giovedì 24 settembre 2009
È la prima struttura del genere in Italia. Cambiano le tossicodipendenze e le politiche del governo. «Ma drogarsi non è "normale"»
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«Non è accettabile spendere 18 milioni di euro per 94 progetti, la maggior parte dei quali non ha una rendicontazione finanziaria né di attività. Meglio poche iniziative ben finanziate, meglio valorizzare esperienze che abbiano solide evidenze scientifiche e siano valutabili in progress». Giovanni Serpelloni, capo del dipartimento nazionale antidroghe della presidenza del Consiglio, arriva a Lacchiarella, alle porte di Milano, per inaugurare il nuovo Addiction Center. È una delle comunità più innovative e promette di salvare chi non ce la fa più a sniffare cocaina, a sbronzarsi, a farsi di cannabis e anfetamine. Sono in aumento e li chiamano «policonsumatori», una terminologia commerciale che potrebbe trarre in inganno: «Non pensiamo mai - obietta Serpelloni - che drogarsi sia normale solo perchè c’è un’area vasta di consumatori occasionali, perchè lanceremmo un messaggio sbagliato ai giovani e perché taceremmo che l’85% degli italiani non "si fa"...» Serpelloni non è il tipo che si limita a tagliare il nastro. A Lacchiarella illustra le nuove strategie di lotta alle tossicodipendenze e si capisce subito che a Palazzo Chigi tira aria di revisione delle regole che permettono di accedere ai fondi pubblici. Sul tavolo non ci sono solo i pochi milioni di euro che il governo eroga ogni anno. Dalla conferenza di Trieste è iniziato un silenzioso braccio di ferro sulle risorse che una volta venivano assegnate alle comunità e ai programmi di recupero per legge mentre oggi si confondono nel bilancio della sanità delle regioni: 840 milioni di euro per far funzionare i Sert e pagare le rette delle comunità. La crisi ha ridimensionato anche quest’impegno: «Stiamo cercando di convincere le Amministrazioni regionali a destinare alla droga almeno l’1,5%» ha ammesso Serpelloni che vorrebbe imporre controlli più severi sui progetti che vengono finanziati. Per questo, ieri, ha incontrato i dirigenti della Regione Lombardia: «creeremo un centro collaborativo governo-regione che sarà responsabile delle verifiche sui progetti che si finanziano». Quasi tutti sono gestiti da Fict e Cnca, le reti che raccolgono l’80 per cento delle comunità. «Le realtà più serie - ha risposto Riccardo De Facci, responsabile Cnca - sono d’accordo su questa linea, che sostengono da tempo, tuttavia chiediamo anche che si ripristini il fondo nazionale previsto dalla legge 45».Il dirigente di Palazzo Chigi non ha lanciato solo messaggi di rigore ed efficienza, ma anche di incoraggiamento, auspicando che da programmi sperimentali come l’Addiction Center escano «cose esportabili in altre regioni». La politica del dipartimento riflette la convinzione di dover cambiare l’approccio terapeutico di fronte alla evoluzione delle tossicodipendenze ed è una linea condivisa. «Le strategie di lotta devono superare la dimensione dell’emergenza - ha detto lo psichiatra Riccardo Gatti - perché non siamo più negli anni Ottanta. Oggi il consumatore di cocaina non è sempre un "tossicodipendente", ma una persona apparentemente "normale" che non si rende conto delle conseguenze dei suoi comportamenti, sospinto dalla tendenza sociale a consumare tutto, ma proprio tutto». Lui la chiama società dell’additività: in pratica, il doping è entrato nella vita quotidiana e si sniffa per lavorare di più o anche soltanto per non uscire dal giro dell’happy hour. Finché non si finisce in pronto soccorso con un infarto, o si manda in ospedale qualcun altro, guidando in stato di alterazione. «Abbiamo i Sert pieni di gente "normale", muratori che si fanno per lavorare 15 ore al giorno e professionisti che consumano sostanze che non conoscono» ha spiegato Gatti, il quale ieri parlava «a titolo personale» ma con tutta l’esperienza del direttore del dipartimento delle Dipendenze della Asl di Milano. Suo il giudizio finale, in sintonia con Serpelloni: «Dobbiamo riconcepire i programmi di cura, perchè quello che serve non è più il reinserimento ma evitare che l’abuso di droghe porti all’espulsione dal sistema sociale e professionale».
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