
Il cantautore Brunori Sas - Toni Thorimbert
Vado a questo incontro presanremese con Brunori Sas con la certezza di incontrare una delle voci più rare nel nostro panorama cantautorale, uno che non ha mai barattato la popolarità con il rimanere fedele a se stesso, alle sue radici («Sono nato e cresciuto in un paese di 400 abitanti») e alla sua musica.È la prima volta che va in gara al Festival di Sanremo dove porterà l’intimistica e paterna («parla di mia figlia Fiammetta»), quanto bucolica nel titolo, L’albero delle noci. Sul palco dell’Ariston è già salito nel 2019 per duettare con gli Zen Circus con la canzone L'amore è una dittatura. Chiusero al 17° posto, ma questa volta ha già vinto e lo dice ridendo mostrando il video fake: «Vedete mamma in primo piano che fa un gesto con le mani non dovuto all’artrite, ma apotropaico, che esulta per il mio 1° posto a Sanremo» . Questo 2025 che per lui è quello delle «tante prime volte» comprende anche il debutto a Sanremo che con pigrizia e spirito alla Massimo Troisi, «mio punto di riferimento», sta prendendo come un gioco,che per lui, ma anche per noi figli del nazionalpopolare, sarebbe bello se fosse più corto.
«A ogni artista in gara farei cantare 1 minuto e mezzo del loro brano, perché tanto dopo il primo minuto si capisce dove uno va a parare».Brunori Sas, 47enne cosentino di Guardia Piemontese, appartiene alla razza protetta degli scrittori di musica e parole che percorrono quotidianamente la tratta “francocalabra” che va da Voltaire al corregionale, crotonese, Rino Gaetano: quelli che l’intelligenza va fatta sorridere, sempre. Un aedo dell’indie e menestrello originale dell’amore post-alberoniano con la sua Per due che come noi in cui ci ha messo in guardia con il monito «non confondere l’amore e l’innamoramento che oramai non è più tempo». A chi vuole salvarsi da La ghigliottina invita a riflettere sul «sempre d’amore si tratta, ma l’amore non c’è». Un abbattitore sano dell’insana retorica e di quel qualunquismo che ci vuole tutti prede delle mode e del passaparola che si è fatto social, e allora lui tiktokka le membra, che non riposano mai, con l’intelligenza naturale. Al «vado a vivere in campagna» liberatorio e non ancora trend, da albergo diffuso, di Toto Cutugno, Brunori Sas ribatte con l’attuale: «Chi loda la vita bucolica, ma poi in campagna non ci sta». Lui invece ci sta eccome, e con i compagni di università a San Marco Argentano produce vino. «Sono un po’ «l’Al Bano dell’indie», disse nottetempo a “Splendida cornice” (Rai3), sfidando a colpi di satira una specialista come Gepppi Cucciari. Perchè “Brunori sa” anche fare televisione e con quel programma andato in onda su Rai3 in cinque puntate (nel 2018) l’ha dimostrato. L’enocantautore tutto può e sa fare, e l’oste di se stesso ama mescere la semplicità che si ritrova nel nuovo disco, L’albero delle noci, che uscirà postumo (il 14 febbraio) al brano omonimo del Festival di Sanremo. Disco che arriva per pigrizia troisiana, appunto, a cinque anni esatti dall’ultimo album, Cip.
«Cip era un volo dal cielo alla terra, mentre con L’albero delle noci torno a terra. Ed è un disco nato per sottrazioni - via il racconto lineare, il lieto fine, la morale finale -, grazie alla collaborazione con una artista unico e una persona speciale come Riccardo Sinigallia che mi ha aiutato a realizzare un album autentico, grazie alla forza dei suoi “daje” e dei continui “qui te credo, qui non te credo”. Autenticità e credibilità sono le cifre di riconoscimento di questo artista arrivato al sesto album superando tutti gli ostacoli e le trappole della caotica industria musicale. Da «maschio etero bianco», corrispettivo letterario del “maschio adulto solitario”, del narratore tarantino Cosimo Argentina, denuncia l’impasse di chi avverte la follia di questo tempo iperinerte: «Mi sembra normale che non sia normale la diversità». Questa è uva della vigna del primo singolo del nuovo album, La ghigliottina, uscito alle ore 18 del 18 settembre scorso, seguito dal Morso di Tyson che all’indomani del gong finale alla vita del telenarratore della nobile arte Rino Tommasi è un gancio che incassiamo con piacere.
«Meno male che ancora ci vogliamo bene. Ora che sembra impossibile / Persino credere all'amore. Meno male». Un avvertimento ai nostalgici, che stiano attenti a “non credere”, se non si possiede l’ironia aforistica di Flaiano e il suo profetico “coraggio il meglio è passato” che invece è nelle corde di Brunori Sas. Tornare indietro significa magari rimettere a posto il conticino in banca ma poi si deve fare i conti con la propria esistenza e con il dolore lancinante che si avverte solo guardando la scena in tv del Morso di Tyson. Il «gesto disperato», canta Brunori Sas, quanto quel morso feroce di "Iron Mike" sul lobo sanguinante di Holyfield. Era il 1997, e il ragazzo di Calabria era ancora il 20enne Dario Brunori che avrebbe esordito solo nel 2003 con il collettivo virtuale italo-svizzero dei Minuta. Sei anni ancora di gavetta prima di farsi riconoscere da tutti per cognome, più la ragione sociale Sas della ditta dei genitori, con l’album Vol.1 con cui si aggiudica il Premio Ciampi 2009.
Melodico e irriverente, dolce e sferzante, è la sintesi del Vol.3. Il cammino di Santiago in taxi. E quel cammino, pur con le deviazioni distopiche di Sinigallia prosegue anche ne L’albero delle noci, che, dopo anni di esibizioni in cantine, piccoli club fino alla scoperta palazzetti, il 18 giugno ascolterà anche la folla romana del Circo Massimo. «Ho detto a Clemente Zard - produttore del concerto - che quello che incasseremo in prevendita lo investiremo in sagomati di spettatori per riempire i vuoti del Circo Massimo». Se la ride Brunori Sas, che con la stessa profonda leggerezza ieri provava a vivere La vita com’è, e ora ad affrontare i Pomeriggi catastrofici, consapevole che «se stai sempre in famiglia non ti può accadere niente. E niente poi ti accadrà».