giovedì 12 maggio 2022
Le frontiere della ricerca stimolano i teologi a rimodulare schemi epistemologici e a ritrovare nella storia intuizioni profonde. Un convegno alla Lateranense
Dal neutrino al multiverso: così la fisica nutre la teologia

Unsplash

COMMENTA E CONDIVIDI

Anticipiamo qui una sintesi dell’intervento che Giuseppe Lorizio terrà oggi nel convegno “Teologia e scienza: un dialogo possibile?” presso la Pontificia Università Lateranense. Intervengono inoltre Roberto Battiston, Claudio Giuliodori, Philip Larrey. Introduce Gianfranco Basti, le conclusioni sono affidate a Andrea Lonardo.


Nella temperie culturale che siamo chiamati a abitare con la nostra teologia, anche se non sempre e ovunque, ma certamente spesso e diffusamente, si registrano scissioni letali tanto per il sapere della fede quanto per il pensiero laico. In questa sede mi preme puntare il dito sulla separazione della metafisica dalla fisica, da cui invece dovrebbe trarre le mosse, situandosi in un oltrepassamento che comprende l’attraversamento e, contestualmente, della teologia dalla metafisica, con conseguenze devastanti per entrambi gli approcci al mistero di Dio, del mondo e dell’uomo. Assumendo il punto di vista della teologia, provo a inserirmi in questo possibile dialogo fra scienza e fede, cercando di individuare e di indicare alcune finestre che la scienza della fede dovrebbe aprire per rinfrescare le proprie stanze disciplinari con l’aria fresca della fisica contemporanea, da cui lasciarsi interrogare e interpellare, ma a cui anche rivolgere domande di frontiera, perché possa contribuire a una più profonda comprensione del senso in particolare del cosmo, delle sue origini e del suo destino. Del resto, più ci sforziamo di comprendere l’universo, o almeno di conoscerlo, più apriamo spiragli alla comprensione di noi stessi e, per chi crede, dell’Assoluto trascendente. La prima finestra riguarda il metodo proprio della fisica, che si rivolge all’estremamente piccolo per gettare luce sul macrocosmo ed in particolare sulle origini dell’universo. Si tratta di un paradosso fondamentale: al grande attraverso il piccolo, all’insieme dell’universo attraverso lo studio di particelle subatomiche, alle quali neppure si adatterebbe l’aggettivo “microscopiche”. Come insegnano i fisici di professione, particolare attenzione, fra tali particelle, merita il neutrino, che compare dopo circa un secondo dal Big Bang, in quella che si denomina “epoca dei leptoni”, che condivide, a esempio con l’elettrone. Affascinante e di notevole rilievo ontologico, è stata la questione circa l’assenza o presenza di massa di queste particelle e, come per le altre, il ricorso al termine “rivelatore” per poterle individuare e studiare. E se la questione della massa si poteva ritenere aperta, nel 2015 l’assegnazione del Nobel a Arthur B. McDonald e a Takaaki Kajita per la scoperta delle oscillazioni del neutrino comprovanti la sua massa, sembra aver posto fine alle dispute. Siamo comunque di fronte all’infinitamente piccolo che rivela l’infinitamente grande. In una prospettiva trans-disciplinare potremmo evocare il famoso motto di marca gesuita: Non coerceri a maximo, contineri tamen a minimo divinum est. Ovvero: “Non esser costretto da ciò che è più grande, essere contenuto in ciò che è più piccolo, questo è divino”. E qui lo sgomento pascaliano di fronte al silenzio degli spazi infiniti si trasforma in stupore dal quale può aver inizio una più ardita e feconda comprensione della logica della fede, che si esprime nell’orizzonte della logica del paradosso: coincidentia oppositorum, direbbe il grande Niccolò Cusano. La seconda finestra la teologia è chiamata a aprirla sulla materia e l’energia oscure, di cui è costituito gran parte (le percentuali oscillano) dell’universo. Al momento ne abbiamo conferma solo attraverso osservazioni indirette che vengono “tradotte” in percentuali attraverso calcoli matematici e simulazioni al computer. Si tratta di componenti invisibili alla