sabato 11 novembre 2017
«Basta calcolucci e tattiche pre-elettorali. Sarebbe una chiusura bellissima per la legislatura. Ma vedo leadership disattente e un insopportabile silenzio della società civile»
Foro dall'archivio Ansa

Foro dall'archivio Ansa

Luca di Montezemolo stringe le mani davanti a sé, quasi a voler racchiudere il problema: «È una vita che vado dicendo che il mio più grande desiderio è vedere questo Paese che ritrova la capacità di unirsi, e non dividersi sempre, perché l’Italia resta un Paese che quando si unisce ha pochi rivali al mondo». Nel suo sobrio ufficio spicca il quadro-poster del nuovo Pendolino di Alstom, che Italo adotterà da dicembre. Ma non siamo qui per parlare di treni. Motori a parte, Montezemolo (che di Ntv è presidente) confessa di mantenere come «passione» l’impegno sociale e civile e oggi ha un altro obiettivo, uno solo: la legge sullo ius culturae, che il Parlamento non riesce ad approvare.

È un tema per il quale si accalora: «Non mi capacito ogni giorno che questa legge non passi, che sia finita ostaggio di calcolucci e tattiche pre-elettorali. Qui stiamo parlando di bambini e del futuro, e quindi della forza, del Paese. Sono i bambini e i ragazzi che vediamo parlare e giocare con i nostri figli e nipoti. E non è retorica sdolcinata. È così bello pensare a questi due temi: i giovani e il futuro. Sono giovani che studiano la storia e la Costituzione italiana. Giocano a pallone con i nostri figli, sono italiani a tutti gli effetti, anche culturalmente, qualunque sia il colore della loro pelle o il paese di provenienza dei genitori. Ho avuto l’onore e la fortuna di studiare e vivere in America, dove abbiamo visto una persona di origine afro-americana diventare presidente, dove ho avuto un professore come Zbigniew Brzezinski (politico statunitense che fu consigliere per la sicurezza nazionale con Jimmy Carter, ndr) che veniva dalla Polonia. Eccolo, il punto: lì hai un Paese che ti protegge perché sei nato e cresciuto in quella terra. Un grande Paese libero e democratico ci insegna che la strada è giusta. Chi nasce e studia in Italia ha il diritto di diventare italiano».

Eppure sembra un traguardo difficile.
È vero. Anch’io penso che se non si fa la legge in questa legislatura, sarà molto difficile nel prossimo futuro. Ci sono poi altri due fattori che pesano sul suo cammino.

Quali?
C’è un aspetto di disinformazione: troppa gente lega questo tema, sbagliando, agli sbarchi e ai flussi migratori. Non c’entrano nulla. Se questo provvedimento è stato spiegato male, c’è ancora tempo per spiegarlo bene, impegniamoci tutti. Infine, c’è l’aspetto che la cosiddetta società civile dovrebbe far sentire di più la sua voce, e non parlare solo quando ha da difendere propri interessi.

Lei, in effetti, è una delle rare voci che si sono levate in questa battaglia. Come se lo spiega?
È un grande silenzio, insopportabile. Le nostre leadership sono disattente. Mi meraviglio anch’io che, a parte pochi come il mio amico Renzo Piano, questo discorso non venga fatto dalla società civile nella sua interezza. Su temi così, purtroppo, si trova poca voglia d’impegnarsi, manca il coraggio di tirar fuori la testa..., c’è la tendenza a farlo solo in funzione del proprio particolare.

Italiani troppo individualisti?
Eppure bisogna insistere. Io ho in mente l’esperienza di Telethon: è una esperienza eccezionale. Stanno iniziando le prime applicazioni pratiche della ricerca che Telethon ha avviato 20 anni fa. È un esempio di come, tutti insieme, possiamo fare cose grandiose. Ma 20 anni fa parlare di ricerca era quasi una rarità... Era così anche quando ero presidente di Confindustria: coi miei colleghi si facevano bei discorsi su ricerca e sviluppo, ma al dunque era sempre e solo su tasse e sgravi che si chiedevano impegni stringenti.

Come risponde alle obiezioni di chi si oppone?
Quale, che stiamo regalando loro la cittadinanza? Non è così. Perché, come educhiamo i nostri figli ai doveri prima ancora che ai diritti, allo stesso modo va fatto con chi nasce in Italia da cittadini stranieri: li dobbiamo educare, tutti insieme, anche ai doveri. Io sono a favore anche dell’insegnamento dell’educazione civica nelle scuole. Per paradosso, proprio chi sostiene l’orgoglio nazionale dovrebbe essere a favore di questa legge.

In che senso?
Perché dovremmo essere orgogliosi che questi siano giovani formati nelle nostre scuole, dai nostri maestri, con la nostra cultura. Scommettere su di loro è una risorsa per l’Italia. Quando io guardo questi ragazzi penso innanzitutto che fra di loro potrebbe esserci un futuro professore o un ricercatore o anche - perché no? - un bravo macchinista o un calciatore della nazionale. Sarebbe un peccato se questi talenti prendessero invece un’altra strada, finendo per contribuire alla crescita di un altro Paese. Certo, non dimentico che ci sono anche molti italiani che se ne sono andati: alcuni non tornano più - ed è un peccato -, ma altri rientrano dopo aver maturato un’esperienza eccezionale. Perché è sempre l’apertura e lo scambio di esperienze che ci arricchisce, mai la chiusura.

Insomma, è un vero cruccio per lei?
Lo è. Non sopporto questo silenzio, che sfiora il colpevole disinteresse nel grande pubblico. Per questo sento il dovere di dirlo, come italiano e come cristiano, anche se è una questione che va al di là dei credo religiosi. Dovrebbe essere solo il discorso forte e giusto di un Paese che guarda avanti. Un ragionamento fatto al 100% fuori dalla politica e dalla logica dei partiti, senza contrapposizioni. So che è quasi un sogno, ma sarebbe una chiusura bellissima, per questa legislatura così difficile, vedere il Parlamento unito nell’approvare una legge come questa. Se ci fosse questo spirito, ci sarebbe anche il tempo per migliorarla e approvarla lo stesso.

E se così non sarà?
Diverrà un altro dei temi che ci renderà diversi dal resto del mondo.

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