mercoledì 13 settembre 2017
Una lettura incrociata della lezione del grande teologo e di quella del fondatore di Comunione e Liberazione, che nel gennaio 1971 si incontrarono nell'abbazia di Einsiedeln
Von Balthasar-Giussani: il cristiano è ancora il sale della terra

Von Balthasar propone una «Chiesa povera e serva » – sembra di leggere papa Francesco! – «che è la sola a poter garantire il contatto con il mondo, non per ricerca di successo ma per missione». Le parole di von Balthasar sono di un’audacia sorprendente: «Questa Chiesa ha smantellato quei bastioni che la difendono dal mondo, non si ritiene “solida rocca”, ma piuttosto costruzione d’appoggio per una meta che la sovrasta». Infatti, «Dio attraverso la sua mediazione deve agire nel mondo: […] ha bisogno per avere nuovo lievito da immettere nella pasta, nuovo seme che deve cadere e morire nel terreno per far spuntare qualcosa d’altro. Il che comporta un concetto dinamico di tradizione, ben diverso da quello statico di semplice consegna di ciò che c’è. In quel processo infatti si ripete la “traditio” originaria di ogni presente, cioè il darsi del Figlio attraverso il Padre per la salvezza del mondo». E qual è tale meta? «Forse è proprio la gioia cristiana in tutte le sue forme ciò di cui gli uomini attorno a me hanno più acutamente bisogno che io dia loro». Una gioia che l’uomo non si può dare con le proprie mani, ma che può solo sorprendere in sé come un dono imprevisto ma reale: «In quanto la fede è più che una sintesi producibile dalla ragione, come “sapere”, essa è atto vitale di tutto l’uomo, non solo l’attivazione di una delle sue funzioni, l’intelligenza, per cui è radicalmente impossibile e contraddittorio che essa dimostri il suo contenuto».

Don Giussani invece sottolinea che «tutta la nostra salvezza è nell’accettazione integrale del Fatto di Dio nella nostra vita. Qui sta ogni nostra giustizia. E la giustizia, biblicamente, è la situazione dell’uomo liberato dal male, tolto dalla grettezza della sua misura e riconsegnato alla libertà della misura di Dio». Perciò la vita cristiana è «cammino dell’uomo verso l’attuazione di una autentica moralità umana, perché poggiata sul riconoscimento di Gesù Cristo». C’è in queste parole una esaltazione unica del tempo e della storia – altro che svalutazione della tradizione! – : «Il Fatto cristiano, che domina su tutto, opera questo suo dominio realizzandosi attraverso i singoli momenti del tempo». In questo senso, «un’urgenza capitale della vita del cristiano è che il Fatto di Cristo diventi storia personale e adulta».

La storicità è una categoria centrale del cristianesimo, dal momento che Dio si è incarnato. Questo significa che «il destino e l’intenzione profonda della comunità cristiana è il mondo, “per gli uomini”: una dedizione profonda e appassionata agli uomini e al loro destino, una tensione a rendere presente dentro la trama della convivenza solita, in cui gli uomini soffrono, sperano, tentano, negano, attendono il senso ultimo delle cose, il Fatto di Gesù Cristo unica salvezza degli uomini. Il “per gli uomini” è il motivo storicamente esauriente la vita della comunità cristiana». Joseph Ratzinger, teologo molto stimato da Balthasar e grande amico di don Giussani, ha scritto in proposito: il suo “essere per” è la «espressione della figura fondamentale dell’esistenza cristiana e della Chiesa in quanto tale [...]. Cristo, in quanto unico, era ed è per tutti e i cristiani, che nella grandiosa immagine di Paolo costituiscono il suo corpo in questo mondo, partecipano di tale essere-per». Cristiani «non si è per se stessi, bensì, con Cristo, per gli altri». Perciò «assieme al Signore che abbiamo incontrato andiamo verso gli altri e cerchiamo di render loro visibile l’avvento di Dio in Cristo».

Questo “essere per” è il più grande atto di amicizia che possiamo compiere nei confronti dei nostri fratelli uomini: comunicare, rendere partecipi tutti del dono che abbiamo ricevuto. E mi stupisce come questo “essere per” coincida con l’atteggiamento e con ogni mossa di papa Francesco: «L’architrave che sorregge la vita della Chiesa è la misericordia. Tutto della sua azione pastorale dovrebbe essere avvolto dalla tenerezza con cui si indirizza ai credenti; nulla del suo annuncio e della sua testimonianza verso il mondo può essere privo di misericordia ». Continua: «La credibilità della Chiesa passa attraverso la strada dell’amore misericordioso e compassionevole.

La Chiesa “vive un desiderio inesauribile di offrire misericordia”. […] È giunto di nuovo per la Chiesa il tempo […] del ritorno all’essenziale per farci carico delle debolezze e delle difficoltà dei nostri fratelli […] per guardare al futuro con speranza». Questa è la natura del cristianesimo, come proposta per l’uomo di ogni tempo. Nelle ultime pagine di questo libro don Giussani afferma: «È la conoscenza della potenza di Gesù Cristo la ragione profonda di ogni nostro gesto di presenza sociale e di comunicazione al mondo: ma questa motivazione unica e originalissima non diviene evidente se non nella testimonianza di una passione per l’uomo, carica di accettazione della situazione concreta in cui esso si trova, e, quindi, pronta a ogni rischio e a ogni fatica».


«Il cristiano – scrisse Hans Urs von Balthasar nel 1971 – può percorrere il suo cammino nel mondo con una speranza fresca, credibile, creata dall’origine divina, e nella misura in cui permane alla fonte e beve da essa può indirizzarvi anche gli altri, gli assetati: sì, per mezzo suo può far bere anche gli altri a questa origine». Nella stessa occasione don Luigi Giussani, fondatore di GS e poi di CL aggiunge: ««L’apertura incondizionata alla missione è garanzia di verità e di autenticità della vita stessa della comunità cristiana». Un dialogo che si svolse ad Einsiedeln e viene riproposto ora nel volume «L’impegno del cristiano nel mondo» (Jaca Book, pagine 144, euro 10,00) che va in libreria in questi giorni con la prefazione di Julián Carrón, della quale anticipiamo qui alcuni brani.

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