mercoledì 25 aprile 2012
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Quanto vale per noi la li­bertà? La nostra, e quella altrui? A volte sorge il dub­bio che soltanto chi è vis­suto in schiavitù sappia, e possa, desiderare e apprezzare e gustare pienamente il sapore della libertà, fino a inebriarsene. E non è il caso degli italiani che abbiano meno di 70 anni. Può dunque accadere che quanto hai sempre avuto a porta­ta di mano, facile, senza sforzo, ap­paia privo di valore. Quanto vale per noi la libertà? Oggi, 25 aprile, Festa della Libera­zione, vale la pena ricorrere alla sa­na cultura popolare e alla sua sag­gezza. Giorgio Gaber, "popolare" nel senso nobile – non accademi­co né erudito, capace di far sorri­dere e pensare, un alchimista del­l’intrattenimento alto, che mai fi­niremo di ringraziare e rimpiange­re – ci aiuta con una sua canzone di cui tutti ricordano il titolo e il re­frain, La libertà , ma forse non gli sviluppi interni, i segreti nascosti e svelati nelle strofe, parole sempli­ci che sembrano scritte con 40 an­ni di anticipo. «Libertà è parteci­pazione »: e tutti pensavano, nel re­moto 1972, allo Statuto dei lavora­tori e ai Decreti delegati, alle fab­briche e alle scuole. Forse. Anche. Ma Gaber viaggiava in anticipo, le sue canzoni erano (e sono) mac­chine del tempo. Partecipare, prendere parte, avere parte, essere parte. La libertà in u­na relazione di coppia, una fami­glia, una comunità, una nazione, l’Europa, il globo… Siamo una par­te non passiva ma attiva, e quella coppia, quella famiglia, quella co­munità, quella nazione siamo noi, e noi apparteniamo a loro ed esse appartengono a noi. La libertà è questo legame, emotivo prima che razionale. Se questo legame si sfi­laccia, o cessa, addio libertà. Se al­­l’I care («mi sta a cuore», don Mila­ni…) si sostituisce il «me ne frego», cessa la libertà. La libertà, canta Gaber, non è «il volo di un moscone». Non consiste nel seguire l’impulso del desiderio anarchico, del capriccio egoista. Il volo del moscone appare casuale, senza progetto alcuno. Non c’è par­tecipazione. La libertà non è nep­pure «uno spazio libero». Che co­sa possiamo farcene – ad esempio – della libertà d’espressione, se si riduce a una sequenza di soliloqui? La libertà è espressione partecipa­ta, ossia dialogo: gli altri dicono la loro, ma io sono curioso, interes­sato, convinto di poter apprende­re, ansioso di mettere le mie idee a confronto con quelle altrui per mi­surarne la forza, la consistenza, l’ef­ficacia, la bontà, la verità. Questa libertà c’è oggi in Italia, e quanto è diffusa? Abbiamo scam­biato per partecipazione la sem­plice esibizione. Mi mostro, mi e­sprimo, mi esibisco e credo di aver partecipato, e quindi di aver com­piuto «un gesto libero», di essere u­na persona libera… «che passa la sua vita a delegare», ironizza Gior­gio Gaber. No, non è così. La festa della Liberazione è bella e importante e preziosa perché ci ri­corda che la libertà non è mai da­ta per sempre, acquisita, come un bene che si possiede. Ma è libera­zione, un work in progress che non ha mai fine, una conquista conti­nua, una costruzione senza sosta, un amore che desidera essere se­dotto e cantato e accarezzato sen­za che mai possiamo assopirci. La libertà è partecipazione, eccome. È un privilegio per chi ama condi­videre la propria 'conquista'. Per chi sa che mai sarà libero, lui, fin­ché non saranno liberi tutti, ma proprio tutti. Liberazione globale.
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