domenica 23 maggio 2021
Il presidente del Consiglio superiore di sanità sulle riaperture e il crollo dei contagi: «Effetto dei vaccini, ma soprattutto delle misure adottate». «Il Cts? A fine emergenza scomparirà»
Franco Locatelli

Franco Locatelli - Foto Mauro Scrobogna /LaPresse

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Non solo i vaccini, «ma l’aver adottato criteri di gradualità e progressività nell’allentamento delle restrizioni». È la prudenza, più di tutto, ad aver messo in sicurezza l’Italia secondo il presidente del Consiglio superiore di sanità e coordinatore del Cts, Franco Locatelli. Anche se la prudenza è costata tanto, e in certi frangenti oltre che criticata non è stata capita. «Oggi il Paese, però, è fuori pericolo. Ci avviamo verso una stagione completamente diversa da quella precedente».

Partiamo da qui professore, da quello che sta succedendo e succederà. Intanto, si aspettava un effetto così dirompente sulla curva epidemiologica come quello che abbiamo osservato nelle ultime settimane?
Ci troviamo senz’altro davanti a un deciso e netto miglioramento della situazione. Questo è legato a due fattori. Le politiche di mitigazione e contenimento che abbiamo avuto il coraggio di perseguire negli ultimi mesi e l’accelerazione della campagna vaccinale. Ci sono dei numeri che vanno sottolineati con forza. A oggi oltre il 92% degli over 80 hanno ricevuto almeno una dose di vaccino: significa che la fascia di popolazione più a rischio è ormai stata messa quasi completamente in sicurezza, visto che le evidenze scientifiche ormai confermano come una sola somministrazione basti per ottenere l’80/85% di copertura dalla malattia. Nella fascia tra i 70 e i 79 la percentuale di prime dosi è sopra l’80%, anche qui un dato eccellente. Resta da completare l’ultimo miglio: vaccinare i 60/69 (tra cui la letalità da Covid è al 2,8%) e i 50/59 (meno a rischio, e tuttavia da tutelare). Il mese di giugno, da questo punto di vista, sarà decisivo: attendiamo l’arrivo di oltre 20 milioni di dosi, l’asticella delle somministrazioni giornaliere potrà salire ben oltre le 600mila.

E arriverà anche il via libera alle vaccinazioni sui ragazzi...
Si tratta di un punto di svolta. Le politiche di immunizzazione sono la garanzia della ripartenza della scuola a settembre in maniera completamente diversa rispetto allo scorso autunno. Il prezzo che hanno pagato i nostri ragazzi, non mi stancherò mai di ripeterlo, è stato troppo alto: togliere loro la scuola ha significato deprivarli di una dimensione sociale e affettiva indispensabile alla loro crescita e alla loro salute.

Ne parla come se fosse la chiusura che le è pesato di più decidere, con il Cts.
È così. Nello stesso tempo voglio sottolineare come sia stato importante investire sulla scuola, un mese fa, quando assieme al presidente del Consiglio Mario Draghi abbiamo scelto di riaprirla prima di tutto il resto. Chi diceva che si trattava di un azzardo è stato smentito dai numeri: i contagi, lo ha confermato anche il monitoraggio di questa settimana, sono in evidente calo anche nella fascia pediatrica. A questo proposito devo aggiungere di essere rimasto particolarmente addolorato per le chiusure distoniche perpetrate da alcune Regioni.

Professore, quando toglieremo la mascherina? Proprio il premier Draghi venerdì, davanti ai fotografi al summit di Roma, ha chiesto ancora due mesi di pazienza.
La mascherina non è una costrizione da cui emanciparci, ma uno strumento di protezione di straordinaria efficacia, che oltre a proteggerci dal Covid quest’anno ha di fatto azzerato l’influenza nel nostro Paese. Arriveremo a toglierla, certo, ma anche qui non dobbiamo affannarci in una corsa spasmodica: che sia un mese mezzo o tre mesi, non è questo il punto su cui concentrarci.

