venerdì 10 settembre 2010
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«Atteso, attesissimo, oggetto di trepidanti aspettative… Così ho letto a proposito di questo film per settimane. Anche il ferramenta mi ha chiesto di Venezia. Non ne potevo più di tutta questa attesa. Stamattina avete visto un film, solo un film, che purtroppo non è Il Gattopardo, ma un lavoro con attori che hanno dato se stessi». Così, con un piccolo sfogo, ha inaugurato l’incontro con la stampa italiana Saverio Costanzo (figlio di Maurizio), in concorso con La solitudine dei numeri primi, che ha diviso gli addetti ai lavori raccogliendo applausi e fischi. Distribuito oggi nelle sale da Medusa in 380 copie, il film è tratto dal fortunatissimo, omonimo romanzo di Paolo Giordano, sceneggiatore insieme a Costanzo, e racconta di Alice (un’Alba Rohrwacher dal corpo scarnificato, dolente, capace di esprimere tutto il non detto) e Mattia (Luca Marinelli, per la prima volta sul grande schermo), segnati da due tragedie accadute durante l’infanzia e alla continua ricerca di un modo per stare insieme. Per usare le parole dello stesso regista, «è la storia di due corpi, del loro stravolgimento durante un ventennio. Un horror sentimentale sulla famiglia e sulla sua impossibile emancipazione, accompagnato dalle note blu elettrico di un synt analogico».«Quando il produttore Mario Gianani mi ha fatto leggere il romanzo – spiega Costanzo – mi sono proposto come sceneggiatore, ma non pensavo di passare dietro la macchina da presa. Poi il libro è cresciuto commercialmente, non sarebbe stato possibile affidarlo a un’esordiente, come pensavamo di fare all’inizio, e ho quindi accettato di dirigerlo».Aggiunge Giordano: «Le idee di Saverio sul film erano sin dall’inizio molto vicine alle mie anche se tra scrittura e riprese avviene un salto sorprendente. In ogni caso quando cedi i diritti di un libro la tua opera diventa di qualcun altro e io non soffro di ansia da possesso. Se sei morbosamente attaccato a quello che hai prodotto, allora non lo devi dare a nessun altro. Vedendo il film è come se per la prima volta avessi letto il mio libro».Ad affascinare Costanzo sono state soprattutto le prime due immagini del libro. «Con il racconto della caduta di Alice e l’abbandono della sorella da parte di Mattia – dice – Giordano è riuscito a dare concretezza all’archetipo del dolore, alla ferita originaria dalla quale cerchiamo di emanciparci. Tutti si identificano con quella inadeguatezza». E a proposito del lavoro con gli attori, Costanzo spiega: «Volevo riflettere sull’etica dei corpi dei personaggi, raccontandoli con una piccola epica che dura vent’anni, in un’epoca in cui i più giovani sono stati distratti dal rumore forte della tv, della musica tecno, degli applausi. E poi negli ultimi venti minuti del film, quelli a cui tengo di più, arriva il silenzio, ancora più assordante del rumore. Credo però che il dolore descritto nel romanzo sia irrapresentabile, per questo ho preso a prestito elementi di un genere come l’horror, che consente di esprimere la sofferenza con ironia, senza ricatti. E poi ho cercato di rendere tutto il più finto possibile, perché il cinema non è la realtà, ma la sua rappresentazione». E la Rohwacher: «Per la prima volta sono arrivata a un personaggio attraverso un lavoro così drastico sul corpo, e proprio arrivando a quel corpo ho capito davvero chi è Alice».
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