mercoledì 11 ottobre 2017
Il concetto agostiniano di “guerra giusta” è un’altra cosa, come spiega il libro di Malcom Lambert sulle dimensioni della vita religiosa e militare della cristianità e della cultura islamica
Miniatura medievale con scene della crociata di Luigi IX, nel 1249

Miniatura medievale con scene della crociata di Luigi IX, nel 1249

Ci sono voluti anni di polemiche per far capire a giornalisti e a politici che il jihad è di genere maschile, non femminile: non la jihad, bensì il jihad. La ragione di tanta ostinazione da parte loro nel “femminilizzare” il termine, era semplice: essi lo pensavano come l’equivalente in arabo dell’espressione “guerra santa”, ovviamente femminile, e si comportavano di conseguenza.

Ora, che nel mondo tanto cristiano quanto musulmano esista la dimensione della “guerra santa” (che cioè “santifica” per il semplice fatto di esser combattuta) è insostenibile: vero è tuttavia che tale espressione è stata sovente usata nei contesti retorico e propagandistico (non mi risulta teologico e giuridico). Nel mondo cristiano, il concetto agostiniano di iustum bellum è altra cosa: e a collegare la crociata al godimento di un’indulgenza plenaria è sempre stata comunque necessaria una decisione pontificia legittimata da un documento specifico, una bulla. Quanto all’islam, il jihad è lo sforzo speciale del fedele in una direzione grata a Dio, e ogni volta indicata dai teologi-giuristi. Vero è d’altronde che chi cade in crociata o in jihad è martyr o shahid: cioè, in entrambi i casi, “testimone della fede”.

Ecco perché il bel libro di Malcolm Lambert, il cui titolo, Crociata e jihad. Origini, storia, conseguenze (Bollati Boringhieri, pagine 462, euro 26.00), può ingannare chi vi si rivolga (opera di sintesi molto adatta per gli studenti) per comprendere quali siano le effettive somiglianze e le differenze tra queste due dimensioni della vita religiosa, spirituale e militare della cristianità e dell’islam: la crociata appunto, ormai superata e accantonata (per quanto qua e là qualche imbecille ne invochi ancora di “nuove”), e il jihad, che resta viceversa una dimensione viva nel contesto del mondo musulmano. Ma il fatto che le due parole non indichino proprio la stessa cosa è sufficiente a scoraggiare qualunque pretesa analogica e pertanto qualunque deduzione pseudopolitica.

È una sciocchezza, in altri termini, chiedersi perché l’islam non rinunzia al jihad dal momento che l’Occidente (il quale da parte sua ha smesso da oltre due secoli di essere una “cristianità”) ha rinunziato alla crociata… e passar sopra ad esempio al fatto che al colonialismo, ai suoi effetti e alle sue conseguenze noi non abbiamo rinunziato affatto, ed è ciò, ben più della memoria della crociata, a render difficili i nostri rapporti con l’islam.

Risulta però un po’ deludente e strano che uno studioso dell’esperienza e della competenza di Malcolm Lambert (docente a Bristol, studioso di teologia, medievista, specialista dei rapporti del mondo cristiano con paganesimo europeo ed eresie) apra le riflessioni conclusive del suo libro con un paragone tra la crociata come fatto che l’Occidente ha accantonato e quasi rinnegato e il jihad che invece, restrittivamente inteso come «guerra santa in difesa dell’islam», vive ancora. Il che sembra dimenticare che l’Occidente non si è allontanato tanto dalla crociata quanto dal cristianesimo in quanto tale, cioè non è più una “cristianità”; e che ad animare il jihad e lo stesso terrorismo odierno è la situazione del mondo musulmano, in particolare del Vicino e Medio Oriente odierni, dopo la pessima riorganizzazione di quell’area imposta dai vincitori della prima guerra mondiale e quella, forse peggiore, che si sta preparando in questi mesi.

Ciò inficia le sue stesse conclusioni elogiative nei confronti del pur venerabile Mohammad Fathi Osman, ex aderente ai “Fratelli musulmani” poi allontanatosene per un proficuo lavoro di meditazione e di ricerca sui temi della pace e della convivenza, secondo il quale il jihad non viene superato solo a causa del fatto che i musulmani non conoscono la piena libertà politica.

L’unico appunto che si può fare a questo libro è che in esso invano si cerca un capitolo nel quale si vorrebbe partitamente esposta la genesi teologica, giuridica e culturale tanto dell’idea di crociata quanto di quella di jihad. Pochissimo si trova di ciò: per esempio, a Raimondo Lullo è dedicata solo una pagina scarsa; Marino Sanudo “il Vecchio” è appena nominato; Nicola Cusano, Suarez e Vitoria non sono ricordati; delle fondamentali meditazioni di Carl Schmitt, ne Il nomos della terra, sul rapporto fra crociata e ius publicum europaeum non v’è traccia.

In cambio – e questo è un pregio straordinario del lavoro di Lambert – la storia dell’islam e della cristianità prima, dell’Occidente secolarizzato poi, in termini di scontro militare è davvero esemplarmente condotta: e porta d’un fiato dal VII secolo a oggi fino a giungere da una parte allo sviluppo del wahhabismo, dall’altra agli “epigoni” crociato-umanitari del mondo occidentale rappresentati dagli Ospitalieri di Malta e del Saint-John.

Del resto, la chiave di questo lavoro risulta dalle prime tre parole dell’introduzione, dove si rende omaggio a Emmanuel Sivan, autore del fondamentale L’Islam et la croisade edito nel 1968 e mai tradotto in italiano. A Sivan va il merito storico di aver dimostrato come la conquista violenta di Gerusalemme del 1099 abbia segnato una svolta almeno nell’islam vicinoorientale (e in tutto il mondo musulmano) in quanto da allora in poi Gerusalemme, già Città Santa e meta di pellegrinaggi, divenne luogo che a tutti i costi si doveva liberare dalla presenza dell’infedele. Ma Sivan giunge non a caso a fornire un’inquietante chiave di lettura anche per il presente. Dal 1967 il mondo musulmano (e arabo) si trova in una situazione analoga a quella che caratterizzò l’islam tra 1099 e 1187. Ciò aggiunge un ulteriore – inquietante – elemento alla questione israeliano-palestinese d’oggi.

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