L'agricoltura e le fonti rinnovabili non hanno bisogno di talk show
martedì 14 maggio 2024

A mente fredda, oggi che le polemiche sembrano già appartenere al passato (almeno al passato prossimo), possiamo dire che sui pannelli solari nei campi è stato fatto molto rumore per nulla. Il governo non sembra avere mai avuto intenzione davvero di vietare i progetti per l’agrivoltaico, quelli che combinano la presenza di pannelli solari con l’attività agricola, ma solo di impedire la trasformazione di terreni agricoli produttivi in parchi fotovoltaici.

I ministri Francesco Lollobrigida (Agricoltura) e Gilberto Pichetto Fratin (Ambiente ed Energia) hanno smentito le indiscrezioni su uno scontro e si sono mostrati concordi su questo obiettivo inserito nel Decreto Agricoltura del 6 maggio. Sembra in effetti un obiettivo difficile da contestare: un campo coperto da pannelli solari in cui non è possibile coltivare nulla e nemmeno lasciare pascolare bestiame non è più un terreno agricolo, ma un’area produttiva, qualcosa di più simile a una centrale elettrica che alla terra di un contadino. I Piani regolatori esistono apposta per stabilire che cosa si può fare o non fare sui 302mila chilometri quadrati del suolo italiano, che è un bene comune solo relativamente privatizzabile: lo si può comprare, ma non per farci tutto quello che viene in mente o quello che sembra essere più redditizio.

In molti casi piazzare pannelli fotovoltaici può essere più redditizio che coltivare la terra, ma la redditività non può essere l’unico criterio nella gestione del territorio nazionale. Per questo stonano anche le polemiche delle associazioni dei produttori di energie rinnovabili, quando lamentano che la costruzione di un parco agrivoltaico è più costosa di quella di una parco fotovoltaico tradizionale: è normale che sia così, perché a quel terreno si chiede il doppio, sia una resa agricola che una resa energetica. È nei migliori parchi agrivoltaici che convivono concretamente due grandi obiettivi ambientali dei nostri tempi: una maggiore autonomia alimentare e l’aumento della produzione di energia elettrica senza emissioni di gas serra.

In un dibattito pubblico polarizzato su qualsiasi questione, dove si moltiplicano i media che alimentano lo scontro su ogni tema disponibile pur di conquistare un po’ di attenzione, mettere in contrapposizione agricoltura ed energia rinnovabile è un altro di quegli errori che non possiamo permetterci. Servono onestà e realismo per riconoscere che se l’obiettivo di triplicare la capacità di generazione rinnovabile italiana entro il 2030 (dagli attuali 66 a quasi 200 GW, l’anno scorso non siamo arrivata a installarne 6) è reale, allora è urgente accelerare, e per riuscirci occorre individuare le aree da dedicare alla produzione di energia solare ed eolica. Purtroppo le rinnovabili sono invadenti. Le pale eoliche sono alte e si vedono da lontano, agli occhi più esigenti possono dare fastidio anche quando galleggiano sul mare, a qualche decina di chilometri dalla costa. Un parco solare di diversi ettari può guastare panorami bucolici e togliere fascino alle campagne italiane. In Sardegna la nuova governatrice Alessandra Todde, appena insediata, ha deciso di bloccare per 18 mesi tutti i progetti di eolico.

Da qualche parte però queste pale e questi pannelli dobbiamo metterli e allora su questo tema forse conviene aprire un dibattito nazionale serio su come procedere: un dibattito che coinvolga questioni tecniche su temi poco popolari ma molto concreti come irraggiamento e ventosità, snellimento burocratico, capacità delle reti ma anche questioni politiche, come l’uso del territorio nazionale, i prezzi dell’energia, il ruolo delle industrie energivore.

Può essere che nei 12,5 milioni di ettari di terreni classificati come agricoli ci siano aree poco fertili, terre che nessuno intende coltivare. Se è così, può essere il momento di capire se è meglio dedicare una parte di questi spazi alla produzione di energia verde, riclassificando i terreni come aree produttive. Le associazioni delle rinnovabili calcolano che basterebbe mettere a disposizione delle aziende del fotovoltaico meno dell’1% dei terreni agricoli non di pregio per raggiungere gli obiettivi per il 2030. C’è spazio per tutti, insomma, ma occorre lavorarci, fare politica, senza generare o alimentare scontri da talk show.

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