza negli occhi dei genitori di alcuni pazienti che seguivamo, affetti da una patologia ossea estremamente rara, mentre gli spiegavamo di aver scoperto alcuni meccanismi alla base delle cause della malattia dei loro figli».

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