venerdì 12 ottobre 2018
Si tratta di un militare e del comandante della caserma di Tor Sapienza, dove Stefano fu trattenuto prima di morire. Polemiche con Salvini, la famiglia invitata al Viminale: «Prima si scusi»
Ilaria Cucchi a Porta a porta (Ansa)

Ilaria Cucchi a Porta a porta (Ansa)

Ora che il muro del silenzio si sta sta lentamente sgretolando, l’inchiesta si allarga. Dopo le parole di Francesco Tedesco, uno degli uomini in divisa imputati nel processo bis per la morte di Stefano Cucchi, il geometra trentunenne arrestato per droga nel 2009 e morto dopo dieci giorni per le percosse ricevute durante la detenzione, ora ci sono altri due carabinieri che finiscono sotto la lente della procura nell’ambito degli atti falsificati sulla morte del giovane.

Nel registro degli indagati infatti sono stati iscritti Francesco Di Sano, carabiniere della stazione di Tor Sapienza, e il luogotenente Massimiliano Colombo, comandante della stessa caserma dove Stefano fu trattenuto dopo l’arresto. Colombo dovrà rispondere alle domande dei pm la prossima settimana, dopo che il suo ufficio è stato perquisito nei giorni scorsi per trovare traccia di eventuali comunicazioni tra lui e i suoi superiori dell’epoca sul caso Cucchi. E capire quale è stata la catena di comando che ha emesso l’ordine di “insabbiare” il pestaggio del giovane ammesso anche da Tedesco, che ha accusato due commilitoni del gesto.

Le indagini – il nuovo filone d’inchiesta è per falso ideologico e soppressione di documento pubblico – punteranno a capire chi intralciò la verità, cercando di far luce sulla catena di minacce, omissioni e atti falsificati, almeno stando al racconto di Tedesco e di altri militari. Verità che «va cercata con forza», disse già all’inizio del suo incarico nel 2015 il comandante generale dell’Arma Tullio del Sette, definendo «estremamente grave» la vicenda e «inaccettabile per un carabiniere rendersi responsabile di comportamenti violenti», ma chiedendo di «non delegittimare l’Arma».

Gli inquirenti infatti indagano sugli interlocutori del comandante della stazione Appia, il maresciallo Roberto Mandolini, imputato per falso e calunnia. In particolare il destinatario di una telefonata che avvenne alla presenza di Tedesco nella quale il maresciallo Mandolini chiede di modificare le annotazioni redatte dai militari in servizio presso la stazione di Tor Sapienza nella notte del 16 ottobre 2009, quando fu fermato Cucchi. Atti che in effetti furono cambiati togliendo dettagli sulle condizioni di salute del ragazzo, per stessa ammissione di Di Sano che in aula ha parlato di «un ordine gerarchico».

Parallelamente si continua con il processo bis a carico di cinque carabinieri. Tra cui l’appuntato Tedesco, sospeso da alcuni mesi dall’Arma in via precauzionale insieme agli altri quattro colleghi, che dovrà ripetere in aula la sua versione dei fatti – le dichiarazioni sono state fatte finora solo in procura dopo l’apertura di un procedimento a seguito di una sua denuncia a giugno – molto probabilmente tra dicembre e gennaio davanti alla Corte d’Assise di Roma.

Dovrà insomma ribadire le accuse ai colleghi in divisa e coimputati per omicidio preterintenzionale Raffaele D’Alessandro e Alessio Di Bernardo. «Sono rinato, ora non mi interessa se sarò condannato o destituito dall’Arma – le parole che Tedesco affida al suo avvocato Eugenio Pini – Ho fatto il mio dovere».

Ma il caso del geometra romano da tempo ha superato i confini dell’aula giudiziaria per diventare argomento di scontro pubblico. Come quello tra Matteo Salvini e la sorella del giovane, Ilaria Cucchi. Il ministro dell’Interno ha invitato al Viminale la donna e la sua famiglia pur difendendo la rettitudine di tanti carabinieri ogni giorno in servizio. Ma la sorella di Stefano, probabilmente non dimenticando le parole che anni fa l’allora segretario della Lega aveva rivolto proprio a lei, colpevole di aver postato una foto di Tedesco su Facebook, ha sottolineato che andrà al ministero solo quando Salvini chiederà scusa.

E anche il ministro della Difesa all’epoca del fatti, Ignazio La Russa, replica a chi gli chiede le proprie scuse alla donna con un «assolutamente d’accordo che vanno puniti severamente coloro che risultano colpevoli, specie di episodi così brutti, ma altrettanto convinto che l’Arma dei carabinieri vada sempre difesa».



"Sono rinato". Sono queste le parole che Francesco Tedesco ha detto al suo legali Eugenio Pini, dopo aver rivelato del pestaggio da parte di due suoi commilitoni durante il processo per la morte di Stefano Cucchi. "Ora non mi interessa nulla se sarò condannato o destituito dall'Arma - aggiunge - Ho fatto il mio dovere; quello che volevo fare fin dall'inizio e che mi è stato impedito". Tedesco è imputato, assieme ai carabinieri Raffaele D'Alessandro e Alessio Di Bernardo di omicidio preterintenzionale.

Dopo le sue rivelazioni, altri due carabinieri sono stati indagati nell'ambito degli accertamenti sui presunti atti falsificati seguiti alla morte di Stefano Cucchi. Si tratta di Francesco Di Sano, carabiniere della stazione di Tor Sapienza, e del luogotenente Massimiliano Colombo, comandante della stessa caserma, una delle stazioni in cui Stefano fu trattenuto. Colombo sarà interrogato la prossima settimana dai pm. Nei giorni scorsi è stato sottoposto ad una perquisizione: l'atto istruttorio puntava ad individuare eventuali comunicazioni tra lui e i suoi superiori dell'epoca sul caso Cucchi.

Oltre al luogotenente, nel procedimento risulta indagato anche Francesco Di Sano, il carabiniere scelto della caserma di Tor Sapienza che ebbe in custodia Cucchi.

Il nuovo filone di indagine è stato avviato dopo l'audizione di Di Sano nel processo a carico di cinque carabinieri per le percosse ricevute da Stefano Cucchi proprio nella caserma. Rispondendo alle domande del pm Giovanni Musarò, il militare dell'arma il 17 aprile scorso ammise di avere modificato l'annotazione di salute di Cucchi. "Mi chiesero di farlo - racconto davanti alla prima corte d'assise - perché la prima era troppo dettagliata. Non ricordo per certo chi è stato; certo il nostro primo rapporto è con il Comandante della Stazione, ma posso dire che si è trattato di un ordine gerarchico".

La vicenda penale dei carabinieri coinvolti nel caso Cucchi si intreccia con una serie di accertamenti condotti dal Comando generale dell'Arma sotto il profilo disciplinare: queste indagini sono ancora in corso.

In particolare, secondo quanto si apprende in ambienti dell'Arma, nel febbraio 2017, dopo la richiesta di rinvio a giudizio per omicidio preterintenzionale e "abuso di autorità contro arrestati", il vice brigadiere Francesco Tedesco e i carabinieri scelti Raffaele D'Alessandro e Alessio Di Bernardo sono stati sospesi precauzionalmente dall'impiego, una decisione discrezionale che è stata adottata tenuto conto della particolare gravità delle accuse.

La stessa misura non è stata adottata invece nei confronti del maresciallo capo Roberto Mandolini e dell'appuntato scelto Vincenzo Nicolardi, imputati di falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici e calunnia aggravata, poiché per quei reati non era possibile procedere con la sospensione.

Nel corso del procedimento penale, il Gup del Tribunale di Roma ha dichiarato prescritto il reato di "abuso di autorità contro arrestati" contestato a Tedesco, D'Alessandro e Di Bernardo, pronunciando sentenza di proscioglimento. Ma con riferimento a questo reato, definito da un punto di vista penale, è stata avviata l'inchiesta disciplinare da parte del Comando generale. In particolare, il 13 aprile 2018 è stata acquisita la sentenza di proscioglimento, il 6 luglio è stata decisa e avviata un'inchiesta formale a carico dei tre militari, con la contestazione degli addebiti avvenuta fra il 9 e il 10 luglio 2018. Il termine per concludere l'inchiesta scade l'8 gennaio 2019.


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