giovedì 11 dicembre 2014

La terra è arida di acqua, ma ogni giorno viene innaffiata dal sangue. Per lo più cristiano. Attorno alla capitale della regione del Borno, Maiduguri, nel nord-est della Nigeria, sono soprattutto vedove e orfani a piangere e resistere, anche loro obiettivi delle feroci violenze della setta integralista islamica Boko Haram. Molti sono fuggiti, perché lì non si vive una guerra, ma terrorismo puro, come pura e quotidiana è la paura. Riccardo Bicicchi ha avuto coraggio, ha visitato quelle popolazioni stremate ed è riuscito a cogliere immagini e testimonianze – molte di sacerdoti e vescovi cattolici – montate poi nel documentario Boko Haram Convertitevi o morite,  che il Tertio Millennio Film Fest (a Roma al Cinema Trevi, fino a domenica) ha presentato ieri in anteprima, introdotto dal regista, che si è detto stupito di come i media occidentali si disinteressino della violenza cieca che affligge la nazione nigeriana: «Se è vero che l’Africa è solo un’espressione geografica somma di tante Afriche diverse – ribadisce –, questo è tanto più vero per la Nigeria, un mosaico di oltre 250 gruppi tribali, con una storia assai articolata, delle dinamiche sociali e politiche estremamente complicate e diseguaglianze marcate. Il terrore scatenato da Boko Haram, che si appiccica alla vita della gente, si innesta su una situazione già di per sé precaria e la realtà del settentrione nigeriano è decisamente peggiore di quanto i media italiani spesso riescano a veicolare. Stupisce che l’Occidente se ne ricordi solo in occasione di eventi come i grandi rapimenti di massa o le stragi con decine e decine di vittime, mentre laggiù è uno stillicidio continuo di morti che va avanti da anni». La popolazione nigeriana è in grado di affrontare questo incubo? «Boko Haram è riuscito a raggiungere buona parte dell’obiettivo di qualunque organizzazione terroristica, ossia imporre l’insicurezza generalizzata, la crisi di fiducia in uno Stato centrale incapace di opporsi efficacemente al terrore. La gente si sente per lo più abbandonata e in balìa della violenza e i giovani sono l’obiettivo principale degli attacchi, che spesso mirano proprio a scardinare il sistema dell’educazione, producendo tra le persone un senso di scoramento che traspare in tutta chiarezza e che di recente si sta traducendo in violente proteste contro l’esercito, accusato di non saper proteggere la popolazione». Nel film Ibrahim Abubakar Jega, direttore della moschea nazionale della capitale Abuja, afferma che «l’iIslam è una religione di pace, amore, dialogo e disciplina, scoraggia il furto, l’intolleranza e ogni tipo di crimine». C’è vera disponibilità al dialogo da parte dei musulmani in Nigeria? «Il sultano di Sokoto, guida spirituale dell’islam nigeriano, coopera attivamente con il cardinale Onaiyekan, arcivescovo di Abuja, per il dialogo tra le religioni e molti esponenti musulmani fanno altrettanto, soprattutto al centro e al sud del Paese, dove il rischio di ritorsioni da parte dei terroristi è minore. Tuttavia episodi come il recente attentato alla grande moschea di Kano, dove si predicava contro gli estremisti, mostrano come lo stesso islam sia nel mirino dei fondamentalisti». Che cosa l’ha maggiormente colpita nei sacerdoti che ha incontrato? «I sacerdoti rimangono fino all’ultimo, con una forza e un coraggio incredibili. Il vescovo di Maiduguri, che gira senza alcuna protezione nonostante l’altissimo rischio, dice sempre che finché rimarrà un solo fedele i pastori hanno il dovere di restare, nonostante delle 52 chiese della città ne siano rimaste aperte soltanto due. Ho viaggiato con lui a lungo, ricavandone un grande esempio». Una parte del documentario è dedicata alle donne: giovani, consacrate, madri, vedove. «Le donne sono in prima fila. Boko Haram vuole la donna priva di istruzione e sottomessa. Oggi fa notizia la vendita delle schiave dell’Is, in Nigeria succede già da anni. Mentre ero laggiù hanno sgozzato un ragazzo, poi hanno atteso l’arrivo della madre e le hanno sparato mentre piangeva sul corpo del figlio: lo sfregio supremo alla donna che genera la vita. Ad Abuja ho conosciuto l’eccezionale esperienza del Women of Faith Network, un gruppo di donne cristiane e musulmane, laiche e religiose, sostenute unicamente dal cardinale Onaiyekan e dal sultano di Sokoto, che fanno un’opera preziosa e difficile di sensibilizzazione dei giovani contro la violenza, soprattutto nelle scuole». Papa Francesco auspica un dialogo tra le religioni. Dopo aver vissuto questa esperienza cinematografica, trova che il suo messaggio possa essere realisticamente recepito? «Anche nel corso del mio ultimo viaggio di novembre in Iraq, mi pare che papa Francesco, con il suo carisma e la forza del suo messaggio, stia diventando una figura sempre più condivisa anche all’interno del mondo musulmano e delle altre confessioni cristiane. Ed è proprio contro questo messaggio di pace e dialogo che i fondamentalisti si scagliano con maggiore ferocia». 

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