cui caccia si dedicano appassionatamente i fisici, per esempio nei laboratori del Gran Sasso. Roberto Battiston parla di “lato oscuro del cosmo” ritenendo che non si tratti di visioni o desideri impossibili, ma di obiettivi determinanti la ricerca, anche se questa ancora non raggiunge i risultati desiderati. «Rimane il fatto – scrive il fisico nostro ospite – che oggi la parte oscura dell’universo è dominante su quella visibile: tutte le galassie sono circondate da un alone di materia invisibile, che ne ha determinato forma e dimensioni e ne influenza l’evoluzione. La materia e l’energia che dominano la dinamica e la strutturazione del cosmo sono diverse da quelle di cui siamo fatti». E non si tratta, almeno speriamo, del lato oscuro della forza di cui nella saga di Star Wars, bensì dell’attuale non-disponibilità o visibilità di buona parte di ciò che compone il cosmo. Così alla coincidentia oppositorum si aggiunge la docta ignorantia. E si procede “a tentoni”, ossia per tentativi, come nel famoso testo di Atti 17,26-27: «Per essi [Dio] ha stabilito l’ordine dei tempi e i confini del loro spazio perché cerchino Dio, se mai, tastando qua e là come ciechi, arrivino a trovarlo, benché non sia lontano da ciascuno di noi». Anche nella fisica, come nella teologia, si esercita il “pensiero rivelativo” e si intravede il fine non tanto nel trovare, quanto nel cercare. La terza finestra, che da teologo intendo aprire sulla fisica, ci pone di fronte alla sorpresa di chi scorge che anche il dirimpettaio ha la finestra aperta e che ci osserva. Si tratta della teoria del multiverso, le cui implicanze “teologiche” ha di recente messo in luce Ugo Amaldi in un interessante articolo apparso in “Vita e Pensiero” (2/2020). L’illustre scienziato analizza le diverse possibilità “metafisiche” cui ci rimanda tale teoria: «Studiando la natura con i rigorosi metodi della razionalità scientifica, si è giunti alla conclusione che molte costanti naturali hanno valori numerici aggiustati tanto finemente da permettere il sorgere della vita basata sul carbonio. Questo fatto sorprendente induce a uscire dai confini ben limitati della conoscenza scientifica, trascendendoli, e a porsi una domanda che non è scientifica: perché l’universo, nel quale ci interroghiamo, è così accuratamente predisposto alla nostra esistenza? Per chi non sceglie di fare un passo di trascendenza verticale credendo in Dio, origine del cosmo, vi sono oggi due sole possibilità: 1. Il cosmo, con l’aggiustamento fine delle costanti, esiste per caso. 2. Il cosmo, con l’aggiustamento fine delle costanti, è un multiverso i cui universi hanno, presumibilmente, origine spontanea nel vuoto quantistico. Scegliendo la prima possibilità il discorso è chiuso ma non certo in modo soddisfacente. Con la seconda si afferma che tutto è natura e che la natura è multiverso». Dal nostro punto di vista la domanda può esprimersi in questi termini: la teoria del multiverso ripugna alla fede e alla teologia e quindi va immediatamente confutata o rigettata? L’Amaldi richiama le radici teologiche che possono accompagnare tale teoria, qualora venisse confermata e così le esprime: «Se ciò accadesse, chi professa una fede religiosa potrà sempre mantenere la sua scelta affermando che Dio ha creato un multiverso, e non un “semplice” universo, con la grandiosità che – seguendo il vescovo Nicola Cusano che aveva descritto un universo “interminato” e senza centro – gli riconosceva Giordano Bruno scrivendo: “Così si magnifica l’eccellenza di Dio, si manifesta la grandezza dell’imperio suo: non si glorifica in uno, ma in Soli innumerevoli; non in una terra, in un mondo, ma in duecentomila, dico in infiniti”». Anche per questo la teologia non teme di aprire le sue finestre epistemologiche per rinfrescare i propri schemi, spesso obso-leti, ed esercitare la forma di razionalità che le è propria anche alla luce delle affascinanti scoperte della fisica e in genere delle scienze.

© Riproduzione riservata
COMMENTA E CONDIVIDI