mercoledì 28 novembre 2012
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La Passione di Cristo tra le pietrose colline della Sardegna per scoprire che Gesù è tra noi. Ieri in competizione al Festival di Torino è arrivato uno dei film italiani più interessanti e linguisticamente originali degli ultimi anni, Su Re (Il Re) di Giovanni Columbu che mette in scena le ultime ore della vita di Cristo, dall’ultima cena alla crocefissione, incrociando sinotticamente i quattro Vangeli. Realizzato con la consulenza di don Antonio Pinna, vicepresidente della Pontificia Facoltà Teologica della Sardegna, il film ha preso forma prima come racconto in una chiesa di Cagliari, dove è partita una sottoscrizione per ottenere finanziamenti. Tra gli interpreti, tutti non professionisti, ci sono anche quelli provenienti da centri di salute mentale. «Anni fa nella chiesa di Santa Maria in via Lata – racconta il regista, già autore di programmi tv, documentari e del film Arcipelaghi – fui colpito da una mostra sulla Sacra Sindone: una tavola riportava su quattro colonne i brani dei Vangeli che descrivevano i patimenti inflitti a Gesù. Li ho riletti in maniera trasversale e il film nasce proprio dalla commozione di fronte a questi testi interessanti nel testimoniare l’incertezza della verità e moderni nella loro struttura seriale, reiterativa, la stessa usata nei ritratti di Andy Warhol». Per ragioni economiche poi l’idea dei "passi paralleli" riferiti ai singoli evangelisti, che rimandava anche al Rashomon di Kurosawa, ha ceduto il passo a una sequenza narrativa non lineare, vicina alla memoria e al sogno. Il film si apre e si chiude infatti nel sepolcro di Cristo: tutto è già avvenuto e i protagonisti ricordano. «Proprio come nell’esperienza del ricordare collettivo e rituale che è la Messa cristiana, la storia viene raccontata per episodi e frammenti». Ma perché raccontare il Vangelo? «Perché quella storia di un’umanità capace di atti edificanti o estremamente crudeli non è stata ancora veramente raccontata. Pensate a quanto cinema di fantascienza, da Alien a E.T, affonda le sue radici in quei testi! Sono molto interessato al sentimento religioso, credo che la differenza tra ateo e credente sia superficiale, tutti noi siamo alla continua ricerca della dimensione che ci trascende». E a proposito della decisione di ambientare la Passione in Sardegna, sulla scia dei pittori rinascimentali che collocavano gli episodi del Vangelo al loro tempo e nelle rispettive città, il regista aggiunge: «Il trasferimento in Sardegna concorre all’universalità della storia, così come la frase più volte ripetuta, e presente solo nel Vangelo di Matteo: "Se è innocente, che il suo sangue ricada su tutti noi", non allude alla colpevolezza degli ebrei ma a una sorta di maledizione per l’umanità». Lontano dalla tradizionale iconografia cristiana che vuole Gesù biondo e con gli occhi azzurri, il Cristo interpretato da Fiorenzo Mattu non è certo bello, ma rimanda a una dimensione interiore visibile solo ai puri di cuore e corrisponde piuttosto all’unica descrizione che precede i Vangeli, contenuta nella profezia di Isaia: «Non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per potercene compiacere». «L’aspetto materico e ruvidamente concreto, quasi espressionista della messa in scena – spiega ancora il regista – è dovuto al fatto che a differenza de Il Vangelo secondo Matteo di Pasolini, centrato sulla parola, Su Re punta ai silenzi e ai rumori, a quel mistero ancora più vasto che rimanda al non detto. Non è facile riportare le sintetiche parole del Vangelo nel vissuto, nel reale, senza rischiare la teatralità e le frasi ripetute sono una sorta di eco di quelle parole nell’animo umano». A proposito della macchina da presa sempre in movimento fra tremolii e sussulti, spiega: «Non volevo chiudere il film in una formulazione astratta, in una rigidità teatrale. E poi quel continuo traballare fa pensare che qualcosa di grandioso sta per accadere, a un terremoto che se non ha davvero scosso la terra ha travolto il cuore degli uomini».
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