sabato 9 maggio 2015

Questa sera alle ore 20.45, presso il Centro Congressi Giovanni XXIII di Bergamo, il teologo protestante tedesco Jürgen Moltmann terrà una lectio sul tema «Pensare la speranza. Credere nel futuro per vivere nel presente». La serata si tiene nell’ambito di Bergamofestival, quest’anno dedicato al tema «Fare la pace» e in corso fino al 24 maggio (info: www.bergamofestival.it). Moltmann, uno dei più noti teologi del secondo ’900, discepolo di Ernst Bloch e famoso per la sua opera «Teologia della speranza» (Queriniana, 1970), sarà introdotto da don Massimo Epis, direttore della Scuola di teologia del Seminario vescovile di Bergamo e vicepreside della Facoltà Teologica dell’Italia settentrionale. Qui pubblichiamo un estratto della sua lectio.I cristiani sono capaci di futuro. Ma di quale futuro? Come si può poi parlare di futuro, se non è ancora nemmeno cominciato? Come si possono raccontare gli avvenimenti che si approssimano, ma che non sono ancora affatto accaduti? Non si tratta di infondati desideri o di visioni angosciose e altrettanto infondate? Non è meglio dire, con Albert Camus: «Pensare lucidamente e non sperare in nulla?»No, nella speranza cristiana non parliamo dei nostri desideri e delle nostre angosce, e nemmeno del futuro in sé. Parliamo di Gesù Cristo e del suo futuro. Noi ricordiamo la storia di Gesù Cristo: il suo venire in questo nostro mondo, la sua lieta novella del Regno di Dio per i poveri, i malati e i bambini, la sua sofferenza e la sua morte in croce - e la sua gloriosa risurrezione, con la pienezza della vita eterna che egli ha rivelato. La speranza cristiana nel futuro di Dio ha il suo saldo ancoraggio nel rendere presente la sua storia e la sua risurrezione. E nel mezzo della storia c’è la sua croce. La croce nella comunità di Cristo è la pietra dello scandalo per tutti gli spiriti utopici e apocalittici. Solo quel che ha consistenza davanti al volto del Cristo crocifisso è speranza cristiana. Con il segno della croce vengono infatti scacciati anche gli spiriti malati e maligni dai posseduti. Solo dietro la croce sul Golgota sorge il sole della risurrezione. Solo al di là della croce di Cristo spunta l’aurora del nuovo mondo di Dio. La speranza cristiana non è affatto ottimismo, che promette alle persone di successo giorni migliori. La fede in Cristo diffonde speranza laddove altrimenti non c’è più niente da sperare.  Con le braccia della speranza cristiana abbracciamo il mondo intero e non diamo niente e nessuno per perduto. Siccome il Cristo risorto ha il suo futuro in Dio, egli non è soltanto il Redentore delle nostre anime,  ma anche il Riconciliatore del cosmo. Dalla sua venuta ci attendiamo perciò la grande trasformazione del mondo «dal corpo corruttibile all’incorruttibilità e dal corpo mortale all’immortalità», come annuncia l’apostolo Paolo secondo l’esempio del profeta Isaia.  Cristo verrà, però noi facciamo esperienza della sua presenza già qui e ora nella parola del Vangelo e nello Spirito che ci rende vivi; noi facciamo esperienza della sua presenza già nel battesimo e nella comunione; noi facciamo esperienza della sua presenza in compagnia dei credenti e in compagnia dei poveri e dei malati. Più intensamente facciamo esperienza del fatto che Gesù vive e più chiamiamo «Maranatha, vieni Signore Gesù», vieni presto (Ap 22, 20).  