giovedì 30 maggio 2013
Quella sedia rimasta vuota alla cerimonia di consegna del Nobel per la pace del 2010 continua a rappresentare un simbolo eloquente della repressione del dissenso in Cina.
Liu Xiaobo

Liu Xiaobo

Quella sedia rimasta vuota alla cerimonia di consegna del Nobel per la pace del 2010 continua a rappresentare un simbolo eloquente della repressione del dissenso in Cina. Da allora sono trascorsi tre anni e Liu Xiaobo, il poeta e intellettuale cinese che fu insignito del prestigioso riconoscimento dell’Accademia di Svezia, continua a essere detenuto dal regime di Pechino in un luogo segreto. (Aggiornato il 13/7/2017: il premio Nobel è morto il 13 luglio 2017)

Le sue opere di denuncia e la sua adesione al manifesto di intellettuali denominato Charta 08 - che reclama riforme ispirandosi alla famosa Charta 77 redatta negli anni ’70 dai dissidenti cecoslovacchi - gli sono valse una condanna a undici anni di carcere per «incitamento alla sovversione del potere dello Stato». Ma privandolo della libertà e impedendogli anche soltanto di inviare una dichiarazione pubblica alla cerimonia del Nobel, il regime ha trasformato Xiaobo in un’icona mondiale della battaglia nonviolenta per i diritti umani in Cina.

Le sue liriche spaventano la dittatura perché veicolano un messaggio politico di resistenza ed esprimono il tentativo di risvegliare il popolo da un letargo della memoria indotto dal benessere economico degli ultimi anni. Soprattutto impediscono di tacitare le coscienze dei sopravvissuti del massacro del 4 giugno 1989 e di rimuovere, come vorrebbe il governo, la terrificante ferita aperta in piazza Tienanmen. Ogni primavera, nei vent’anni che hanno seguito la strage, Liu Xiaobo ha composto un poema in memoria delle vittime, restituendoci una testimonianza lucida e disperata, ritualizzata a ogni anniversario dell’eccidio di studenti e cittadini, e raccolta in un volume straordinario, Le Elegie del quattro giugno, finalmente tradotto anche in italiano e pubblicato dalla casa editrice Lantana.

Ciascuna elegia è una riflessione potente e dolorosa sulle ragioni della morte e della sofferenza, espressa attraverso un rituale quasi macabro che racconta l’odore di polvere e di sangue, le madri alla ricerca di una tomba, i volti dei giovani carnefici. Versi che come un ago cercano di «ricucire l’oblio di un sogno reciso», denunciando la «solenne menzogna» del potere e i milioni di cinesi che hanno rimosso quella terrificante strage di Stato in cambio del benessere materiale promesso dal governo di Pechino. «In quell’istante il mondo era un agnello indifeso / massacrato da un sole nudo / Persino Dio senza parole per lo sgomento / si limitava a piangere sospiri silenziosi / Seguì il sangue del mercimonio ripulito dal denaro / dei cadaveri scuoiati / che si univano alla marcia del dispotismo».

Lo scorrere del tempo, principale alleato dell’oblio, è scandito inesorabilmente dall’indicazione della data e del luogo dov’è stata composta ogni singola poesia: in casa, in un luogo pubblico, agli arresti domiciliari, oppure in carcere o in uno dei campi di rieducazione dove Xiaobo è stato rinchiuso per la sua attività di intellettuale dissidente. Negli anni, il poeta ha assunto più volte posizioni coraggiose, sostenendo la riunificazione pacifica di Taiwan alla Cina, riconoscendo il diritto del popolo tibetano all’auto-determinazione, infine chiedendo l’incriminazione dell’allora segretario generale Jiang Zemin affermando che le forze armate erano sotto il comando assoluto del partito comunista e non sotto la Commissione centrale delle Forze armate come stabilisce la Costituzione.

È lo stesso Xiaobo, nell’introduzione al volume, a spiegare cosa rappresentano la resistenza e il carcere per lui: non una condizione da ostentare ma un «onore necessario per chi vive alla mercé di un regime disumano». Eppure, dopo un’intera vita solcata dalla prigionia e dalla privazione della libertà, il 57enne Liu sostiene di essere stato spesso tormentato dal senso di colpa nei confronti delle vittime della repressione di Stato. «Perché - si chiede - sono i silenziosi nessuno ad aver pagato con la loro vita il prezzo più alto, coloro che non possono più raccontare ciò che è accaduto, mentre l’élite privilegiata dei fortunati sopravvissuti ha il potere di parlarne e riparlarne senza sosta?».

Da qui nasce il bisogno di ricordare in particolare le vittime senza nome e senza una tomba, poiché tenerne viva la memoria è ormai l’unico modo per rendere loro giustizia. Queste elegie, del tutto prive di slogan e di propaganda, sono il tributo di un intellettuale coraggioso a una rivoluzione fallita e ai martiri innocenti e dimenticati della tragedia di Tienanmen, ma rappresentano anche una sintesi della sua vasta produzione letteraria precedente. Dai versi di Xiaobo trapela infatti anche una profonda critica storico-culturale nei confronti del suo paese, compiuta attraverso una riflessione sulla natura autoritaria e repressiva del potere politico in Cina e sugli effetti anestetizzanti del suo sviluppo recente. Perché, scrive: «chi ha fuggito la libertà vive ancora ma la sua anima è morta nel terrore. Chi brama la libertà è morto ma la sua anima vive nella rivolta».

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