sabato 20 gennaio 2018
Il milanese è stato il primo italiano a disputare un’intera stagione nella lega statunitense: «Un sogno. Famiglia e fede sono la mia forza»
Giorgio Tavecchio, l'ovale Usa parla italiano

Di mestiere è calciatore, ma il suo sport non è il calcio. Indossa casco e protezioni, tuttavia non è un lottatore. Sul prato verde dove i colleghi giocano con le mani, lui è lo specialista del piede. Nome Giorgio, cognome Tavecchio, segni particolari: primo italiano a disputare un’intera stagione Nfl, la lega statunitense di football americano. Si definisce «sopravvissuto», giudica «soddisfacente» l’annata da esordiente e sgombra il campo da possibili equivoci: «Sono parente molto alla lontana dell’ex presidente della Figc, non ci siamo mai conosciuti». Nato a Milano nel 1990, papà milanese e mamma italo-americana, Tavecchio trascorre infanzia e adolescenza in giro per gli States, prima di stabilirsi in California.

«Ho cominciato col football alla High School, poi ho continuato all’Università della California di Berkeley, dove ho studiato Scienze Politiche ed Economia giocando titolare per i quattro anni del college». Dopo la laurea, Tavecchio sceglie il football come professione, venendo selezionato nell’estate 2012 dai San Francisco 49ers, senza però entrare nella rosa definitiva. Dodici mesi più tardi il trasferimento ai Green Bay Packers, purtroppo con lo stesso copione: esclusione prima dell’inizio della stagione. Stessa scena pure nel 2014 con i Detroit Lions. Per fortuna la musica cambia, ma non troppo, con gli Oakland Raiders che intravedono in Tavecchio le doti per sostituire l’acciaccato Seb Janikowski: primo contratto nel febbraio 2015, poi una serie infinita di tira e molla. Il milanese continua ad allenarsi anche se non gioca mai: «Ho tenuto duro perché ero consapevole delle mie capacità. Famiglia e fede mi hanno dato la forza di crederci. Ho cercato di vedere ogni momento come un dono del Signore, come opportunità per dare il meglio e crescere».

Il D-day scocca il 10 settembre 2017: al Nissan Stadium di Nashville, Oakland batte in trasferta Tennessee schierando con la maglia numero 2 Tavecchio, che all’esordio realizza due calci da oltre 50 yard. Da quella domenica Giorgio è titolare inamovibile, disputando l’intera stagione regolare fino a dicembre. Attuale spettatore disattento dei playoff («Immagino un Superbowl tra New England e Minnesota con i primi degni vincitori ») e col pensiero già rivolto all’Italia, dove tornerà a fine gennaio, Tavecchio racconta come i ritmi forsennati dello sport made in Usa lo abbiano stregato: «Ci si allena e si gioca a un ritmo intenso, riposando solo il lunedì. Gli altri giorni dalle otto del mattino alle cinque della sera respiri solo football. La pressione è costante, a volte anche opprimente». Tanti sacrifici per poco spazio, giacché Tavecchio ha scelto un ruolo particolare: «Parafrasando Tupac Shakur, direi che è il ruolo di kicker ha scelto me e non viceversa. Ho incominciato al liceo per caso ed è stato subito amore. Per compiere il salto di qualità devi farti trovare nel posto giusto al tempo giusto e sfruttare l’opportunità».

Per essere sempre pronto a cogliere l’occasione, Tavecchio ha tre segreti: allenarsi senza pause («Alterno un giorno in palestra per rafforzare i muscoli e uno sul campo per provare i calci»), nutrirsi in maniera sana («Mangio solo cibo all’italiana ») e andare incontro al prossimo: «Mi piace aiutare i giovani della mia zona e fare volontariato». L’italiano medio, abituato al calcio o al rugby, vedendo in tv una partita di football rischia di non capirci niente. «È uno sport complicato, per apprezzarlo - consiglia Giorgio - bisogna conoscerlo. Anch’io pensavo fosse meno tradizionale del calcio, invece la prima partita di football è stata giocata nel 1869 e da allora è popolarissimo oltre oceano».

Undici giocatori in attacco, guidati dal regista-lanciatore (il quarterback), con l’obiettivo di realizzare la meta (il touchdown), altrettanti in difesa pronti a intercettare i ricevitori o bloccare i corridori. Un’ora di tempo effettivo, divisa in quattro quarti da 15 minuti, che si trasforma in tre ore di festa sugli spalti e una giornata di divertimento attorno allo stadio: «Le arene sono gremite e ai tifosi piace il rito del tailgate, ossia mangiare e bere in compagnia nel parcheggio prima e dopo il match». Se l’impianto è coperto i rumori sono assordanti, così quando è chiamato a piazzare l’ovale tra i pali Giorgio si distacca dalla realtà: «Quando si calcia non c’è garanzia del risultato. Delle volte si tira bene e la palla esce, altre meno bene ma la palla entra. Mi concentro sempre allo stesso modo, ma tutto dipende dalla situazione della partita». Se gli incontri sono equilibrati, il football è spettacolare, con numerosi ribaltamenti di fronte e risultati decisi allo scadere. Il tutto a uso e consumo delle tv. È l’America, bellezza. Ma da questa stagione c’è anche un tocco di italianità. “Sì Tav” verrebbe da dire mutando lo slogan coniato altrove. «Ai ragazzi che vogliono avvicinarsi al football consiglio una cosa: non esitate a provarci». Detto da chi ha realizzato il proprio sogno.

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