mercoledì 13 dicembre 2017
Nel 1917 uscivano i primi fascicoli del vocabolario destinato a imporsi come un classico in continua evoluzione. Così studiosi ed esperti ne valutano l'importanza
Il vocabolario Zingarelli, un secolo d'Italia parola per parola

Doveva essere una faccenda sbrigare in meno di un anno. Nove mesi, per l’esattezza: tanti ne aveva richiesti nel 1912 il filologo Nicola Zingarelli agli editori Bietti e Reggiani per portare a termine il suo Vocabolario della lingua italiana. Previsione ottimistica, perché a distanza di un secolo dall’inizio delle pubblicazioni (in fascicoli dal 1917, appunto: la prima edizione in volume risale invece al 1922) lo Zingarelli, come ormai tutti lo chiamiamo, non ha ancora abbandonato l’aspetto di un cantiere aperto. Il che non significa che il vocabolario sia incompleto, certo. Eppure, in una certa misura, un’opera che come questa voglia testimoniare e restituire «la mutabilità delle lingue» – è l’espressione usata dallo stesso Zingarelli per introdurre la revisione della quinta edizione, uscita nello stesso anno della sua morte, il 1935 – non può fare a meno di sottoporsi a un continuo lavoro di verifica e di aggiornamento. Lo sa bene il lessicografo Mario Cannella , responsabile del progetto di “annualizzazione” varato un quarto di secolo fa da Zanichelli, la casa che nel 1941 ha acquisito i diritti del vocabolario, promuovendone il rinnovamento e la diffusione. «Una svolta significativa si era avuta già nel 1970 con la decima edizione, che aveva comportato un rifacimento sostanziale dello Zingarelli – ricorda Cannella, che venerdì interverrà al convegno bolognese organizzato in occasione del centenario –. Soltanto a partire dalla dodicesima, datata 1993, è stato però possibile proporre aggiustamenti e integrazioni su base annuale, in modo da seguire più da vicino le trasformazioni della lingua. In tutto questo le tecnologie hanno giocato e continuano a giocare un ruolo cruciale, e non solo sul versante della stampa. La vera conquista riguarda la mole di documentazione della quale disponiamo oggi, una varietà e quantità di fonti impensabili senza l’apporto del digitale. Al database redazionale, nel quale sono presenti otto miliardi di caratteri (pari a circa due miliardi di parole), si aggiungono le risorse disponibili in Rete. Uno strumento come Google Libri, per esempio, consente di effettuare verifiche capillari in tempi brevissimi. Non si tratta mai di una mera questione quantitativa. Perché una parola venga accolta nel vocabolario o perché, al contrario, ne venga espunta non è sufficiente tenere il conto delle occorrenze. Più della frequenza, spesso, conta l’autorevolezza del contesto in cui un determinato termine viene adoperato. In generale, comunque, le parole che entrano nello Zingarelli sono più numerose di quelle che escono. Delle 145mila voci che compongono il vocabolario attuale, infatti, ben 35mila sono contrassegnate come “arcaismi”, ossia espressioni non più in uso dall’inizio del XIX secolo. E la maggior parte di questi termini desueti è presente senza interruzioni dalla prima edizione dello Zingarelli ».

Che il nome dell’autore sia passato a indicare l’opera è una circostanza che appare molto significativa a un altro relatore del convegno di Bologna, il presidente dell’Accademia della Crusca Claudio Marazzini: «È il segno di come questo vocabolario abbia saputo tenere il passo dei tempi – spiega –. Non sempre accade così, purtroppo. Penso aun altro repertorio del primo Novecento, il Cappuccini , che non andò oltre la revisione, pur autorevole, curata da Bruno Migliorini negli anni Quaranta. Per lo Zingarelli è stato determinante l’apporto imprenditoriale di un editore come Zanichelli, che ha sempre cercato un equilibrio con le ragioni del mercato. Non dimentichiamo che, fino alla comparsa del Tommaseo-Bellini nel 1861, quello della Crusca era stato in sostanza l’unico dizionario della lingua italiana, più o meno sunteggiato o saccheggiato dagli stampatori. Lo Zingarelli si è subito imposto per una serie di caratteristiche decisamente moderne, che vanno dalla pubblicazione in un solo volume all’utilizzo di numerose illustrazioni. Tra le soluzioni adottate più di recente, trovo particolarmente apprezzabile l’inserimento di norme e spiegazioni grammaticali all’interno delle stesse voci del vocabolario, così da realizzare un dialogo molto vivace tra le diverse dimensioni espressive».

Anche il linguista Michele Cortelazzo, che a Bologna parlerà del rapporto fra continuità e innovazione, insiste sugli elementi che fin dall’inizio hanno contraddistinto lo Zingarelli: «Pur essendo concepito da un letterato – osserva – è un vocabolario che si è sempre dimostrato molto attento all’uso comune della lingua, includendo inoltre molte parole provenienti dalla terminologia tecnica. Il risultato è che, studiando i primi fascicoli del 1917, si ha davvero l’impressione di guardare in faccia il nonno dell’ultimissimo Zingarelli, targato 2018. Non soltanto le linee guida sono rimaste pressoché inalterate, ma nel frattempo questo modo di concepire il vocabolario ha imposto uno standard al quale molti altri studiossi ed editori hanno finito per adeguarsi. Uno degli elementi che personalmente trovo più interessanti è l’attenzione riservata all’etimologia delle singole parole, puntualmente segnalata fin dall’edizione del 1970. Ma anche la ricerca sui neologismi, divenuta sistematica negli ultimi decenni, appartiene alle intenzioni originarie di Nicola Zingarelli, il cui spirito si è trasmesso fino a noi in modo molto fedele. Il suo può davvero essere considerato il più antico dei vocabolari moderni».

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