lunedì 14 novembre 2016
Parla la teologa luterana Elisabeth Parmentier: «A favorire l’ecumenismo è anche l’atteggiamento sempre più materno assunto dalla Chiesa nella società»
La cattedrale di Lund, in Svezia, sede della storica preghiera ecumenica del 31 ottobre scorso (Wikimedia Commons)

La cattedrale di Lund, in Svezia, sede della storica preghiera ecumenica del 31 ottobre scorso (Wikimedia Commons)

Qualche anno fa, invitata a parlare sul futuro dell’Unione Europea, la teologa luterana Elisabeth Parmentier aveva proposto una similitudine che molti ancora ricordano. È come se una donna fosse incinta di due gemelle, spiegava: una si chiama Paura, l’altra Speranza. Tutto sta a vedere chi avrà la meglio. Ora come ora la pastora Parmentier sembra un po’ meno ottimista: «La mia impressione – dice – è che in Europa e nel mondo sia la paura a prevalere. Ma questa può essere un’opportunità per i cristiani. Anzi, è un invito a proseguire con convinzione ancora maggiore nel cammino del dialogo ecumenico».
Docente di Teologia pratica alla Faculté de théologie di Ginevra, Elisabeth Parmentier è nota anche al lettore italiano grazie ai saggi editi nel nostro Paese da Edb (La Scrittura viva, 2007) e Qiqajon (Donne in concorrenza?, sull’episodio evangelico di Marta e Maria, 2014). Nei giorni scorsi ha partecipato al convegno su “Giubileo della Misericordia, giubileo della Riforma: una prossimità feconda?”, organizzato a Padova dalla Facoltà teologica del Triveneto. Un’occasione di studio resa straordinariamente attuale dal viaggio di papa Francesco in Svezia, durante il quale è stata sottoscritta a Lund la Dichiarazione congiunta tra la Chiesa cattolica e Chiese luterane: «Abbiamo imparato – si legge nello storico documento – che ciò che ci unisce è più importante di ciò che ci divide». Detto altrimenti, quello che un tempo divideva oggi può unire. La lettura della Parola di Dio, per esempio.
«È vero – ammette la professoressa Parmentier – per un lungo periodo l’interpretazione della Scrittura ha rappresentato un elemento di scontro fra le Chiese, ma in questo momento è diventata finalmente luogo di incontro e di confronto. Questo non significa che l’avventura dell’interpretazione possa considerarsi conclusa. Al contrario, la Scrittura, in quanto realtà viva, resta sempre in discussione. Distinzioni e sottolineature differenti si riscontrano ancora oggi e, per paradossale che possa apparire, risultano più accentuate all’interno del mondo protestante».
A che cosa si riferisce?
«
Al letteralismo che contraddistingue alcune confessioni evangelicali e che si risolve spesso in un atteggiamento di tipo esclusivamente morale. È come se, per ribadire l’autorità della Scrittura, si volesse rinunciare al patrimonio della critica storica e filologica. Bisogna evitare le generalizzazioni, è chiaro. Ma non possiamo dimenticare come il dialogo attuale affondi le sue radici nella tradizione dell’Umanesimo, dal quale ci viene la capacità di leggere in chiave critica il testo biblico».
Qualcosa che divide cattolici e protestanti però c’è ancora. Di che cosa si tratta?
«A mio avviso il problema fondamentale è costituito dalla visione della Chiesa. Da parte delle denominazioni protestanti si potrebbe anche arrivare al riconoscimento del Papa come primus inter pares, ma questo passo dovrebbe essere preceduto da una revisione della struttura ecclesiale da parte cattolica. Non è solo questione di organizzazione gerarchica, ma di articolazione e visione della Chiesa. Ed è precisamente da questo che discende la possibilità di instaurare un dialogo ecumenico capace di arrivare a un accordo più vasto e puntuale».
Il discrimine, dunque, non sta più nella dottrina sulla giustificazione?
