martedì 14 maggio 2019
Schavi romeni pagati 3 euro l'ora per lavorare nei campi a Mazara del Vallo: denunciati 4 "padroni". Nel goriziano arrestato imprenditore dei cantieri navali, accusato anche di minacce ed estorsione
Braccianti e carpentieri sfruttati a Trapani e Monfalcone
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Blitz anti caporalato nelle campagne del Trapanese e nei cantieri navali di Monfalcone. Tra Mazara del Vallo e Marsala, è stata smantellata un'organizzazione criminale che sfruttava braccianti agricoli romeni, pagati tre euro l'ora, per giornate di lavoro che duravano dodici ore, sottoposti a gravi rischi, ma costretti a non farsi medicare in caso di incidenti. All'alba i finanzieri coordinati dalla procura di Marsala, hanno eseguito in provincia quattro provvedimenti cautelari di obbligo di dimora nei confronti di tre italiani e un romeno. Sequestrata anche una società cooperativa. Perquisizioni sono scattate nelle abitazioni e nei luoghi utilizzati dal gruppo come basi operative. Il gip ha disposto la nomina di un amministratore giudiziario dei beni sequestrati del valore di circa 400 mila euro, compresa la cooperativa che forniva da anni servizi di manodopera a diverse aziende agricole del territorio trapanese e non solo.

I lavoratori venivano reclutati e accompagnati nei campi di Marsala, Mazara del Vallo, Partanna, Salemi, Castelvetrano e Pantelleria per essere impiegati a nero e in condizioni di degrado, sottoposti, spiegano gli investigatori, "a continua sorveglianza e violenze, intimidazioni, offese a sfondo razziale, minacce, talvolta anche mediante uso delle armi", per un misero compenso, dal lunedì al sabato, dalle cinque del mattino alle quattro del pomeriggio con al massimo mezz'ora di pausa per il pranzo.

A Monfalcone, in provincia di Gorizia, un imprenditore di origini venezuelane, di 40 anni, è stato arrestato la scorsa notte dai Carabinieri su disposizione del Gip del Tribunale cittadino, per le ipotesi di reato di caporalato, estorsione, minaccia aggravata, sfruttamento del lavoro e falso. L'uomo è il socio co-titolare di un'azienda che lavora all'interno dei bacini dove Fincantieri sta realizzando navi da crociera. Secondo l'accusa, l'imprenditore costringeva alcuni dipendenti maliani, senegalesi e gambiani a turni massacranti e a restituire una parte dello stipendio - tra 200 e 400 euro mensili, in contanti - che percepivano, con la minaccia di licenziarli. Quando si verificavano infortuni sul lavoro intimava loro di non denunciarli, imponendo che sostenessero che fossero avvenuti nel loro domicilio, per evitare guai all'azienda. Inoltre, dopo averli costretti a pagarsi i corsi obbligatori di formazione sulla sicurezza nella costruzione dei ponteggi - del costo di 600 euro ciascuno - impediva loro di frequentarli: per questa ragione sette persone, tra docenti e organizzatori della formazione, sono state denunciate a piede libero avendo attestato la presenza degli operai a Padova quando invece non si erano mai mossi dal cantiere isontino. Da quanto riferito dai Carabinieri, che hanno utilizzato intercettazioni ambientali e telefoniche e beneficiato del supporto dei colleghi del Nucleo dell'Ispettorato del lavoro, fondamentale per l'inchiesta è stata la disponibilità da parte della security che lavora per conto di Fincantieri. Si stima che l'attività illecita proseguisse da almeno due anni e abbia fruttato circa 52 mila euro, che sono stati sequestrati nel conto corrente di una banca.

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