giovedì 3 marzo 2016
Gino Paoli: così ho scoperto Lucio Dalla
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La Casa di Lucio a Bologna stavolta è chiusa. In questi giorni d’inizio marzo, un anno fa pullulava di politici e cantanti, artisti di ogni disciplina e tanta gente comune per l’apertura voluta dai suoi eredi, chiamati a dare vita a quella Fondazione Dalla di cui invece si sono poi perse le tracce e ancora si sa poco o nulla. Sono questi i fatidici giorni di Lucio, che al Sanremo del 1971 aveva deciso di immortalare la sua data di nascita con 4/3/1943. Se ne sarebbe andato quasi lo stesso giorno, il 1° marzo, a 68 anni. Un anniversario, il quarto, che più che mai quest’anno avrebbe meritato che la sua casamuseo diventasse davvero una Piazza Grande, visto che ricorrono i 50 anni dall’uscita del suo primo album. Era il 1966 quando Lucio pubblicò il 33 giri 1999. In quel titolo l’anno ’66 veniva ribaltato e diventava ’99. Un gioco simbolico e grafico che sintetizzava anche la sua proverbiale e profetica proiezione verso il futuro. Visionario Lucio, ma ancora più preveggente fu il suo più grande sostenitore, capace di sfidare il pubblico e la riottosa discografia per proporre e imporre un personaggio che, negli anni in cui furoreggiava il volto bello e pulito di Gianni Morandi, incarnava l’antidivo per eccellenza. Basso, peloso, tutt’altro che bello e con quel modo di cantare tra scat, un po’ di beat dell’epoca e vibrati soul-blues che per un pubblico abituato al genere melodico era a dir poco insopportabile. «Mi resi subito conto che mi trovavo di fronte a un fenomeno assoluto mai visto prima – ci racconta l’ottantaduenne Gino Paoli, all’epoca sulla cresta dell’onda per Senza fine, La gatta e Il cielo in una stanza –. Rimasi folgorato da Lucio e me lo tirai dietro per un sacco di tempo. Per me era una sorta di elfo con una genialità e un talento talmente naturali che mi ero messo in testa di farlo emergere a tutti i costi come cantante. Aveva una totale capacità di inventarsi. Lui però, clarinettista che veniva dal jazz, non voleva assolutamente cantare. Io mi intestardii e feci bene». Paoli e Dalla si erano conosciuti nel 1963 a un Cantagiro dove Lucio suonava con i Flippers, un gruppo composto da Massimo Catalano (il “filosofo” re dell’ovvio a Quelli della Notte di Renzo Arbore) alla tromba, suo fratello Maurizio al basso, Franco Bracardi (l’ex pianista del Costanzo Show nonché fratello di Giorgio, con lui animatore alla radio di Alto Gradimento di Arbore e Boncompagni), il giornalista Fabrizio Zampa alla batteria e Romolo Forlai al vibrafono. Al Cantagiro accompagnavano Edoardo Vianello che quell’anno dominava con I Watussi. «Anch’io avevo avuto i Flippers come seconda orchestra nei miei tour – ricorda Paoli –. Lucio suonava il clarinetto con loro e quell’anno io ero al Cantagiro con Sapore di sale. In una delle tappe finimmo in un locale di Bologna dove suonava la Doctor Dixie Jazz Band (in cui militava anche Pupi Avati ndr). Lucio sul palco cominciò a cantare in scat inventando incredibili parole in un inglese maccheronico. Io avevo vicino un vero inglese che a un certo punto mi chiese di che parte degli Stati Uniti fosse quello strano cantante perché gli sembrava che parlasse un inglese molto americano, ma non riusciva a capire un accidente». L’anno dopo Paoli fa incidere a Lucio il suo primo 45 giri. Si tratta della cover di Careless Love, un successo di Bessie Smith e poi di Ray Charles, che nella versione italiana s’intitolava Lei. «Con il mio amico Gianfranco Reverberi, anche lui della scuola genovese – ricorda Paoli – decidemmo di investire su Lucio come cantante con l’etichetta Arc della Rca. Reverberi all’inizio ci rimise anche un pacco di soldi, perché ci vollero diversi anni prima che Lucio cominciasse a vendere qualche disco. Comunque a quella prima incisione Lucio aveva talmente vergogna che volle tutte le luci spente e anche dei paraventi perché nessuno lo vedesse cantare». Da funambolico