mercoledì 13 maggio 2020
Appena entrati nella nuova fase, quella “punt e mes”, anche il discorso sull’affidabilità dei dati e le norme da osservare è andato in crisi. Ecco perché
Il virus dà i numeri? Purché siano chiari
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Siamo alla Fase 1 e mezzo, più che alla Fase 2. Pochissime aperture e molti freni, che hanno suscitato prima polemiche, poi l’avvio di tavoli di contrattazione. I numeri sono i più importanti protagonisti delle diatribe: i numeri dell’epidemia da una parte, i numeri dell’economia dall’altra. Era chiaro fin dai primi giorni della Fase 1 che sui numeri ci sarebbe stato molto da discutere. La conta quotidiana dei morti non è bastata a convincere né i cittadini a continuare a stare a casa, né il Governo a concedere più agevolmente permessi e riaperture. La morte in questi mesi non ha avuto mai la pacata bontà dell’etimo concessale dai promotori dell’eutanasia. La morte non ha avuto neanche la ferocia dei resoconti di guerra, come quando la conta dei morti totali giungeva a battere fino a un morto ogni 4,6 secondi in un giorno, come riferisce crudamente Jonathan Littell per la Seconda guerra mondiale ( Le benevole, Einaudi). Non si tratta di giudizi morali, raramente la morte solleva le stesse reazioni. I problemi sono evidentemente altrove se l’epistemologia del virus si fa tanto controversa. Sarà il meno serio, ma tra i problemi c’è il valore che diamo ai numeri.

Viene ripetutamente rimarcata la necessità di chiarire i criteri sui quali si stima numericamente l’evoluzione del Covid–19. Le cifre quotidianamente fornite dalla PC nella Fase 1 (prima in conferenza, ora on line: contagi, positivi, guariti, decessi, terapie intensive) sono state e sono utili per valutare questioni sulle quali ogni giorno intervengono esperti, con opinioni diverse e a volte contrastanti: tra queste, la valutazione della decrescita dei contagi per stabilire l’inizio della Fase 2, il confronto tra il numero di decessi attuali rispetto a quelli di un anno fa, le discussioni sulla plausibilità dell’immunità di gregge in tempi fruibili. Il gergo quotidiano si è arricchito di termini scientifici ed è diventata consuetudine ragionare tra amici in termini di virus, picco epidemico, triage, droplet, fattore R0, comorbidità, anche con quanti finora non avevano mai mostrato interessi scientifici per la medicina e la microbiologia. La possibilità di accedere a molte informazioni serie e controllate, tramite le discussioni pubbliche di gruppi di esperti (vedi in Italia il gruppo Facebook Coronavirus – dati e analisi scientifiche) e l’accesso immediato a banche dati (vedi il sito https:// nextstrain.org/ncov/global per studiare la variabilità dei ceppi del virus), nonché molti ineccepibili resoconti divulgativi, aggiunti all’urgenza personale di capire la situazione: tutto ciò ha determinato un piccolo miracolo di cittadinanza scientifica. Ed ha convinto dell’importanza del lavoro congiunto tra scienza e politica (di cui discutevamo in queste pagine lo scorso 18 febbraio). Così la scienza ha compiuto un forte passo verso i non addetti ai lavori e ha chiarito a tutti la gravità della situazione epidemiologica e sanitaria.

Non è bastato questo per convincere tutti delle direttive della Fase 2 italiana, così timida da non meritare questo appellativo. E assistiamo perciò a una nuova social– polarizzazione: il partito di quelli che quasi preferivano proseguire con il lockdown, contro il partito di quelli per cui sono ancora troppe le ristrettezze imposte. I motivi sono molteplici ma sul senso dei numeri vale la pena una breve riflessione, se neanche uno sforzo divulgativo come quello in atto non ha permesso un’unanime convergenza dei pareri. Addetti ai lavori e non, in molti tra i più informati restano critici verso l’interpretazione dei resoconti numerici e grafici, verso i dati stessi contrapponendo le fonti (PC, Istat, Sismg, ATS), verso le strategie sociali intraprese in seguito alla lettura dei dati. L’incertezza sul modo di ottenere alcuni valori non è taciuta da nessuno. Il tasso di letalità è tra quelli fondamentali per stabilire come procedere, ma è ancora un dato grezzo, in quanto troppo oscillante e poco trasparente rispetto ad altri parametri da coinvolgere come età, sesso, malattie pregresse dei deceduti. Se i dati maggiormente affidabili restano quelli provenienti dai flussi ospedalieri, che dagli ospedali passano alle regioni e alla protezione civile, si solleva al contempo il problema dei decessi non ospedalieri. E ancora, il modo di contare i contagi dipende dal numero di tamponi effettuati, e il numero di tamponi effettuati è dipeso e dipende da volontà economica e politica; eppure, su questo numero si calcola la letalità, si basano i modelli descrittivi che cercano di capire cosa sia successo veramente, si abbozzano i modelli predittivi che cercano di delineare l’andamento della pandemia (sebbene questi non possano avere forza di prova).

La patente per la cittadinanza scientifica ha svelato che i numeri sono dei Giano bifronte. Al fascino del legame tra numero e certezza (Senza i numeri non si può né pensare né conoscere, Filolao, V secolo) si è aggiunta la consapevolezza di quella tra numero e dubbio (I numeri perfetti sono tanto rari quanto gli uomini perfetti, Cartesio, 1638). Da notare, però, che sono dubbi democratici, che autorizzano a discutere, che permettono verifiche, che non hanno alcuna aurea dogmatica e sono necessari a orientarsi nel presente. La ricerca scientifica così come la costruzione di modelli predittivi patiscono l’incertezza del processo scientifico di scoperta, come insegnò Popper. Secondo alcuni filosofi i numeri sono addirittura un fatto tra gli altri da tenere in conto e non soltanto le lettere di un linguaggio che rappresenta qualcosa al di fuori di sé (cf. P. Mancosu (ed.),â ¯The Philosophy of Mathematical Practice, Oxford 2008). Se la Fase 1 e mezzo è la via preferibile vista l’incertezza dei dati, viene da chiedersi perché la domenica della conferenza stampa del premier Conte o subito dopo non siano stati citati i criteri numerici e tecnici per cui si è preferita tanta cautela (vedi l’Allegato 10 al D.M. del 26 aprile 2020, GU Serie Generale n.108).

È giusto per tutti avere chiaro il tasso di probabilità di contrarre il virus in base alle misure di apertura attuate, come tale tasso venga ottenuto, quanto sia determinante il fattore R0, come valutarlo mancando simulazioni basate su popolazioni che attuano misure di contenimento. Un popolo che è stato bombardato di discussioni scientifiche è pronto a comprendere. Se i dati sono incerti, che l’incertezza sia pubblica e condivisa. Se tutto questo è vero, è essenziale ricordare che i numeri, pur lontani da far pretendere il sapere assoluto, forniscono l’unico sapere possibile in frangenti come l’attuale. Di fronte a tanti dubbi, dobbiamo e dovremo continuare a leggere e valutare il flusso quotidiano di dati. L’epistemologia del virus sollecita la pazienza. Buona Fase uno e mezzo.

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