Resistenza e anticipazione sono virtù di coloro che sperano. Nella sofferenza, nelle delusioni, nei dolori e nelle preoccupazioni la speranza cristiana mostra la sua forza confortante e resistente. È confortante resistere nei dolori e nelle preoccupazioni sapendo che questa non è la fine, ma che proprio lì c’è ancora qualcosa che viene. È incoraggiante non capitolare di fronte all’irrevocabile, ma restare saldi nella protesta. In forza della speranza non ci arrendiamo, ma rimaniamo inquieti e insoddisfatti in un mondo ingiusto e violento. Nessuna riconciliazione con il male! Nelle situazioni di sofferenza la grande tentazione è arrendersi. Io stesso ho corso questo rischio quale prigioniero di guerra della Seconda guerra mondiale. Le promesse di Dio che risvegliano la nostra speranza ci mettono spesso in contraddizione con le esperienze del nostro ambiente. Il nuovo mondo di Dio tanto sperato e il vecchio mondo di cui abbiamo esperienza, in cui viviamo e soffriamo, si contraddicono. In tali situazioni l’ombra della croce cade su di noi. Incominciamo a soffrire per un mondo ingiusto e violento, perché contraddiciamo l’ingiustizia e la violenza. Se non sperassimo in nulla, allora ci adatteremmo: il mondo è in fondo quel che è. Il fatto che non ci adattiamo è frutto dell’inestinguibile fiaccola della speranza che abita in noi. In forza della speranza nel nuovo mondo di Dio gli ebrei e i cristiani oppressi hanno raccontato delle contro-storie sul corso di questo mondo. Si tratta delle storie di risurrezione del profeta Ezechiele, capitolo 37: guarda, qui è la pianura che era piena di ossa inaridite dei popoli passati - però ascolta, lì viene lo spirito di Dio che le risveglierà e riporterà i morti in vita. Perciò non arrenderti: la morte non ha l’ultima parola. Ci sono le contro-immagini apocalittiche nella rivelazione di Giovanni della 'grande prostituta Babilonia', che presto cadrà, e tutti sapevano che con questo si intendeva Roma e l’impero romano, che perseguitava ebrei e cristiani. L’immagine della 'Gerusalemme celeste', che verrà sulla terra e avrà durata eterna è una contro-immagine della Roma imperiale, che si faceva celebrare come 'città eterna'. Lo stesso titolo Signore nella confessione 'Signore è Gesù Cristo' è un contro-titolo avverso ai potenti imperatori romani, che si facevano esaltare quali 'signori del mondo'. L’annuncio di Dio nel nome del Cristo crocifisso è in queste condizioni un discorso sovversivo di Dio. Molti dominatori hanno percepito che la Bibbia per loro è un libro pericoloso, perché chiama alla resistenza, come hanno fatto i cristiani in Corea nel 1919. «Signore, nostro Dio, altri padroni, diversi da te, ci hanno dominato, ma noi te soltanto, il tuo nome invocheremo » (Is 26,13): così diceva il popolo prigioniero a Babilonia rivolgendosi al Dio di Israele. Questo passo è stato molto amato nella Chiesa confessante durante la resistenza contro la dittatura nazista in Germania. Nella vita della speranza non facciamo però solo esperienza di contraddizioni e sofferenze, ma anche di segni premonitori e di anticipazioni. Non possiamo permetterci di dire che questo modo è malvagio e ritirarci alla vita privata, mentre possiamo «vincere il male con il bene», come consigliava Paolo nell’Epistola ai Romani 12, 21. Perciò dobbiamo intervenire nella vita politica e sociale del nostro popolo e lottare per la verità nella politica e per il diritto dei poveri; non con violenza, ma con metodi non violenti, come insegna la teologia Minjung (Corea del Sud). Questa era la speranza del movimento Social Gospel in America, questa era la speranza della teologia della liberazione in America Latina, questa era la speranza del movimento dei diritti civili negli Stati Uniti e questa è la speranza del movimento ecologico in Europa: «Un altro mondo è possibile». Però prima di poter cambiare qualcosa in direzione del bene dobbiamo essere disposti a cambiare noi stessi. Lo Spirito della vita ci risveglia dal nostro egoismo, dalla nostra indifferenza verso gli altri. Sentiamo la passione per la vita e apriamo il nostro spirito e le nostre mani alla volontà di Dio. «I prodigi del mondo futuro», di cui parla la Lettera agli Ebrei 6,5, ci invitano ad agire.

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