Testimoni. BONHOEFFER teologia militante


Paolo Ricca domenica 6 aprile 2014
Bonhoeffer è uno dei pochi teologi mar­tiri, non solo del nostro secolo, ma di tut­ta la storia cristiana. Teologi martiri ne abbiamo nella Chiesa antica: pensiamo a Giustino o a Cipriano; ne abbiamo tra gli anabattisti del Cinquecento – pensia­mo a Balthasar Hubmeier e Michael Sat­tler – ma si tratta di eccezioni. In generale, gli accade­mici, anche coloro che appartengono all’accademia teologica, non si espongono alle tempeste della storia e anche in situazioni di conflitto finiscono sempre per salvare la pelle, sia per il loro status sociale di solito pri­vilegiato, sia per una particolare inclinazione al pensiero cortigiano che molto spesso caratterizza gli accademi­ci di tutti i tipi [...]. Ora, Bonhoeffer, che aveva davanti a sé una brillante carriera universitaria, a un certo pun­to ha abbandonato la cattedra, si è trovato nella mi­schia della storia del suo popolo ed è finito sulla forca del campo di sterminio di Flossenbürg, a soli 39 anni, all’alba del 9 aprile 1945 [...]. Ha vissuto personalmen­te quello che dice in Resistenza e resa, e cioè: «Siamo en­trati in un tempo nel quale il pensiero non può più es­sere il lusso dello spettatore, ma deve porsi interamente al servizio dell’azione» [...].  Presto Bonhoeffer si accorge che l’università non è in grado di produrre un cristianesimo militante in grado di fronteggiare adeguatamente il paganesimo nazista. Perciò egli stacca la riflessione teologica dal contesto universitario e la innesta nell’esperienza viva della Chie­sa confessante. Ma presto egli si accorge che la Chiesa confessante in fin dei conti si preoccupa di se stessa, della sua ortodossia, si preoccupa, cioè, di vincere la bat­taglia contro i “cristiano-tedeschi” che volevano “nazi­ficare” la Chiesa: battaglia sacrosanta, battaglia neces­saria, battaglia vinta, ma pur sempre ancora battaglia per la Chiesa, per la salvaguardia della propria identità. Ma la missione della Chiesa è il mondo, la sua preoc­cupazione principale doveva essere la Germania, il po­polo tedesco sedotto dal nazionalsocialismo. A questo punto Bonhoeffer abbandona anche la Chiesa confes­sante, non nel senso che si cancella dai suoi registri, ma nel senso che silenziosamente ne emigra, ed entra nella fase nella quale il tema non è più l’università, non è più la Chiesa, è il mondo, il mondo “adulto” e secola­rizzato, e all’interno di questo mondo Bonhoeffer ri­pensa e ripropone la sua fede cristiana [...].  Ha immediatamente intuito il carattere perverso del nazionalsocialismo. Il giorno dopo la nomina di Hitler a cancelliere del Reich, il 30 gennaio 1933, Bonhoeffer mandò in onda una trasmissione radiofonica che ruo­tava intorno a due parole-chiave di quel momento sto­rico, anche se non parlava neppure indirettamente di Hitler: führer  (guida, duce) e verführer  (seduttore). Il führer, la guida, è una funzione legittima: oggi parlia­mo di leader. Ma il führer può diventare verführer, se­duttore, quando interpreta il suo ruolo come quello di un Messia, di un Inviato da Dio, di un Salvatore del po­polo. Quando il führer diventa una figura messianica, diventa un Seduttore. Bonhoeffer fu allora profeta sen­za saperlo: pur non riferendosi a Hitler, parlava di lui.  Il suo impegno politico ha due componenti. La prima è una particolare chiaroveggenza a discernere la natu­ra profondamente pagana del nazionalsocialismo e quindi a dichiarare la sua incompatibilità con il cri­stianesimo. La seconda è la sua decisione di partecipare in prima persona alla cospirazione che si proponeva l’e­liminazione fisica di Hitler attraverso un attentato.  