«Su questo la controversia si è chiusa definitivamente nel 1999, con la Dichiarazione congiunta sottoscritta da cattolici e luterani. Da allora siamo consapevoli che tra i cristiani non esiste più alcun disaccordo in merito alla natura e alla portata della salvezza. Lo stesso tema della misericordia, che tanta rilevanza ha avuto quest’anno nella Chiesa cattolica per via del Giubileo, appartiene fin dalle origini alla spiritualità protestante. Sul versante sacramentale, poi, la consonanza è ormai completa non solo per quanto riguarda il Battesimo, ma anche per l’Eucaristia, nella quale anche i luterani, pur non adottando la definizione cattolica di transustanziazione, riconoscono comunque la vera presenza di Cristo».
Eppure l’ordinazione ministeriale rimane un punto critico.
«Per il motivo che sottolineavo in precedenza, ossia la diversa visione di Chiesa che ci caratterizza. Il pastore luterano non ha alcuna investitura sacramentale e questo non può non porre un problema di reciprocità nei confronti del cattolicesimo».
Anche la valorizzazione del carisma femminile va considerata in questa prospettiva?
«La mia convinzione è che già adesso, all’interno della Chiesa cattolica, molte donne svolgano un servizio pastorale al di fuori del ministero ordinato. Sarà proprio questa esperienza concreta a far progredire la coscienza dell’importanza della donna in ambito ecclesiale, probabilmente attraverso la strada del diaconato. Più complesso è semmai il discorso del celibato sacerdotale, che per i cattolici costituisce una componente molto forte e direi quasi irrinunciabile della propria identità simbolica».
Quali sono le novità introdotte da papa Francesco nel dialogo ecumenico?
«Bergoglio ha il carisma di una grande intelligenza teologica. La sua è una visione radicalmente cristologica della realtà, che lo porta a trasformare in messaggio di riconciliazione la sua stessa persona e le sue stesse azioni. In questo mi pare evidente il portato degli Esercizi spirituali ignaziani e, nella fattispecie, dalla pratica del discernimento, che porta a distinguere continuamente fra ciò che è prudente e ciò che è urgente, nell’ecumenismo così come nella Chiesa cattolica».
In che modo il contesto della secolarizzazione influisce sulla riconciliazione fra i cristiani?
«Negli ultimi decenni i cambiamenti sociali hanno fatto sì che la Chiesa assumesse una funzione diversa. Al riferimento normativo del passato è subentrato un atteggiamento che definirei terapeutico, diaconale, materno. Più femminile, se così vogliamo considerarlo. Questo, lo ripeto, dipende da una domanda sempre più diffusa, che sicuramente ha nella solitudine prodotta dalla secolarizzazione una della sue motivazioni più riconoscibili. A ben pensarci, però, anche gli obiettivi primari indicati dalla Dichiarazione congiunta di Lund, come la cura dell’ambiente e l’accoglienza dei migranti, chiamano in causa questa dimensione terapeutica e materna, squisitamente femminile, della Chiesa».
Ma per lei, personalmente, che cosa significa essere luterana?
«Per me la libertà del cristiano sta al cuore della spiritualità di Lutero. È un dono straordinario e, in quanto tale, non va frainteso. Non si traduce nella licenza di fare tutto quello che si vuole, ma implica la consapevolezza di essere stati liberati, una volta per tutte, dalla preoccupazione di noi stessi. Questo induce a vivere nella gratitudine e, nello stesso tempo, permette di rivolgersi agli altri senza più timore. Nei suoi scritti Lutero insiste molto nella presenza del diavolo, del peccato e della morte nelle nostre esistenze. Il suo è il linguaggio dell’epoca, ma il messaggio rimane inalterato nel tempo. La separazione tra Dio e l’uomo oggi assume l’aspetto di una solitudine assoluta, che induce a un’assoluta disperazione. Essere luterana, per me, significa sapere di non essere mai sola, nella certezza che perfino la morte, l’ultimo nemico, è già stata sconfitta da Cristo».

© Riproduzione riservata

ARGOMENTI: