giovedì 8 febbraio 2018
L'indagine dopo la morte del 21enne Linas Rumsas. Tra gli arrestati dalla polizia di Lucca il proprietario e l'ex direttore sportivo di una della maggiori squadre dilettanti
Ombre di doping sul ciclismo, anche tra i più giovani (Ansa)

Ombre di doping sul ciclismo, anche tra i più giovani (Ansa)

Ormoni per la crescita, antidolorifici a base oppiacea, Epo in microdosi. Li sistemavano anche nei frigo di casa, sotto frutta e verdura. Pronti da somministrare ai «bimbetti» del ciclismo, come li chiamavano: giovanissimi col sogno di diventare campioni, traditi da chi la passione per lo sport avrebbe dovuta insegnargliela, non iniettarla in vena.

Sono finiti in manette i vertici di una delle maggiori squadre dilettanti del ciclismo italiano, la lucchese Altopack. La misura degli arresti domiciliari è stata disposta per sei persone: il proprietario del team, i suoi genitori, il direttore sportivo, il preparatore atletico, un amico farmacista. Altri 17 gli indagati dalla procura di Lucca, coinvolti in una "macchina" del doping i cui ingranaggi funzionavano alla perfezione.

C'è un noto medico sportivo, che forniva consulenze sull'utilizzo dei farmaci dopanti. C'è un avvocato del foro di Lucca, che essendo a conoscenza di quel che accadeva in squadra forniva ai dirigenti indicazioni su come eludere le indagini. C'è pure la compagna del proprietario del team, alla quale secondo gli inquirenti era affidato il compito di portare i farmaci in gara, per assicurarne la pronta somministrazione agli atleti.

La "cupola" del doping si avvaleva di molte braccia e soprattutto della casa dei genitori del proprietario della Altopack, dove i giovani atleti venivano invitati per doparsi al sicuro, lontano da pericoli e occhi indiscreti. «Se vuoi andare forte te lo dico... se no fai come ti pare» ripetevano i dirigenti, intercettati, che sceglievano gli atleti più promettenti, li irretivano con promesse di successo, li spingevano verso il doping con ogni scusa: «È inutile se te lo inietti in pancia. Il problema è che se si aggancia a una pallina di grasso ti resta lì, capito il problema... quindi dovresti fare in vena qui sotto il braccio, che non c'è grasso, capito?».

Pensare che l'inchiesta della procura di Lucca era partita in seguito agli accertamenti sulla morte del 21enne Linas Rumsas, promessa del ciclismo dilettantistico, avvenuta in città nel maggio dell'anno scorso. Il giovane – che correva per il Velo Club Coppi Lunata, team ciclistico di Capannori associato all'Altopack – aveva partecipato a gare particolarmente dure, prima di morire, riuscendo a conseguire risultati di gran lunga superiori a quelli ottenuti in passato.

Un indizio che aveva fatto sorgere il sospetto che potesse essersi dopato, insieme al particolare che fra i direttori sportivi della squadra vi fossa anche il padre Raimondas Rumsas, ex ciclista di fama in passato già coinvolto insieme alla madre in storie di doping. È stata perquisita anche l'abitazione di quest'ultimo e del fratello maggiore di Linas, anche lui promessa del ciclismo. Il ragazzo, a Lucca di ritorno da un'importante competizione sportiva, è stato sottoposto dai medici della Federazione nazionale di ciclismo (Fci) a prelievo di sangue e urine. Positivo ad un potente ormone per la crescita, è stato denunciato per frode sportiva e sospeso dalle competizioni agonistiche per quattro anni.

E proprio la Federazione ora promette «il massimo della durezza nel proprio ambito di intervento» per una vicenda «gravissima» che rischia di infangare nuovamente e pesantemente il mondo del ciclismo italiano. «Il problema però – commenta l'esperto Dario D'Ottavio, referente del Consiglio nazionale chimici per il contrasto al doping, già membro della Commissione per la vigilanza e il controllo sul doping e per la tutela della salute nelle attività sportive del Ministero della Salute e consulente per numerose procure – resta quello che viene prima del doping, e cioè la medicalizzazione spinta nel ciclismo e nello sport in generale. Ai nostri giovani atleti viene insegnato ad assumere bicarbonato, caffeina, ferro, antidolorifici, antinfiammatori. Si tratta di sostanze legali, di cui c'è piena disponibilità e che tuttavia vengono assunte al di fuori di una necessità clinica, spesso con la connivenza o anche la semplice tolleranza dei preparatori sportivi». Risultato: comincia l'assuefazione. D'Ottavio la chiama la "catena del doping": «Si parte con gli integratori, si passa ai farmaci consentiti, poi a quelli vietati, infine al doping e alla tossicodipendenza». E finché il fenomeno riguarda gli adulti, gli atleti amatoriali, è un conto: «Ma quando in questo entrano i ragazzi, addirittura i minorenni, allora davvero le misure di contrasto e di punizione devono essere durissime».

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