sabato 31 dicembre 2022
Storia, amori e religiosità della stella brasiliana. «Non sono stato un buon padre». L’orgoglio di aver parlato con tre papi e quella preghiera: «Spero che Dio mi accolga in cielo...»
Il fuoriclasse brasiliano Pelé nell’incontro con papa Benedetto XVI a Colonia nel 2005

Il fuoriclasse brasiliano Pelé nell’incontro con papa Benedetto XVI a Colonia nel 2005 - Reuters

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Se la Luna potesse parlare, si unirebbe senz’altro al coro di quanti oggi piangono la morte della stella più luminosa del firmamento calcistico. Ci ha pensato allora anche la Nasa a tributare l’ultimo saluto al marziano del futbol, Edson Arantes do Nascimento, per tutti Pelé, scomparso il 29 dicembre a 82 anni. L’agenzia spaziale ha diffuso su tutti i suoi social l'immagine di una galassia a spirale che mostra i colori del Brasile. Che fossimo in presenza di un “extraterrestre” del resto lo aveva capito anche il “povero” Tarcisio Burgnich quando nella finale del Mondiale in Messico nel 1970 tra Italia e Brasile fu sovrastato dall’elevazione mostruosa di “O Rei” (il re) in quel gol di testa divenuto poi un poster memorabile: «Pensavo fosse un essere umano. Salto e poi, quando la forza di gravità mi richiama a terra, lui è ancora lassù» disse. «Se non ci fosse stato il calcio, lo avrebbe sicuramente inventato» dice oggi Gianni Rivera, un altro azzurro in campo in quella finale (seppure solo per 6 minuti). Non c’è campione di ieri e di oggi che non ne riconosca la grandezza. Pelé mette d’accordo tutti, anche i potenti della Terra. Da Biden a Putin, i politici del globo si uniscono nel cordoglio universale. Anche perché una personalità che andava oltre il rettangolo di gioco il fenomeno brasiliano in vita lo è sempre stato. Accolto in 88 nazioni, ricevuto da 70 premier e 40 capi di Stato, la sua figura ha dato origine a episodi in cui la storia si mescola alla leggenda. Come la tregua di 48 ore tra Nigeria e Biafra nel 1969 perché entrambi gli schieramenti in guerra potessero vederlo giocare. O di quella volta che lo scià di Persia lo aspettò tre ore in un aeroporto solo per potersi fare una foto con lui. E le cronache narrano pure che le guardie alle frontiera cinese abbandonarono i loro posti e andarono a Hong Kong per vederlo, attirandosi le ire del regime di Pechino. Per non parlare di una partita in Colombia in cui Pelé fu espulso ma la folla invase il campo costringendo l’arbitro alla fuga: il match riprese solo quando il campione tornò in campo.

E dire che la strada per la gloria all’inizio si rivelò davvero in salita. La passione per il calcio gliel’aveva trasmessa il padre che era stato anche un calciatore professionista. Un giorno però fu ferito e dovette cambiare lavoro. Iniziò a pulire i bagni e il piccolo Pelé lo aiutava spesso. Così come per la sua famiglia non esitò a lavorare in strada come lustrascarpe. Ma il suo destino era già racchiuso nel nome. Il padre lo aveva chiamato Edson in onore di Thomas Edison, inventore della lampadina. Un segno della luce con cui avrebbe illuminato i campi di gioco. “Pelé” arriverà dopo, come un soprannome all’inizio odiato perché era stato ribattezzato così dai suoi compagni di scuola che lo prendevano in giro per il modo in cui il futuro re del calcio chiamava il portiere della loro squadra “Pilé”, invece che Bilé. Tutto il resto è storia nota, i 3 mondiali vinti e i 1281 gol segnati. Il Brasile ha proclamato tre giorni di lutto nazionale, martedì ci saranno i funerali. In Argentina invece la Federcalcio albiceleste ha provocato un vespaio sui social per aver definito Pelè «uno dei migliori » e non il migliore della storia. Segno che gli argentini continuano a considerare Maradona, Di Stefano e ora anche Messi alla pari se non superiori a Pelé. Una rivalità che non si spegne e un paragone quello con Diego che in realtà lo stesso “O Rei” aveva chiuso ribadendolo il giorno della morte del Pibe de oro: «Un giorno, in paradiso, giocheremo insieme nella stessa squadra». Come tutte le icone Pelé è stato idolatrato superando per interviste e foto anche statisti e divi del cinema. E una volta disse: «Secondo un sondaggio sono conosciuto più di Gesù Cristo». Una frase che gli attirò non poche critiche sebbene precisò: «Anche se è una cosa blasfema c’è una logica. Io sono cattolico, e so cosa significhi Gesù con i suoi valori. Ma nel mondo ci sono tante persone che credono in altro: in Asia, ad esempio, ci sono centinaia di milioni di buddisti. Magari non sanno chi è Cristo, ma di Pelé hanno sentito parlare…».

In realtà confidò che è stato a volte prigioniero della sua fama. Eppure se ne era fatto una ragione: «Dio sa a chi dà le cose, e se Lui mi ha dato la fama, l’affetto di milioni di persone, la curiosità di centinaia di giornalisti, il denaro, il dono di saper giocare a calcio, mi ha anche dato la pazienza di sopportare le cose sgradevoli che potevano derivare da queste circostanze. Sono Pelé. Lo so. Pelé è un insieme di cose, e non varrebbe nulla accettare quelle piacevoli e respingere quelle che non lo sono». Non è mai stato un mistero il fatto che considerasse il suo talento calcistico «un dono del cielo, qualcosa che Dio mi ha dato». E a proposito della sua fede cattolica ha affermato con orgoglio: «Ho avuto il privilegio di parlare con tre Papi». Nel 1966 fu ricevuto da Paolo VI, nel 1978 da Giovanni Paolo II e nel 2005 Benedetto XVI. Durante gli ultimi anni della malattia ha ribadito la sua devozione per Nostra Signora di Aparecida, scrivendo sui social: «A lei ho rivolto preghiere tutta la vita, soprattutto per proteggere i bambini». Che poi Pelé non sia stato un “santino” ne era forse consapevole lui stesso quando ripeteva : «Dio è stato molto buono con me». Tre mogli e sette figli di cui due fuori dal matrimonio sono lo specchio di una vita sentimentale e familiare rocambolesca. Del resto l’ha riconosciuto: « Non sono stato un buon padre, forse perché lavoravo troppo non mi sono mai reso conto di quello che succedeva vicino a me». E poi quell’ultima accorata preghiera: «Spero che quando andrò in cielo Dio mi accoglierà nello stesso modo in cui oggi tutti mi accolgono grazie al nostro amato calcio».

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