E quali devono essere le priorità nei prossimi mesi?
Tracciamento dei casi e sequenziamento costante per monitorare le varianti. Vanno intercettati immediatamente i segnali di emergenza.

Sappiamo con certezza che i vaccini ci proteggono dall’insorgere dei sintomi della malattia, ma che evidenze abbiamo che ne impediscano anche la trasmissione?
Dal miglioramento dei numeri che stiamo osservando anche in Italia possiamo dire con largo margine di certezza che i vaccini siano in grado di fornire anche un’immunità sterilizzante.

Non sarà necessario presto, allora, cambiare le regole delle quarantene? Se un vaccinato, per esempio, scoprisse di essere stato a contatto con un positivo, perché dovrebbe rimanere in isolamento?
Può essere che affronteremo questi argomenti in futuro, ma per ora dobbiamo procedere in modo conservativo: è la gradualità di cui parlavo prima a ispirarci, la stessa da usare con mascherine e riaperture. Queste regole – i colori delle Regioni, le quarantene, le chiusure oltre determinate soglie – ci hanno permesso di arrivare dove siamo oggi e di pagare anche meno di altri Paesi il prezzo di lockdown più rigidi. Ricordiamo che noi siamo tra i pochi a non avere più chiuso del tutto durante la seconda e la terza ondata.

E la terza dose di vaccino servirà? Quando?
Probabilmente dovremo farla, sì. Quando, ancora non lo sappiamo. Non prima di 10 mesi, nel caso di medici e operatori sanitari – che per primi hanno ricevuto le dosi, tra dicembre e gennaio – probabilmente già a ottobre o novembre. Non è, in ogni caso, un questione che deve preoccupare: abbiamo e avremo una disponibilità enorme di vaccini, tra ottobre e dicembre qualcosa come 40 milioni di dosi. Abbiamo una struttura organizzativa e logistica efficiente. Basterà semplicemente programmare le vaccinazioni.

Che cosa pensa del “pasticcio” AstraZeneca e della riluttanza, da parte di alcuni, a questo vaccino?
Guardo ai numeri: su 7 milioni di dosi di AstraZeneca ricevute ne sono state somministrate il 90%. La gente ha capito le ragioni delle decisioni che abbiamo preso a mano a mano che le evidenze scientifiche ci offrivano dati e anche l’utilità di questo vaccino, in particolare i più giovani. Auspico che il loro desiderio di essere vaccinati e la straordinaria adesione di questi giorni agli open day organizzati sul territorio possano convincere chi è riluttante e refrattario alla cultura delle vaccinazioni. Vaccinarsi è fondamentale, per la propria salute e per tutelare quella degli altri.

Ha sempre detto che il giorno più brutto di questo lungo anno, per lei, è stato quello del corteo di camion coi morti nella sua città natale, Bergamo. Qual è stato invece il più bello?
Il 27 dicembre del 2020, senza dubbio. Il giorno del Vaccination day in tutta Europa. Ma anche domenica scorsa, quando ho letto i numeri del Bollettino e per la prima volta quello dei decessi era sceso sotto quota 100. Anche solo una vita salvata fa la differenza.

È la domanda che si continua a porre a tutti gli esperti: perché ancora così tanti morti, seppur in diminuzione?
Perché tanti sono ancora ricoverati in terapia intensiva. Ai primi di aprile, voglio ricordarlo, avevamo oltre 3.700 persone in rianimazione. Oggi siamo sotto le 1.500.

Professore, verrà anche un giorno in cui il Cts non servirà più. Ci ha mai pensato?
Finito lo stato di emergenza verrà meno il motivo dell’esistenza del Cts, certamente. E quello sarà una grande giorno per l’Italia. Per quel che mi riguarda significherà smettere di servire il mio Paese: l’opportunità di “servire” e l’importanza di questo verbo sono ancora largamente sottovalutate.

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