giovedì 11 ottobre 2018
Colpo di scena al nuovo processo per la morte del geometra trentenne. uno dei militari imputati di omicidio preterintenzionale chiama in causa i colleghi. La sorella: «Il muro è stato abbattuto»
Ilaria mostra la foto del fratello Stefano Cucchi

Ilaria mostra la foto del fratello Stefano Cucchi

La crepa che fa sgretolare il muro di omertà. Per la prima volta nel processo bis sulla morte di Stefano Cucchi, uno dei carabinieri imputati parla. E racconta di come il geometra arrestato per droga nel 2009 sia stato schiaffeggiato, spinto a terra e poi preso a calci, anche in faccia. Inutile il tentativo del milite di fermare i colleghi. Poi anni di silenzio dopo le loro minacce e gli inviti del superiore a mentire agli inquirenti.

La svolta arriva a inizio udienza. Il pubblico ministero Giovanni Musarò rivela un’attività integrativa di indagine, finora ignota, sulla base di una denuncia fatta a luglio da uno dei tre militi accusati del pestaggio e imputati per omicidio preterintenzionale. «Il 20 giugno 2018 – dice il pm – Francesco Tedesco (uno degli imputati, ndr) ha presentato una denuncia contro ignoti in cui dice che quando ha saputo della morte di Cucchi ha redatto una notazione di servizio». Così a luglio il pm ha aperto un procedimento nell’ambito del quale Tedesco ha reso tre dichiarazioni. «In sintesi - dice il pm – ha ricostruito i fatti di quella notte e chiamato in causa gli altri imputati: Mandolini, da lui informato; D’Alessandro e Di Bernardo, autori del pestaggio; Nicolardi quando si è recato in Corte d’Assise, già sapeva tutto».

La procura dopo questa denuncia cerca la notazione di servizio scritta dal carabiniere: «È stata sottratta – svela il magistrato – e il comandante di stazione dell’epoca non ha saputo spiegare la mancanza». Assieme a Francesco Tedesco, sotto processo sono Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro, tutti e tre imputati di omicidio preterintenzionale e abuso di autorità, poi il superiore Roberto Mandolini di calunnia e falso, e Vincenzo Nicolardi di calunnia, per avere accusato del pestaggio gli agenti penitenziari, assolti nel primo processo.

Drammatico il racconto del pestaggio. Negli interrogatori di luglio del pm Musarò, Tedesco racconta tutto: «Cucchi e Di Bernardo ricominciarono a discutere e iniziarono a insultarsi, per cui Di Bernardo si voltò e colpì Cucchi con un schiaffo violento in pieno volto. Allora D’Alessandro diede un forte calcio a Cucchi con la punta del piede all’altezza dell’ano». La deposizione prosegue: «Io mi ero alzato e avevo detto: "Basta, finitela, che c. fate, non vi permettete". Ma Di Bernardo proseguì nell’azione spingendo con violenza Cucchi e provocandone una caduta in terra sul bacino, poi sbattè anche la testa». La botta alla testa «fu violenta, ricordo il rumore. Spinsi Di Bernardo ma prima che potessi intervenire D’Alessandro colpì con un calcio in faccia, o in testa, Cucchi sdraiato in terra». Tedesco dichiara di avere «diffidato Di Bernardo e D’Alessandro, dicendo loro di stare lontani da Cucci e telefonai al maresciallo Mandolini e gli raccontai quello che era successo».

Tedesco è un testimone scomodo. La sua notazione di servizio scompare. I due colleghi lo minacciano. Il maresciallo gli dirà di mentire agli inquirenti. «Iniziai ad avere paura – dichiara Tedesco – anche per un’altra ragione. Quando ero in ferie fui contattato da D’Alessandro e Di Bernardo i quali mi dissero che avrei dovuto farmi i c. miei». Non solo: «D’Alessandro, inoltre, mi aveva detto di aver cancellato quanto lui aveva scritto sul registro del fotosegnalamento».

Tedesco racconta anche del maresciallo Mandolini, allora comandante della stazione Appia dove fu portato Cucchi. «Quando dovevo essere sentito dal pm, il maresciallo non mi minacciò esplicitamente, ma aveva un modo di fare che non mi faceva stare sereno. Prima dell’interrogatorio mi disse: "Tu gli devi dire che stava bene e che non è successo niente... capisci a me, poi ci penso io, non ti preoccupare». Tedesco confessa di avere avuto «molta paura per la mia carriera, temevo ritorsioni».

Soddisfazione arriva dall’appuntato scelto dei Carabinieri Riccardo Casamassima, che - riferendo quanto appreso da colleghi - fece riaprire il caso col processo bis. Dapprima riferì ai familiari di Cucchi, poi al magistrato. «Bravo Francesco Tedesco, ti sei ripresa la tua dignità». Per il ministro della Difesa Elisabetta Trenta «chi si è macchiato di questo reato pagherà, ve lo assicuro. Lo voglio io, questo governo, tutta l’Arma che merita rispetto». Il ministro dell’Interno Matteo Salvini invita al Viminale la famiglia di Stefano, che accetta. Salvini due anni fa aveva polemizzato con Ilaria Cucchi per un suo post su Facebook proprio contro Tedesco. Allora solo segretario della Lega, aveva espresso solidarietà alle forze dell’ordine.

Netta la reazione della sorella di Stefano, Ilaria Cucchi: "Non sapevo nulla, quella verità che oggi ho letto nero su bianco è quella che da sempre raccontiamo io, i miei genitori e l'avvocato Anselmo. Oggi quella verità è entrata anche in un'aula di giustizia. È stato un impatto molto drammatico leggere quanto è stato fatto a mio fratello in una descrizione dettagliata. Per i miei genitori è stato lo stesso. Avremmo potuto risparmiarci tante battaglie in questi nove anni".

La cronologia

Stefano Cucchi venne arrestato 15 ottobre del 2009 in via Lemonia, a Roma, a ridosso del parco degli Acquedotti, perché sorpreso con 28 grammi di hashish e qualche grammo di cocaina. Quella notte, i carabinieri lo accompagnarono a casa per perquisire la sua stanza. Non trovando altra droga lo riportarono in caserma e lo rinchiusero in una cella di sicurezza della caserma Appio-Claudio.

La mattina successiva, nell'udienza del processo per direttissima, Stefano aveva difficoltà a camminare e parlare e mostrava evidenti ematomi sul volto che non erano presenti la sera prima. Il giudice, nonostante le condizioni di salute del giovane, convalidò l'arresto, fissando una nuova udienza. Stefano Cucchi venne portato a Regina Coeli, ma le sue condizioni di salute peggiorarono rapidamente e, il 17, venne trasferito all'ospedale Fatebenefratelli per essere visitato.

Chiaro il referto: lesioni ed ecchimosi alle gambe e al viso, frattura della mascella, emorragia alla vescica, lesioni al torace e due fratture alla colonna vertebrale. I medici chiesero il ricovero che Stefano rifiutò insistentemente, tanto da essere rimandato in carcere per poi essere ricoverato di nuovo, presso l'ospedale Sandro Pertini, dove morì il 22 ottobre. Solo a questo punto, dopo vani tentativi, i suoi familiari riuscirono a ottenere l'autorizzazione per vederlo: il corpo pesava meno di 40 chili e presentava evidenti segni di percosse.

Dopo oltre un anno di indagini, nel gennaio 2011, vennero rinviate a giudizio 12 persone: sei medici dell'ospedale Pertini, tre infermieri dello stesso ospedale, e tre guardie carcerarie. Nel giugno del 2013 la terza corte d'assise condannò cinque medici e assolse gli altri imputati. Nel 2014, nel processo d'appello, gli imputati vennero tutti assolti, e nel dicembre del 2015 la Cassazione decise per un nuovo processo d'appello ai cinque medici, che si concluse con una nuova assoluzione per il personale sanitario. Poi ancora un ricorso in Cassazione che annullò l'assoluzione rinviando a un nuovo processo d'appello sul quale però interviene la prescrizione.

Nel frattempo, a fine 2015, nell'ambito dell'inchiesta bis della procura di Roma sul caso, vengono indagati i cinque carabinieri che oggi sono a processo: Alessio Di Bernardo, Raffaele D'Alessandro, Francesco Tedesco, rispondono di omicidio preterintenzionale. Tedesco risponde anche di falso nella compilazione del verbale di arresto di Cucchi e calunnia insieme al maresciallo Roberto Mandolini, all'epoca dei fatti a capo della stazione Appia, dove venne eseguito l'arresto. Vincenzo Nicolardi, anche lui carabiniere, è accusato di calunnia con gli altri due, nei confronti degli agenti di polizia penitenziaria che vennero accusati nel corso della prima inchiesta sul caso.

Nel procedimento in corso davanti alla prima Corte d'Assise, sono parte civile, oltre ai familiari del giovane, il Comune di Roma, Cittadinanzattiva e gli agenti della penitenziaria accusati accusati nella prima inchiesta sulla morte del giovane.

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