martedì 10 settembre 2019
Una mostra a Merano di Alterazioni Video vuole cambiare prospettiva sulle opere pubbliche italiane lasciate incomplete. Luoghi che per Marc Augé sono le "rovine della modernità
Alterazioni Video, Case popolari, Reggio Calabria, 2018 (Courtesy of the artist)

Alterazioni Video, Case popolari, Reggio Calabria, 2018 (Courtesy of the artist)

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Nel migliore dei casi li chiamano ecomostri, in molti altri non sembrano esistere nonostante abbiano una mole inequivocabile. Alcune diventano celebrità, altre vengono incorporate dall’abitudine, altre ancora risultano elise dal campo visivo come un trauma dalla memoria. Sono le opere pubbliche incompiute in Italia: palazzi, infrastrutture, impianti sportivi... Da alcuni anni il collettivo artistico Alterazioni Video ha messo al centro del suo lavoro questo “Incompiuto”, individuando in esso «il più importante stile architettonico in Italia dal secondo dopoguerra a oggi».

Attraverso video, installazioni e progetti di vario tipo spingono per «cambiare la percezione degli edifici incompiuti in Italia nati dalla speculazione degli ultimi trent’anni». Un cambio di sguardo che sposta «parcheggi senza uscite, dighe senz’acqua, stadi di polo senza cavalli» da oggetti osceni a landmark paradossali, dotati – grazie al fascino proprio del monumento/moloch – di una potente carica estetica.

Alterazioni Video, Viadotto Barche - Bomba Chieti, 2018 (Courtesy of the artist)

Alterazioni Video, Viadotto Barche - Bomba Chieti, 2018 (Courtesy of the artist)

Il lavoro di Alterazioni Video è protagonista fino al 22 settembre di una mostra a Kunst Meran Merano Arte, a cura di Christiane Rekade. È un repertorio impressionante, intriso di epica tanto visionaria quanto involontaria, e insieme di malinconia. L’immagine simbolo è una scala mobile isolata in una piccola valle che dall’erba sale verso il nulla.

Alterazioni Video intende sviluppare questa selva di incompiuti soprattutto come lessico base di un “nuovo stile” e per questo, paradossalmente, sembra sfuggirgli il cuore della scoperta. La sua lettura infatti tende a estetizzare l’incompiuto e quindi in un certo senso a normalizzare la natura “altra”, la dimensione totemica di questi luoghi. Hanno in sé un profondo senso dell’altrove. Sono forme “aliene” perché occupano un spazio che non sembra appartenere loro.

Un nuovo sguardo, anche privo di vergogna, non può evitare che questi siti (frutto di abusi, malversazioni, collusioni con la criminalità organizzata) restino specchi profondi e oscuri del nostro tempo. Nel momento in cui si trasforma, come fa Alterazioni Video, “Incompiuto” in un semplice logo di moda applicato a felpe e giacconi, girando uno spot in mezzo a pilastri di cemento del tutto contestualizzati, si sottopone iil fenomeno a una brandizzazione che più che rendere accettabile il problema torna a nasconderlo.

Gli astratti collage fotografici composti con elementi degli edifici di Giarre hanno l’effetto di completare l’incompiuto. Così accade quando Alterazioni Video rimonta singole parti dei siti nel disegno di una astronave che ricorda da vicino le città-macchina di Archigram: ma almeno in questo caso si apre una finestra sulla assolutezza di queste strutture che, come nelle visioni dell’architettura radicale, attraversano il paesaggio con un sonoro “Je m’en fous”.

Alterazioni Video, Villetta comunale, Calatabiano 2018 (Courtesy of the artist)

Alterazioni Video, Villetta comunale, Calatabiano 2018 (Courtesy of the artist)

Marc Augé, in un dialogo con Robert Storr organizzato da Alterazioni Video all’ultima Manifesta a Palermo, parla di «rovine della modernità». Augé in Rovine e macerie leggeva nei resti dell’architettura (antica e recente) la rivelazione di un «tempo puro», ossia un «tempo senza storia, di cui solo l’individuo può prendere coscienza e di cui lo spettacolo delle rovine può offrirgli una fugace intuizione».

In un certo senso, le forme dell’incompiuto sono rovine della modernità in senso retroattivo, perché antivediamo qui il destino degli edifici costruiti al tempo del moderno: cemento, acciaio, detrito tecnologico. Potrebbero essere, da questo punto di vista, i resti del “tempo in anticipo su se stesso” analizzato da Georges Gurvitch, ossia quel tempo che si proietta continuamente nel domani e che assume la forma del progresso continuo. In questi luoghi frana, così, l’ideologia borghese di un avvenire perennemente radioso, fondato sull’utopia di una crescita costante e infinita.

Si potrebbe osservare però che allo stesso tempo l’incompiuto non sono le rovine della modernità: scorre in questi luoghi un senso di violenza, con i termini ancora di Augé di «follia della storia». Questi oggetti sono piuttosto macerie: le macerie di qualcosa che non è mai stato.

L’incompiuto, però, non è di per sé una novità. Molti degli edifici nella storia dell’architettura sono rimasti incompiuti. Dove è la differenza? L’uso. Gli edifici antichi prevedevano la possibilità di essere usati a cantiere aperto e da incompiuti, e nell’uso hanno trovato una loro compiutezza. La modernità invece – anche dal punto di vista burocratico – non contempla il “non finito” e relega l’incompiuto in un limbo senza cittadinanza. Il nostro tempo non è più in grado di pensare a qualcosa che non abbia in sé la propria conclusione.

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