mercoledì 24 marzo 2021
In conferenza capigruppo si rompe lo stallo sulla misura per famiglie e figli che dovrà partire il primo luglio. Da Faraone a Salvini, da Delrio a Castelli, i big dei partiti ora pressano il governo
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Un segnale i partiti l’hanno dato. A fronte del rischio di far scivolare la legge delega in fondo al calendario parlamentare, i capigruppo del Senato hanno deciso di discutere e votare l’assegno unico per figlio martedì pomeriggio, prima di mettere mano al Pnrr.

Non era scontato. Il timore che governo e partiti tergiversassero c’era tutto. Ma d’altra parte, se si vuole rispettare l’obiettivo di mandare a regime l’assegno unico dal primo luglio, non c’era altra scelta che accelerare sull’ultimo voto parlamentare. Anche perché, trattandosi di una legge delega, il lavoro da fare è ancora molto. Vanno scritti, di concerto tra Mef, Famiglia e Welfare, i decreti legislativi. E gli stessi devono tornare nelle commissioni competenti di Camera e Senato, chiamate a esprimere un parere entro 30 giorni. Solo dopo questo complesso iter l’assegno unico diventerà realtà. E a partire dall’auspicato voto finale del 30 marzo, mancheranno appena 94 giorni all’entrata in vigore della riforma.

L’assegno unico per figlio è una riforma fiscale lasciata in eredità dal governo Conte 2 ma votata, in entrambe le Camere, da tutti i gruppi. Nella scorsa manovra l’esecutivo stanziò per la misura 3 miliardi per il secondo semestre 2021, che diventano 6 a regime. A queste risorse vanno aggiunte quelle che si ricavano sopprimendo assegni familiari, detrazioni e bonus vari. Nel complesso, quindi, si passerebbe da una pletora di misure a un assegno per ogni figlio a carico.

I 20 miliardi complessivi, tuttavia, non sembrano sufficienti a coprire tutte le "ambizioni": da un lato la misura è estesa alle partite Iva, dall’altro deve - attraverso una specifica clausola di salvaguardia - tutelare i redditi medio e medio-alti dal rischio di perdere qualcosa rispetto all’attuale regime. Allo stesso tempo, la delega prevede che l’assegno parta dal settimo mese di gravidanza, duri fino ai 18 anni per ciascun figlio e prosegua, come "tesoretto" dato direttamente al figlio, dai 18 ai 21 anni.

Nonostante l’introduzione di scalini legati all’Isee, la coperta sembra essere tuttora corta per garantire tutti questi risultati. E si resterebbe, in ogni caso, ancora lontani dal concetto di assegno "universale", cioè davvero per tutti e di uguale importo. Ciò che si sa è che l’assegno oscillerà tra i 100 e i 200 euro per figlio, ma l’Isee determinerà sia la platea effettiva sia le varie "gradazioni" dell’assegno.

La calendarizzazione è quindi un risultato parziale. Rivendicato da Davide Faraone di Iv e immediatamente rilanciato dalla ministra della Famiglia Elena Bonetti, sua compagna di partito, è stato accolto con soddisfazione da tutto l’arco parlamentare, con l’avallo negli ultimi giorni dei leader, da Salvini a Letta, da Di Maio a Meloni. Nessuno dovrebbe presentare emendamenti entro la scadenza di domani, quindi il voto di martedì dovrebbe filare liscio.

Massima attenzione, quindi, sin da ora, a quello che Gigi De Palo, presidente del Forum famiglie, chiama «l’ultimo miglio» di una «misura storica». Bonetti vorrebbe un’integrazione di risorse subito - si parla di ulteriori 3 miliardi a regime -, la viceministra al Mef Castelli pensa ad un intervento aggiuntivo in manovra. Ma i decreti legislativi devono avere adeguata copertura. Sarebbe una beffa se, per motivi di cassa, ne uscisse un "mini-assegno".




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