martedì 7 novembre 2023
Il conflitto, la coscienza e l’impegno etico: un appello alla saggezza nelle situazioni estreme. Come far prevalere la voce della ragione sul rumore del panico?
Un particolare dell'opera "Non uccidere" di Emilio Isgrò e Mario Botta al Maxxi di Roma

Un particolare dell'opera "Non uccidere" di Emilio Isgrò e Mario Botta al Maxxi di Roma - Maxxi/Riccardo Musacchio

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In momenti di convulsioni estreme, come le conflagrazioni belliche, sentiamo di non poter rimanere indifferenti. Avvertiamo in noi l’urgenza, forse anche l’obbligo morale, di adottare una posizione chiara e netta. L’incessante marea di informazioni e pareri che inonda la nostra coscienza ci sollecita a costruire un quadro interpretativo per dare coerenza al caos circostante. È a questo punto che, nella spasmodica tensione a cercare un senso, emergono, quasi ineluttabilmente, due paradigmi dominanti che fungono da archetipi di semplificazione: il pensiero dicotomico e l’astrazione. Entrambi sembrano offrire strumenti per decifrare il caos, sebbene essi non siano immuni da limiti piuttosto seri.

Partiamo dal pensiero dicotomico, una modalità del ragionamento che suddivide la realtà in categorie binarie e mutuamente esclusive come «amico o nemico», «buono o cattivo», «giusto o sbagliato». Questo approccio, sebbene possa offrire un senso immediato di ordine e chiarezza, è in realtà una trappola intellettuale. Non solo impedisce una comprensione profonda e sfaccettata degli eventi, ma anche marginalizza e rende invisibili tutte le sfumature che costituiscono la realtà umana. Quando riduciamo il mondo a schemi binari, infatti, eludiamo la responsabilità di affrontare la sua intrinseca complessità. Di conseguenza, la nostra capacità di prendere decisioni informate ed eticamente valide risulta compromessa. A sua volta, l’astrazione o, come potremmo chiamarla in una sua forma estrema, «astrafugio» (una crasi di "astrazione" e "rifugio"), rappresenta un altro strumento frequentemente adoperato per semplificare il mondo. Questo mezzo potente ci permette di focalizzare l’attenzione su aspetti specifici della realtà, mettendo in secondo piano altri dettagli. Ad esempio, l’astrazione può essere utile quando esaminiamo il concetto di "amicizia", isolandolo dalle nostre esperienze personali per arrivare a una comprensione più universale di cosa significhi essere un buon amico. Tuttavia, quando utilizziamo l’astrafugio nell’ambito dell’amicizia, potremmo cadere nel tranello di idealizzare eccessivamente questo legame, trascurando gli inevitabili alti e bassi che caratterizzano ogni relazione umana. In questo modo, potremmo finire per ignorare le sfumature e le complessità dell’amicizia, rifugiandoci in una visione semplificata e idealizzata che, alla lunga, potrebbe rendere più difficile la gestione dei conflitti e delle delusioni. Quando l’astrazione si trasforma in astrafugio, diventa un meccanismo mentale automatico che può distorcere la nostra percezione della realtà. Invece di illuminare, può offuscare il nostro discernimento, facendoci credere di avere una visione accurata quando, in realtà, stiamo trascurando dettagli cruciali. Già nei primi anni Cinquanta, Gabriel Marcel mise in guardia da questa deriva dell’astrazione, sottolineando il suo potenziale utilizzo per manipolare la coscienza collettiva: «Quando si desidera che io partecipi a un’azione bellica contro altri esseri che, di conseguenza, dovrò essere pronto a distruggere (e tale desiderio può provenire dallo Stato, un partito, una fazione, una comunità religiosa e così via), si esige che io trascuri la realtà individuale di colui che potrei essere indotto a eliminare». Nelle parole di Marcel, riscontriamo una critica incisiva verso ogni tendenza a oggettivare l’altro per giustificare atti distruttivi nei suoi confronti. In contesti estremi, come quello bellico, l’implicita aspettativa è di disumanizzare l’altro, privandolo della sua unicità e complessità, per farne un obiettivo più agevolmente eliminabile.

Questa riflessione è fondamentale non solo per capire la dinamica dei conflitti armati, ma anche per comprendere meccanismi più discreti di esclusione, discriminazione e violenza in altre sfere sociali. La negazione della realtà individuale dell’altro è un’abdicazione della nostra responsabilità etica e un tradimento della nostra umanità condivisa. Nella situazione in cui oggi ci troviamo, anziché cercare per il tramite del pensiero dicotomico e dell’astrafugio, falsi conforti in visioni del mondo riduttive, dobbiamo tornare ad esercitare la responsabilità del pensare in modo critico. In altri termini, occorre affrontare la realtà nella sua pienezza e contraddizione, memori di quanto papa Francesco ha scritto nella sua enciclica Fratelli tutti: «La vera saggezza presuppone l’incontro con la realtà». C’è un racconto di Kierkegaard in cui un clown avvisa il pubblico che le quinte del teatro sono in fiamme. Invece di prenderlo sul serio, la gente pensa che l’annuncio sia parte integrante dello spettacolo cui assiste e continua ad applaudire. E così, il teatro brucia ed in pochi decidono di agire e di evacuare il teatro. Questo racconto serve come metafora per tutti noi su come dovremmo comportarci in situazioni di crisi estrema, come la guerra. La lezione, qui, è doppia. Da un lato, dobbiamo evitare di cadere nell’errore di valutazione indotto dal pensiero dicotomico, che ci priva della capacità di vedere la complessità e le sfumature della situazione. Dall’altro lato, dobbiamo anche evitare la paralisi da analisi, indotta dall’astrafugio, che ci impedisce di agire quando l’azione è necessaria. L’emergenza della guerra, come l’incendio nel teatro di Kierkegaard, è un momento che richiede una risposta tanto consapevole quanto immediata. Siamo pronti ad agire concretamente, ciascuno nel proprio campo di competenza—sia esso l’intellettuale, il giornalistico, il politico o altro - per far sì che la voce della ragione prevalga sul rumore del panico, della paura e dell’indifferenza che troppo spesso dominano il discorso pubblico, specialmente in tempi di crisi come la guerra?

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