venerdì 27 novembre 2015
Il lungo anno di Raimondo Lullo è appena cominciato. Si concluderà nel novembre del 2016 a Barcellona, con un convegno che sancirà, tra l’altro, la ripresa della collaborazione tra due delle maggiori istituzioni culturali intitolate a questo straordinario pensatore medievale: l’istituto di Barcellona, appunto, e quello di Palma di Maiorca, dove Lullo nacque nel 1232 e dove, in questi giorni, si tiene il convegno d’apertura delle celebrazioni per il settimo centenario della morte. Avvenuta a Tunisi o forse nella stessa Maiorca, in un anno che potrebbe essere il 1315 o il 1316. Un’incertezza che è stata sfruttata per rendere ancora più vasto il programma delle manifestazioni lulliane. È in quest’arco di tempo, in particolare, che ci si auspica arrivi a compimento il processo di canonizzazione di Lullo, proclamato beato da Pio IX nel 1850, ma venerato come santo fin dalla sua morte, che per molto tempo la tradizione popolare volle attribuire al martirio per lapidazione inflittogli dai saraceni. Precursore in molti campi, Lullo fu uno dei primi a teorizzare l’importanza del dialogo fra i monoteismi, al punto da considerare l’intero sistema della sua opera – la cosiddetta “Arte” – come un mezzo per avvicinare al Vangelo ebrei e musulmani. «Questa intuizione, oggi più attuale che mai, investiva anche la concezione dell’identità europea, che per Lullo aveva il suo centro nel Mediterraneo», spiega Alessandro Tessari, ricercatore presso il Raimundus-Lullus- Institut di Friburgo, in Germania. Già docente all’Università di Padova, Tessari è tra i più attivi sostenitori della diffusione del pensiero di Lullo, anche e specialmente nella prospettiva di una comune cultura euromediterranea. Ma in questione c’è molto altro, dall’uso del volgare (Lullo è considerato l’iniziatore della letteratura catalana) alla formulazione di un procedimento computazionale destinato a trovare eco nelle ricerche di Bertrand Russell e Alan Turing. «Per molti secoli – ricorda Tessari – le opere di Lullo non potevano mancare nella biblioteca delle persone colte. Isaac Newton, per fare un solo nome, era un suo lettore ed estimatore». La crisi di quella che, nelle università del Rinascimento, era insegnata come ars lulliana coincide con il suo stesso successo. Nel 1598 esce a Strasburgo, per i tipi dello stampatore Lazarus Zetzner, un’antologia degli scritti di Lullo, accompagnati dal commento di Giordano Bruno. Il libro, in realtà, contiene anche alcune opere apocrife, la cui proliferazione è favorita, tra l’altro, dalla difficoltà di districarsi nella strabiliante produzione dell’autore maiorchino, oltre 260 fra trattati, dialoghi filosofici, poemi e romanzi. Due anni più tardi, nel 1600, la condanna per eresia e la terribile esecuzione di Bruno contribuiscono a rafforzare i sospetti nei confronti di Lullo, anche perché gli opuscoli a lui erroneamente attribuiti si iscrivono nel filone, all’epoca molto fiorente, della speculazione alchemica e cabalistica. Una circostanza, questa, che ritarderà di qualche secolo il riconoscimento della sua santità da parte della Chiesa. Il Lullo autentico, del resto, non ha nulla di eterodosso per quanto, secondo la sua stessa testimonianza, l’Arte gli sia stata rivelata “per illuminazione” in un momento ben preciso della sua vita, e cioè nel 1274, durante un periodo di meditazione sul monte Randa, una delle principali alture di Maiorca. Il racconto di questa rivelazione è contenuto nell’autobiografia del pensatore, La Vita Coetanea, la cui versione italiana è stata approntata da Stefano Maria Malaspina per Jaca Book nel 2011. Nel nostro Paese, in questo momento, la bibliografia degli scritti di Lullo non è vastissima, ma è comunque sufficiente per apprezzare l’importanza di un autore che fu contemporaneo di Dante nell’estrema propaggine di un Medioevo già proiettato verso le svolte della modernità. Le Paoline, per esempio, hanno in catalogo Il libro del Gentile e dei Tre Savi curato da Sara Muzzi (2012), mentre si deve a Marta M. M. Romano l’edizione dell’Arte breve edita da Bompiani nel 2002.  Per i lettori di lingua catalana, invece, uno degli eventi dell’anno lulliano è rappresentato dal primo, imponente volume del monumentale studio dello specialista Pere Villalba i Varneda, Ramon Llull: Vida i Obres, disponibile anche in dvd-rom all’interno del cofanetto che contiene il documentario Raimondo Lullo, un uomo del nostro tempo (per informazioni: www.iec.cat). Il video è stato girato direttamente in italiano, con sottotitoli in catalano, spagnolo, portoghese, inglese, francese, tedesco e arabo, e si articola come un racconto del pensiero di Lullo attraverso le testimonianze dello stesso Tessari e di Patrizio Rigobon, docente di letteratura catalana e spagnola all’Università Ca’ Foscari di Venezia. In poco meno di un’ora, scorrono le immagini di preziosi manoscritti lulliani (celeberrimo il Breviculum, ossia il magnifico codice miniato della Vita Coetanea conservato a Karlsruhe) e si apprendono gli elementi salienti della vita di Lullo, rampollo di nobile famiglia che, già sposato e padre di due figli, diventa terziario francescano e intraprende l’impresa dell’Arte. Di opera in opera, questa costruzione assume sempre di più i caratteri di una summa alternativa a quelle allestite dalla Scolastica. L’intento rimane l’affermazione della verità, alla quale si accede attraverso la conoscenza e la combinazione delle dignitates Dei, gli attributi divini che Lullo dispone in un articolato meccanismo di “ruote” reciprocamente connesse. Sono dischi mobili, di dimensioni decrescenti, montati uno sull’altro in modo da rendere possibile la rispondenza fra lettere di alfabeti differenti: un dispositivo nel quale non è difficile riconoscere l’antenato delle odierne reti telematiche.  «Le sfere di Lullo non sono soltanto strumenti utili al calcolo o all’esercizio della mnemotecnica – insiste Tessari – ma hanno come obiettivo l’accrescimento della conoscenza riguardo a Dio e al mondo». Anche per questo, oltre che nella canonizzazione, gli studiosi di Lullo sperano nell’attribuzione del titolo di dottore della Chiesa. E forse il Christianus arabicus (aveva imparato la lingua del Corano per meglio confrontarsi con i musulmani) è proprio il santo di cui il XXI secolo ha bisogno per uscire dal labirinto dei fondamentalismi.
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