sabato 16 dicembre 2017
Da Angelo a Massimo. Italo Cucci riscrive la saga dinastica nerazzurra come fosse un album di famiglia e di trionfi. Uno spirito che resta anche oggi che la società è passata in mani cinesi
Inter-Moratti. Una lunga storia d'amore

«L’Inter era dei Moratti anche quando non era dei Moratti». Comincia così l’Album di famiglia Moratti Inter (Bertani&C., pagine 132, euro 40,00) con cui “mastro” Italo Cucci ha voluto omaggiare la più bella dinastia (assieme agli Agnelli) che abbia avuto il calcio italiano. Un omaggio che ha stupito Massimo Moratti, perché arriva da un «nemico», Cucci è un tifoso di quel Bologna dei Fogli, Bulgarelli, Nielsen e Pascutti che in uno storico e turbolento spareggio (le ombre del doping rossoblù vennero fugate dall’inchiesta del giovane Cucci dalle pagine di “Stadio”) all’Olimpico di Roma strappò lo scudetto del 1964 alla grande Inter del “Mago”, Helenio Herrera. Ma prima di giungere all’apice del blasone nerazzurro morattiano, padrone d’Europa e del mondo in pieno boom anni Sessanta, si deve partire dalle origini. Dal capostipite Angelo, nato a Somma Lombardo nel 1909, orfano di madre a otto anni e da lì «partito a 14 anni come piazzista di lubrificanti».

L’incontro con Cerutti, non il proletario “Gino” di Gaber ma il finanziere, gli aprì le porte della grande imprenditoria. Nel 1936 nacque il primogenito Gian Marco (a seguire i figli Bedy e Massimo) e l’anno dopo scese da Milano in Umbria per poi prendere il pieno controllo della Società Mineraria del Trasimeno che sfruttava la lignite della miniera di Pietrafitta, luoghi che conosceva dai tempi in cui da rappresentante soggiornava a Tavernelle alla locanda della signora Maria Pia Nocioni, la cuoca sopraffina che nel tempo patron Angelo tornerà a trovare con ministri e colleghi petrolieri, ma soprattutto con la moglie Erminia e i figli. Sulle acque del Trasimeno nel 1946 battezzerà anche la sua prima squadra, la Somintra, un club aziendale stile Carbosarda che porterà ad un passo dal professionismo. In campo la prima compagine morattiana sfoggiava la casacca nerazzurra. La maglia della “Beneama-ta”, una seconda moglie che avrebbe “sposato” - rilevandola da Carlo Masseroni - nel 1955 e mantenuta ai massimi livelli, fino al contestatario 1968. «L’anno in cui venni in contatto per la prima volta con Massimo e Gian Marco – ricorda Cucci – . Con Gianni Brera usciti dal- la redazione del “Guerin Sportivo” andammo a mangiare al ristorante milanese A’ Riccione (il locale del breriano “Club del giovedì”) quando entrarono questi due ragazzi, elegantissimi con i loro bei vestiti e la cravatta intonata. Brera mi presentò, e Massimo con grande cortesia disse: «Papà la conosce bene, la legge sempre e ci ripete spesso, se l’avessimo avuto con noi nel ’64 lo scudetto lo avrebbe sicuramente vinto l’Inter», racconta orgoglioso Cucci.

L’incontro con papà Angelo avvenne invece all’Hotel Gallia (il libro verrà presentato qui, martedì 19 dicembre, ore 18.30 alla presenza di Massimo Moratti), l’ex tempio del calciomercato. «Mi presentò l’amico Italo Allodi, direttore sportivo dell’Inter dopo che aveva messo in piedi il “piccolo Brasile”, il Mantova. Da lì sarebbe dovuto arrivare all’Inter anche Mondino Fabbri, ma poi a Moratti parlarono tanto del “Mago” e prese quello che per me rimane il più grande “venditore” di calcio, Helenio Herrera. Quando l’Inter ha avuto Mourinho era una storia già sentita, quella dei “catenacciari vincenti”, i maghi della tattica». In questo libro, dallo splendido apparato fotografico, «fortemente voluto dallo stampatore e editore Tiziano Pantaleoni, zavattiniano di Cavriago e tifosissimo dell’Inter», sottolinea Cucci, c’è dentro la storia di un clan sano che è l’emblema dell’Italia del dopoguerra, quella del riscatto e della massima riconoscibilità nel mondo, anche grazie al calcio.

Lo stile Moratti, contrapposto a quello della Juventus degli Agnelli. «Calciopoli si è portato via tutto, le memorie corte hanno cancellato anche la bella amicizia e la stima reciproca tra Angelo e Umberto Agnelli... Moratti senior era un un uomo di grande sensibilità. Non dimenticò mai il giorno in cui il presidente del Bologna Renato Dall’Ara spirò davanti ai suoi occhi. All’indomani della disgrazia, i giornali bolognesi scrissero che Dall’Ara era morto per colpa del litigio avuto con Moratti, in realtà stavano discutendo dei premi partita dello spareggio: Angelo avrà alzato il tiro fino a 100 e “Arpagone” Renato sarà schiantato mentre tentava di scendere a 5». Generosità morattiana e rispetto delle regole imposte dal buon padre di famiglia. «In questi giorni ripensando al Donnarumma che in estate ha saltato gli esami di maturità per andare in vacanza a Ibiza, mi sono riletto il capitolo in cui riporto di quel Juventus-Inter 9-1 quando per protesta i nerazzurri schierarono la squadra delle riserve.

Tra queste c’era il diciottenne Sandrino Mazzola al quale al mattino della partita gli fu imposto dalla società di andare a so- stenere gli esami altrimenti non sarebbe sceso in campo al Comunale di Torino. Così fece, e Mazzola segnò anche l’unico gol dell’Inter in quella sfida farsesca». Un calcio d’altri tempi. Potere della tradizione che l’Inter ha tramandato di padre in figlio. «Massimo da papà Angelo ha ereditato tanto, a cominciare dalla passione per il calcio. Angelo Moratti, da uomo carismatico e apparentemente distaccato - incuteva quasi timore - la conteneva e l’unico momento in cui si lasciò andare fu quando venne portato in trionfo dai suoi ragazzi dopo la vittoria di Vienna sul Real Madrid: la conquista della prima Coppa Campioni (1964)». Cinquantasei anni dopo al Bernabeu, lo stadio dell’Italia Mundial dell’82, l’Inter di Massimo Moratti e dello “Special One” Mourinho, risalirono sul tetto d’Europa.

«Quella notte Massimo ha pianto di gioia, pensava a suo padre e la dedica non poteva essere che per Angelo – dice Cucci – L’amore straordinario per la squadra è arrivato diretto al cuore dei suoi figli: Gian Marco che segue l’Inter stando un po’ più appartato, Bedy che invece va a San Siro ogni domenica e siede vicino a Massimo». In tribuna, una fila sotto, sta la poltrona dell’indimenticabile Giacinto Facchetti. «Il più grande galantuomo del nostro calcio. Solo a lui i Moratti potevano consegnare le chiavi della presidenza. È durata poco... Ma quello spirito di famiglia rimane. Si è trasmesso, dai Facchetti ai Tronchetti Provera, ai Prisco... Fraizzoli acquistò la società con il benestare dei Moratti e lo stesso accadde quando passò in mano a Pellegrini. Perfino adesso che l’Inter è diventata prima indonesiana con Thohir e poi cinese con Zhang Jindong, Massimo Moratti mi ha confidato di essere sereno, perché si tratta sempre di “famiglie vere” che in questo club investono qualcosa di più del semplice denaro, ci mettono quello che io definirei il capitale umano».

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