mercoledì 21 settembre 2011
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Il governo non ci sta e respinge come viziato da «considerazioni politiche» il giudizio negativo di Standard & Poor’s sul nostro debito pubblico. Passi l’osservazione sulla crescita troppo lenta, ma alla maggioranza non va giù il fatto che l’agenzia di rating abbia indicato nella «fragile coalizione di governo» uno dei principali elementi di debolezza del Paese, un fattore che «limita la capacità di risposta in un contesto difficile».Ieri mattina, letto il verdetto arrivato nella notte dagli Stati Uniti, Palazzo Chigi ha subito replicato, nel tentativo di evitare che il taglio del rating venisse letto automaticamente come un declassamento del governo. L’esecutivo «ha sempre ottenuto la fiducia dal Parlamento, dimostrando così la solidità della propria maggioranza», ricorda piccata la nota della presidenza, secondo cui «le valutazioni di Standard & Poor’s sembrano dettate più dai retroscena dei quotidiani che dalla realtà delle cose e appaiono viziate da considerazioni politiche». «L’Italia – si aggiunge – ha varato interventi che puntano al pareggio di bilancio nel 2013 e sta predisponendo misure a favore della crescita i cui frutti si vedranno nel breve-medio periodo». Il fastidio per l’intervento dell’agenzia è palpabile. Come dimostrano le accuse lanciate anche da esponenti di primo piano del governo: «Standard and Poor’s ci dirà pure per chi votare alle prossime elezioni, naturalmente nell’ambito di una sola coalizione», attacca il ministro della Difesa e coordinatore Pdl, Ignazio La Russa. E propone un’authority che «dia i voti alle agenzie di rating». Il ministro della Semplificazione Roberto Calderoli (Lega) ricorda la sua proposta di una agenzia europea sul rating per poi concludere: «Mi sembra discutibile che uno Stato debba essere giudicato da un privato». Polemiche a parte, il governo sta cercando di affrontare il problema della crescita economica (dopo che ieri anche l’Fmi ha ridotto le stime sul Pil italiano). Un impegno certamente non agevolato dall’assenza di comunicazione che si registrerebbe da circa 10 giorni tra il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e il ministro Giulio Tremonti. Ieri il responsabile del Tesoro ha incontrato nuovamente i rappresentanti del mondo bancario e delle aziende (Abi, Confidustria, Rete Imprese Italia e Allenza cooperative) insieme ai ministri Matteoli, Sacconi e Calderoli. Nel giro di una decina di giorni arriverà un decreto di «manutenzione» delle misure già varate e per accelerare le opere pubbliche. In prospettiva Tremonti annuncia poi un piano decennale per la crescita, la cui stesura è affidata al vicedirettore di Bankitalia Ignazio Visco, per rassicurare i mercati sulla capacità dell’Italia di tornare a crescere. Il tavolo si riunirà nuovamente mercoledì prossimo quando sarà presentato il piano, imperniato su quattro linee guida: il lavoro, le imprese, il credito e lo Stato. Ma si guarda anche a liberalizzazioni e semplificazione burocratica, mentre con il decreto (che confermerebbe per 3 anni pure lo sgravio del 55% sul risparmio energetico e avrebbe 300 milioni per lo sviluppo della rete in fibra ottica, con l’avvio di una società mista pubblico-privata) si punta a rilanciare subito i lavori pubblici. «Dobbiamo fare un po’ di marketing per l’Italia. Serve un po’ di allure che ci dia il respiro di grandi opere», ha osservato Tremonti. Attribuita al ministro anche l’affermazione che occorre «dare risposte a Marchionne che fa il demonio», perché «ci sarà una ragione se dice che non vuol stare in Italia perché c’è il sindacato». Una frase «totalmente infondata», ha smentito poi il portavoce. Di lavoro ha parlato anche il responsabile del Welfare, Sacconi: l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori «è un freno terribile alle assunzioni», ha detto, precisando poi di aver voluto «solo spiegare le buone ragioni» delle misure sui contratti in deroga inserite nella manovra.
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