mercoledì 2 dicembre 2015
«Valentino Manfredonia il pass per Rio 2016 l’ha già ottenuto da tempo. È stato il primo azzurro a qualificarsi per i Giochi Olimpici che si disputeranno in Brasile la prossima estate, perché lui è l’uomo delle sfide e quella che lo attende dall’altra parte dell’Oceano vale doppio: il pugile mediomassimo, infatti, è nato 26 anni fa a Jaboatão, a un passo da Recife. Eppure non conosce una parola di portoghese. Parla italiano e napoletano, come la famiglia che l’ha adottato poco dopo la nascita. «Vado a prendermi l’oro», assicura. A giugno, ai Giochi Olimpici Europei di Baku l’ha sfiorato perdendo la finale con il padrone di casa azero Teymur Mammadov. Poi, con la qualificazione per Rio già in tasca da aprile, si è operato alla spalla sinistra che gli dava problemi da un po’ di tempo. E ora, a distanza di cinque mesi dall’intervento, è tornato a colpire in allenamento. «È la stessa spalla alla quale avevo già subito un intervento - ricorda -. Sono andato sempre avanti e non mi sono curato bene. Già a gennaio-febbraio ha iniziato a farmi male, ma ho stretto i denti perché non potevo saltare un match per via della qualificazione». Ora come sta?«Abbastanza bene. Devo tornare al 101%. Meglio riposarsi ora che l’anno prossimo ho un solo un obiettivo» Ha rinunciato anche ai Mondiali. «Purtroppo sì. Farli era importantissimo, non ho mai partecipato a un mondiale. Mi sarei potuto far vedere dal mondo intero, ma che devo fare? Mi farò vedere l’anno prossimo». In un’Olimpiade da disputare nel “suo” Brasile. Lei è stato adottato prestissimo, tornare lì da campione e, magari, vincere sarebbe una sorta di riscatto? «Combatterò nella terra dove sono nato e quindi devo fare bella figura. Ma la mia famiglia è qui a Napoli, la mia casa è qui. È un qualcosa in più, ma io vado lì per prendere l’oro». Pensa mai ai suoi genitori naturali? «È normale, a volte sì. Quando sto sul letto, guardo il soffitto e a volte ci penso ma come si dice a Napoli: “e figli non song e chi è fa, ma è chi è cresce”. Per farli ci vogliono cinque minuti, per crescerli serve molta pazienza. Con i miei genitori ho un ottimo rapporto e guai a chi me li tocca». E il suo incontro con la boxe? «Ho iniziato a Napoli, mi ha cresciuto Guido De Novellis. Sono entrato in palestra a dieci anni per perdere un po’ di peso. Ero un po’ cicciottello: ero alto un metro e 60 e pesavo 115 kg. Mi misero a combattere con le ragazze. Ho detto: “qui non va bene”. Dopo quattro anni ho debuttato e ho vinto». Nella sua città l’hanno soprannominata “O’ Taisòn” ma lei si ispira più a Muhammad Ali. «Mi chiamano così perché assomiglio a Tyson, ma sono un bonaccione. Di Ali ho la stanza piena di poster. Mi piace il suo modo di pensare. Prima di un match si confrontava con il suo avversario mentalmente. Anche lui ha avuto una vita dura: lo hanno fatto fuori per un paio di anni, poi si è riscattato con il match con Foreman. È un grande. Attualmente grandi come lui fatico a vederne». Cosa significa per lei boxare? «È una bella domanda. Dentro di te hai qualcosa che vuoi esprimere. Sul ring sei un’altra persona. Tiri fuori qualcosa in più. Per strada giudichi qualcuno per come si veste, puoi essere anche un ragazzino che è preso in giro, ma sul ring puoi essere un grande pugile perché tiri fuori ciò che hai dentro». Lei ha iniziato subito a vincere, poi però, nel corso della sua carriera, c’è stato un black-out e ha mollato. «Sono stato fuori quasi tre anni, avevo altri pensieri. Mi scocciava anche che la spalla non si metteva a posto. Poi mi sono messo davanti a uno specchio e mi sono chiesto: “fino a quando vuoi fare questa vita?” Mi sono detto: io voglio fare pugilato. Ci provo, almeno posso dire di averci provato. E sono andato avanti, come sempre». Si è anche trasferito a Rimini a fare gelati. «La mia famiglia ha un’attività lì, mi sono iscritto a una palestra lì, la Ring Side Boxe, e ho iniziato ad allenarmi di nuovo. Il mio maestro mi disse: “Facciamo i campionati italiani” Gli risposi: se li faccio li voglio vincere. Ho fatto un’ottima preparazione per quattro mesi e ho vinto». I tanti tatuaggi sul suo corpo raccontano un po’ la sua storia. «Ho un maori che rappresenta il guerriero dentro di te; la scritta “prendi la vita giorno per giorno”; una corona dietro il collo perché non bisogna essere infedeli; sul cuore ho il bacio di mia mamma; poi un teschio fatto durante i tre anni in cui ero fermo e sul fianco la scritta in portoghese, per la mia ragazza, “Io appartengo a te e tu appartieni a me” e un pugno che sfonda un muro per dire che sono rinato». Ha già pensato a cosa tatuerà in futuro? «Ne devo fare uno con Vincenzo Mangiacapre, per la qualificazione. Lo aspetto. Poi quando prendiamo la medaglia ci mettiamo i cinque cerchi sotto». A Baku lei indossava sempre un rosario al collo. Quanto conta per lei la fede? «Me l’ha regalato mio padre dopo essermi qualificato. Anche se non mi segue, mi chiama sempre. Anche se spende tre euro a chiamata. Ce l’ho sempre con me. La fede è molto importante per la mia famiglia». Napoletano nel cuore e brasiliano nel sangue. Maradona o Pelè? «Maradona è meglio ’e Pelè (canta divertito, ndr) ». Qual è il sogno di Valentino Manfredonia dentro e fuori il ring? «Sul ring l’oro olimpico. Fuori, stare bene con la mia famiglia e pensare al futuro con la mia ragazza. Sono molto legato ai miei affetti. Anche alle tre sorelle… Sono in minoranza? Sì, ma io mi faccio rispettare! ».
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