La prima componente è presente in Bonhoeffer fin dal­l’inizio. La spia rivelatrice del carattere anticristiano del nazismo è stata per Bonhoeffer la sua guerra agli ebrei e a tutto ciò che di ebraico c’è nel cristianesimo, a co­minciare da Gesù e dagli apostoli. Ma i teorici del na­zionalsocialismo come Rosenberg parlavano di un Cri­sto ariano ed eroico, modello di tutte le virtù combat­tive e di tutti i sacrifici. Secondo lui era Paolo che ave­va  giudaizzato il cristianesimo di Gesù, che era tutt’al­tro. Ma anche Hitler, pur adottando un atteggiamento ap­parentemente tollerante nei confronti delle Chiese, meditava, quando fosse giunto il momento, di «estir­pare il cristianesimo dalla Germania fino alle sue più recondite fibre e radici» [...]. Secondo Hitler o si è cristiani o si è tedeschi, ma non tutti e due. Il nazional­socialismo determinerà la conversione del popolo te­desco dal cristianesimo al paganesimo hitleriano. Na­tale sarà la nascita dell’eroismo tedesco e della libertà tedesca. Pasqua sarà la festa della risurrezione del po­polo tedesco. La svastica prenderà il posto della croce cristiana [...]. Una sintesi di questa nuova religione ci viene offerta da queste parole contenute nell’opera di Alfred Rosenberg Il mito del XX secolo  (1930) [...]. La Chiesa confessante aveva, sì, combattuto la dottri­na dei cristiano-tedeschi, ma non si era schierata a­pertamente contro il regime hitleriano. Cosa che inve­ce fece Bonhoeffer in due modi: anzitutto con la sua im­mediata e radicale opposizione al cosiddetto “para­grafo ariano” – una legge che imponeva alla Chiesa di licenziare tutti i pastori che erano ebrei diventati cri­stiani o che avessero qualche ascendenza ebraica an­che lontana. Bonhoeffer non esitò a dichiarare che se avesse accettato il paragrafo ariano la chiesa avrebbe rinnegato se stessa, oltre che l’Evangelo; una Chiesa che accetti di introdurre una discriminante di tipo raz­zista tra i suoi membri o i suoi ministri non è più una Chiesa cristiana.  Il secondo modo con cui Bonhoeffer si oppose fron­talmente al nazionalsocialismo fu la sua scelta di un pa­cifismo radicale proprio negli anni in cui Hitler impo­neva alla Germania una corsa forsennata agli arma­menti e chi si professava pacifista veniva considerato un traditore e un sabotatore della patria. Bonhoeffer tenne in quegli anni (primi anni Trenta) discorsi me­morabili, come quello in cui affermò che la pace non la si ottiene né con la diplomazia né con la internazio­nalizzazione dei capitali finanziari, né aumentando gli arsenali militari, ma soltanto con un atto di fede: «O­sare la pace per fede»; o quello in cui propose la con­vocazione di un concilio universale con il quale «la Chiesa di Cristo toglie, nel nome di Cristo, le armi dal­la mano dei suoi figli e vieta loro di fare la guerra, e in­voca la pace di Cristo sul mondo delirante». Il secondo aspetto dell’impegno politico di Bonhoeffer fu la sua partecipazione diretta alla cospirazione che aveva co­me obiettivo di far fuori Hitler [...]. Da questa testimonianza di fede nella emergenza crea­ta dall’avvento del nazionalsocialismo emergono due indicazioni. La prima è che rispetto alla storia (locale, nazionale, internazionale) la Chiesa, come ogni singo­lo cristiano, ha una insostituibile funzione di sentinel­la: essa veglia nella notte e vede il pericolo quando è an­cora lontano, avverte la città; alza la voce a favore di co­loro che non hanno voce; sa discernere il bene dal ma­le, ha il coraggio di dire la verità smascherando la ver­gogna, di difendere l’orfano e la vedova, cioè, i deboli nella società. Questo compito politico è parte integrante della vocazione della Chiesa. La seconda indicazione è che non sempre la scelta morale per un cristiano (e per chiunque altro) è tra bene e male, ma spesso è tra un male maggiore e un male minore. Per questo è co­sì difficile vivere cristianamente.
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