martedì 6 dicembre 2016
"Uno scisma è una lacerazione: non si festeggia, ma ha avuto anche conseguenze positive. Ora però è tempo di una testimonianza comune". Parla il presidente della Pontificia Accademia della vita
Lucas Cranach il vecchio, "Martin Lutero", 1522 (WikiCommons)

Lucas Cranach il vecchio, "Martin Lutero", 1522 (WikiCommons)

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Non c’è da festeggiare uno scisma. Ma c’è da rallegrarsi, e molto, per un evento - il viaggio di Papa Francesco in Svezia - che è una tappa fondamentale nel cammino verso l’unità, anche se il cammino stesso non è certo concluso. Per questo la commemorazione dei 500 anni della Riforma luterana è un’occasione da cogliere al volo. Come del resto ha fatto il Pontefice con la sua visita nel Paese scandinavo. Pensieri e parole dell’arcivescovo Vincenzo Paglia, da decenni attivo sul fronte dell’ecumenismo e da qualche mese presidente della Pontificia Accademia della vita e Gran Cancelliere dell’Istituto "Giovanni Paolo II" per gli studi sul matrimonio e la famiglia. «Si apre una nuova epoca – afferma con gioia –. Sta a noi viverla nel modo corretto».

Dunque, anche lei appartiene alla scuola di pensiero secondo cui uno scisma non si può festeggiare?

«È ovvio. Uno scisma non si festeggia mai, perché le lacerazioni fanno male, producono drammi, tragedie e consuetudini divaricanti. Ma lo sguardo spirituale può farci dire: o felix culpa. Se infatti guardiamo la storia dal punto di vista di Dio, possiamo scoprire ricchezze anche nelle lacerazioni».

Ad esempio?

«Non è forse positivo il fatto che dalla data infausta della divisione si sia sviluppata nella tradizione protestante un’attenzione molto forte sulle Sacre Scritture? Oppure, per riprendere l’altro versante della divisione, quello dell’ortodossia, ci sia stato uno sviluppo straordinario della prospettiva liturgico-patristica e nella Chiesa cattolica una sottolineatura della dimensione universale e comunionale con la centralità del primato? Sono stati secoli di divisione, è vero, ma la Chiesa è più ricca ora, nonostante tutto, perché il Signore ha permesso che fossero evidenziate alcune dimensioni del cristianesimo che siamo chiamati a ricollegare una all’altra».

Lei è quindi d’accordo con il teologo valdese Paolo Ricca, il quale proprio su queste colonne sosteneva qualche giorno fa che la Riforma ha fatto bene anche alla Chiesa cattolica?

«Il Concilio di Trento è parte di quel processo che ora gli storici riconoscono come "riforma cattolica". I padri conciliari di allora, alcuni dei quali erano consapevoli dell’assenza della tradizione ortodossa e se ne dolevano, sentirono l’urgenza di ripensare il rapporto della Chiesa Cattolica con la propria tradizione e con il mondo moderno che era alle porte. Come ha fatto notare il Papa nel suo viaggio in Svezia, la grande domanda che "tormentava" Lutero era: "Come posso avere un Dio misericordioso?". Quella sete di Lutero era genuina e oggi possiamo comprenderla in maniera molto più evidente. Quindi la mia risposta alla sua domanda è sì. Al netto dello scisma, ha fatto bene anche alla Chiesa Cattolica».

Ma allora, alla luce di queste considerazioni, qual è il modo più corretto di vivere la commemorazione?

«Credo sia quello di approfondire per un verso ciò che ci separa e ciò che ci unisce sul piano teologico. E per l’altro di premere sull’acceleratore di tutto ciò che già ci unisce sia nella dottrina che nella prassi ecclesiale. C’è ancora troppa lentezza nella testimonianza comune. Quanti ulteriori campi di azione congiunta possiamo sin da ora percorrere, ad esempio nella carità, nell’impegno per la pace e per la salvaguardia del creato, nella lotta contro ogni violenza e nella difesa della dignità delle persone in tutte le età della vita e in tutte le condizioni in cui si trovano. Non è auspicabile inoltre la crescita di documenti comuni in questo tempo globalizzato? A mio avviso una delle dimensioni delle quali è necessario avere maggiore consapevolezza è che c’è un rapporto diretto tra la divisione dei cristiani e quella dei popoli e quindi che bisogna innescare una prospettiva virtuosa tra l’unità dei cristiani e l’unità dei popoli».

La statua di Martin Lutero a Wittenberg

La statua di Martin Lutero a Wittenberg


Sta dicendo che l’ecumenismo è non più solo una questione intraecclesiale?

«Esattamente. È divenuto anche un "servizio" per l’unità del genere umano. Una questione politica nel senso più alto del termine».

Tuttavia non si può nascondere che sul piano teologico, nonostante l’accordo sulla giustificazione, alcune distanze, ad esempio riguardo al ministero ordinato, siano oggi più marcate.

«Non c’è dubbio che il prolungarsi di cammini paralleli abbia accentuato alcune divaricazioni nel campo della dottrina teologica, come pure sulle scelte pastorali ed etiche. Se dei fratelli non si parlano per tanto tempo, è inevitabile che accada. Ma l’intensificarsi degli incontri, del dialogo e dei passi comuni ci aiuterà a liberare il rapporto dalle scorie della storia, dalla polvere che ha ricoperto gli stessi concetti teologici e dalle incrostazioni di conflitti ormai lontani nel tempo. Da cinquant’anni abbiamo ripreso a parlare. Ora ci vuole pazienza nel rielaborare e nel ricomprendersi vicendevolmente».

Il viaggio del Papa in Svezia è dunque un punto di arrivo o di partenza?

«È un punto di arrivo assolutamente momentaneo, che chiede una pronta ripartenza. Dobbiamo prendere coscienza che quel che ci unisce è più grande di quel che ci divide (cosa che finora non è stata proprio così chiara). Scontiamo un certo strabismo nei rapporti tra le Chiese e un po’ di pigrizia nel capirci. Il Papa ci sta mostrando come purificare gli occhi e aprire le orecchie per comprendere meglio la situazione».

E quindi a livello dell’ecumenismo per così dire di base?

«Vanno moltiplicati gli incontri per sconfiggere al più presto i luoghi comuni, cioè quelle diffidenze che resistono nonostante tutto. Inoltre non è possibile considerare il dialogo con i luterani, senza fare altrettanto con gli ortodossi. Anzi il dialogo dovrebbe essere trilaterale. Una sinfonia ecumenica che deve crescere, coinvolgendo anche il dialogo con le altre religioni e con l’intera umanità. A mio avviso il grande insegnamento che ci viene dallo "spirito di Assisi" è che se i cristiani accentuano la responsabilità verso il mondo e verso gli altri, saranno più capaci di comprendere il grande patrimonio di fede che li unisce. Più usciamo verso gli altri, più ci riscopriamo legati. Dio porta a dirigere in bene ciò che noi avevamo frantumato. Dunque lo ripeto: se questo è il cammino, o felix culpa, perché il Signore prepara una stagione nuova ancora più ricca.

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