martedì 27 novembre 2012
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Nella tormentata vicenda dell’Ilva di Taranto siamo probabilmente alla drammatizzazione finale. Da un lato la decisione della magistratura di procedere al sequestro della produzione effettuata negli ultimi 4 mesi come «corpo del reato». Dall’altro, la decisione dell’azienda stessa di chiudere tutto l’impianto per l’impossibilità di produrre, con la messa in discussione di 5mila posti di lavoro solo a Taranto e prevedibili ricadute sull’intero territorio italiano e l’intera economia nazionale. Al netto delle inchieste sulla presunta corruzione di funzionari pubblici che, se verificata, sarebbe uno scandaloso inquinamento nell’inquinamento, la magistratura sostiene in definitiva che «il diritto alla vita e il diritto alla salute non sono comprimibili dall’attività economica». Principio sacrosanto, scolpito nella nostra Costituzione, da sempre sostenuto dalla dottrina sociale della Chiesa. Il condivisibile assunto di base, però, non esaurisce la domanda oggi fondamentale: è davvero il blocco totale la via adeguata per ristabilire la giusta scala tra valori e diritti, per comporre il contrasto fra salute e lavoro? Non vorremmo infatti che l’apprezzabile impegno verso la tutela della vita – peraltro non sempre coerentemente dimostrato dalla magistratura nel suo insieme – venga oggi assunto al grido di fiat iustitia et pereat mundus. Sia fatta giustizia e perisca pure il mondo, con le famiglie degli operai e il Paese tutto.
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