giovedì 22 giugno 2017
Per il presidente della Bce oggi i Paesi della Ue devono ritrovare lo spirito di 70 anni fa e superare l'incompletezza istituzionale che non ha permesso di gestire i cambiamenti sociali ed economici
Mario Draghi, presidente della Banca Centrale Europea (LaPresse)

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Il 13 settembre 2016 è stato conferito a Mario Draghi il Premio trentino “Alcide De Gasperi”. In quell’occasione il presidente della Banca centrale europea ha pronunciato un discorso, del quale proponiamo alcuni stralci e che Marta Dassù ha ora raccolto nel volume Europa, sfida per l’Italia (Luiss University Press, pagine 217, euro 15,00) assieme ad altri interventi (tra i quali quelli di Sabino Cassese, Mario Monti, Pier Carlo Padoan).

Coloro che nel secondo dopoguerra volsero lo sguardo all’esperienza dei trent’anni precedenti conclusero che quei governi emersi dal nazionalismo, dal populismo, da un linguaggio in cui il carisma si accompagnava alla menzogna, non avevano dato ai loro cittadini sicurezza, equità, libertà; avevano tradito la ragione stessa della loro esistenza. Nel tracciare le linee dei rapporti internazionali tra i futuri governi, Alcide De Gasperi e i suoi contemporanei conclusero che solo la cooperazione tra i Paesi europei nell’ambito di una organizzazione comune poteva garantire la sicurezza reciproca dei loro cittadini.

L’azione comunitaria andava concentrata in ambiti in cui era chiaro che l’azione individuale dei governi non fosse sufficiente. La costruzione della pace, questo risultato fondamentale del progetto europeo, produsse immediatamente crescita, iniziò la strada verso la prosperità. L’integrazione economica costruita su questa pace produsse a sua volta miglioramenti significativi nel tenore di vita. Il mercato unico, uno dei principali successi del progetto europeo, non è mai stato soltanto un progetto diretto ad accrescere l’integrazione e l’efficienza dei mercati. È stata soprattutto una scelta dei valori rappresentati da una società libera e aperta, una scelta dei cittadini dell’Unione Europea.

Il progetto europeo ha sancito le libertà politiche, ha fin dall’inizio promosso il principio della democrazia liberale. È anche per queste libertà che oggi flussi imponenti di rifugiati e di immigrati cercano il loro futuro nell’Unione Europea. Una insoddisfazione crescente nei confronti del progetto europeo ha però caratterizzato gli ultimi anni del suo percorso. Per alcuni dei Paesi dell’Unione questi sono stati anni che hanno visto: la più grave crisi economica del dopoguerra, la disoccupazione, specialmente quella giovanile, raggiungere livelli senza precedenti in presenza di uno Stato sociale i cui margini di azione si restringono per la bassa crescita e per vincoli di finanza pubblica. In un breve arco di tempo [si sono prodotte] le conseguenze economiche della globalizzazione, in un mondo disattento verso la distribuzione dei suoi pur straordinari benefici. Mentre nelle economie emergenti questa ha riscattato dalla tirannia della povertà miliardi di persone, nelle economie avanzate il reddito reale della parte più svantaggiata della popolazione è rimasto ai livelli di qualche decina di anni fa.

È stata l’incompletezza istituzionale che non ha permesso di gestire il cambiamento imposto dalle circostanze esterne nel migliore modo possibile. La domanda è semplice ma fondamentale: lavorare insieme è ancora il modo migliore per superare le nuove sfide che ci troviamo a fronteggiare?

Per varie ragioni, la risposta è un sì senza condizioni. La massa critica di un’Europa che parla con una voce sola ha condotto a risultati ben oltre la portata dei singoli paesi. Quanto alle risposte che possono essere date soltanto a livello sovranazionale, dovremmo adottare lo stesso metodo che ha permesso a De Gasperi e ai suoi contemporanei di assicurare la legittimazione delle proprie azioni: concentrarsi sugli interventi che portano risultati tangibili e immediatamente riconoscibili. Tali interventi sono di due ordini. Il primo consiste nel portare a termine le iniziative già in corso, perché fermarsi a metà del cammino è la scelta più pericolosa. Avremmo sottratto agli Stati nazionali parte dei loro poteri senza creare a livello dell’Unione la capacità di offrire ai cittadini almeno lo stesso grado di sicurezza.

Pertanto, per salvaguardare una società aperta occorre portare fino in fondo il mercato unico. Ciò che rende oggi questa urgenza diversa dal passato è l’attenzione che dovremmo porre agli aspetti redistri- butivi, verso coloro che più ne hanno pagato il prezzo. È un compito che non è ancora definito a livello europeo ma che risponde alle caratteristiche delineate da De Gasperi: completa l’azione degli Stati nazionali, legittima l’azione europea.

In secondo luogo, se e quando avvieremo nuovi progetti comuni in Europa, questi dovranno obbedire agli stessi criteri che hanno reso possibile il successo di settant’anni fa. Dobbiamo trovare la forza e l’intelligenza necessarie per superare i nostri disaccordi e andare avanti insieme. A tal fine dobbiamo riscoprire lo spirito che ha permesso a pochi grandi leader, in condizioni ben più difficili di quelle odierne, di vincere le diffidenze reciproche e riuscire insieme anziché fallire da soli.

(Il discorso di Mario Draghi è tratto da www.ecb.europa.eu qui parzialmente riprodotto per gentile concessione)

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