clarinettista jazz a voce pop. E sempre grazie a Paoli arrivò anche la prima apparizione in pubblico da cantante. Era il 1965 e, rivela il suo mentore, «fu anche la prima volta che si fece un disco dal vivo, non solo in Italia ma forse al mondo. La Sala A della Arc era talmente grande che ci potevano stare trecento persone. Così ci portammo appresso le macchine della cabina regia e facemmo questo disco che s’intitolava Gino Paoli alla Studio A, dove io presentavo Lucio con il brano L’ora di piangere che è stato anche il suo secondo 45 giri». Arriva il fatidico 1966. Le vendite pressoché nulle dei primi due dischi di Dalla non fanno demordere Paoli che riesce a farlo esordire sul palco più importante della canzone italiana, quello del Festival di Sanremo. Paoli partecipa con La carta vincente, Lucio ci va con Pafff… bum!, scritta da Reverberi con il testo di Sergio Bardotti, storico sodale del primo Dalla insieme all’amico Gianfranco Baldazzi. Un brano beat in cui Lucio sfodera tutte le sue folli acrobazie vocali. Il pubblico gli gira ancora le spalle, ma alla radio Arbore e Boncompagni decretano il brano tra i vincitori del programma Bandiera gialla. Arriva finalmente il primo album che, come si usava ai tempi, contiene quasi tutti i singoli precedenti e alcuni inediti. Il disco si apre con il suo ultimo 45 da poco uscito, Quando ero soldatoche ribalta completamente l’ideale pacifista in voga in quel periodo con la guerra in Vietnam e si contrappone al Morandi di C’era un ragazzo che come me.  La guerra è dentro la nostra vita, nella nostra città, ogni normale giorno: «L’han dichiarata tutti d’accordo contro di me... ora son tanti a bombardare la vita mia». Tra i dodici brani di 1999 ce n’è uno che porta anche la firma dell’amico Luigi Tenco. È la cover di It’s a Man’s, Man’s, Man’s World di James Brown che diventa in italiano Mondo di uomini nell’adattamento di Bardotti e Tenco. Di quell’album Lucio riprese molti anni dopo il brano omonimo 1999 (in Ciao) e, con un titolo diverso ( Amici), come svelò “Avvenire”, il brano Tutto il male del mondo nell’album Canzoni. Il suo primo lp non vende che poche copie, ma Lucio non molla e l’anno dopo rieccolo a Sanremo, con Bisogna saper perdere. E quella volta volta Lucio perse un amico. Chiamato da Dalida, fu il primo a recarsi nella stanza a fian- co a scoprire riverso per terra il corpo senza vita di Luigi Tenco. «Io quella volta non c’ero – ricorda Paoli –, ma se ci fossi stato avrei fatto di tutto per fermare il Festival. Una fabbrica si ferma se un operaio muore. Mi aspettavo che Lucio facesse la stessa cosa e invece cantò come tutti gli altri. Poco tempo dopo ci vedemmo a Bologna e lo attaccai al muro. Non mi capacitavo che uno con la sua sensibilità fosse andato avanti. Ma mi rendo conto che nella vita si può sbagliare ed essere in buona fede. La nostra amicizia si interruppe per un po’, ma siccome eravamo legatissimi ci rivedemmo ancora un sacco di volte». Lucio della morte di Tenco cercò sempre di non parlare. Fu una lacerazione e quell’episodio gli procurò un irrisolto senso di colpa: «Non dormii per un mese intero» confessò anni dopo. A Sanremo ebbe la forza di tornare solo quattro anni dopo e fu decisivo per una carriera che aveva pensato di troncare. Quella volta, era il 1971, la sua Gesù bambino diventata 4/3/1943 oltre al plauso della critica, che già lo apprezzava, arrivò anche la risposta del pubblico e il 45 giri vendette. Fu la prima consacrazione di quel folletto della musica che proprio a Sanremo, quattro anni fa, salutò per l’ultima volta il pubblico con una bacchetta in mano guidando uno giovane all’avvio di carriera. «La sua morte mi ha letteralmente sconvolto, non riuscivo ad accettarla – ricorda Paoli –. Un dolore enorme che mi sono tenuto dentro in questi anni perché non sopporto le commemorazioni e gli omaggi. Non riuscivo a capacitarmi della fine di una persone con una vitalità così prorompente».
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