sabato 21 agosto 2021
«Le cellule pluripotenti indotte funzionano, la sfida ora è portarle a tutti». Parla lo scienziato giapponese pioniere delle Ips
Shinya Yamanaka

Shinya Yamanaka - Centro di ricerca e applicazione delle cellule Ips (CiRA) dell’Università di Kyoto (Giappone)

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«Credo che le promesse scientifiche e cliniche sulle cellule Ips siano state mantenute. Lo dimostrano molte scoperte e l’avvio di numerosi trial clinici». Lo scienziato giapponese Shinya Yamanaka ha vinto il premio Nobel per la medicina nel 2012 per la scoperta delle cellule staminali pluripotenti indotte (Ips), grazie a un metodo (applicato nel 2006 a cellule di topo e nel 2007 a cellule umane) che consente di far regredire le cellule fino a uno stadio simil-embrionale. Una svolta che ha permesso di affrontare le sfide della ricerca su molte ma-lattie con un’arma innovativa e potente. Yamanaka, che è direttore del Centro di ricerca e applicazione delle cellule Ips (CiRA) dell’Università di Kyoto, in Giappone, vede il suo compito principale nel «portare la tecnologia delle cellule Ips ai pazienti».

A che punto sono gli studi nel mondo sulle Ips e sulle loro applicazioni cliniche?

La ricerca ha fatto grandi progressi. Tra i risultati ci sono la definizione di standard per le cellule Ips, metodi per creare Ips sicure, la conferma degli effetti terapeutici e della sicurezza dei prodotti con le Ips negli animali da laboratorio. Nel 2014 è stata avviata in Giappone la prima ricerca clinica al mondo per la degenerazione maculare legata all’età: un malato ha ricevuto il trapianto delle cellule retiniche derivate da cellule Ips specifiche del paziente stesso. Nel 2018 è cominciato un trial clinico per la malattia di Parkinson, nel quale progenitori dopaminergici derivati da cellule Ips sono stati trapiantati nei pazienti. Altre sperimentazioni cliniche sono in corso su malattie della cornea, cancro, insufficienza cardiaca, lesioni al midollo spinale, trasfusione di piastrine e danni alle cartilagini articolari. Nella ricerca farmacologica, è stato identificato un potenziale farmaco candidato per la cura della fibrodisplasia ossificante progressiva, che utilizza le Ips del paziente: un trial clinico è iniziato nel 2017. Nel 2019 ha preso il via una sperimentazione clinica che utilizza un farmaco con le Ips contro la Sclerosi laterale amiotrofica (Sla). Un trial simile è stato avviato nel 2020 per la malattia di Alzheimer.

Da quando lei ha vinto il Nobel sono state mantenute le promesse scientifiche e cliniche delle Ips?

Sì, credo che siano state mantenute. Lo provano molte scoperte, ma sta crescendo anche la nostra comprensione dello sviluppo dell’essere umano. Gli scienziati stanno mostrando come le Ips catturino gli eventi naturali che accadono in un corpo che cresce. Questo ci aiuta a studiare come gli organi crescono e come le malattie si sviluppano.

Qual è il fronte più avanzato delle sue ricerche?

Produrre Ips utilizzabili in clinica. Abbiamo prodotto con successo cellule Ips per trial clinici derivate da cellule del sangue e della pelle di donatori sani, e le cellule sono state usate in numerosi studi clinici. Uno di essi è una sperimentazione sulla malattia di Parkinson condotta da ricercatori del mio istituto CiRA e dall’ospedale dell’Università di Kyoto. In questo trial progenitori dopaminergici derivati dalle Ips sono stati trapiantati in quattro pazienti, alla fine dello scorso anno: e fino a oggi non è stato riferito alcun problema di sicurezza.



Maculopatia, Parkinson, lesioni midollari: in corso test per sperimentare l’efficacia clinica su numerose patologie «La gente deve sapere che ci stiamo prendendo cura di lei: non ci sono progressi se i pazienti non fanno parte della nostra squadra»

Che effetti ha avuto la pandemia sulla ricerca nelle cellule staminali?

Penso che non ci siano progetti di ricerca che non sono stati toccati dalla pandemia di Covid-19. Al CiRA abbiamo dovuto ridurre la frequenza di ogni laboratorio e ufficio fino al 20% durante l’emergenza dello scorso anno, il che conseguentemente ha rallentato la ricerca. In più, molti scienziati hanno imperniato l’attenzione della loro ricerca sul Sars-CoV-2. Per fronteggiare la pandemia, CiRA ha promosso uno speciale progetto di ricerca in collaborazione con altri istituti di ricerca e ospedali. Abbiamo iniziato ad accettare domande per la distribuzione delle Ips prodotte dal progetto, così che altri ricercatori possano usarle. Queste Ips sono state recuperate da pazienti convalescenti, che si erano infettati con il Sars-CoV-2. Utilizzando queste cellule, abbiamo confermato che il virus infetta con efficacia le cellule del tessuto polmonare attraverso il gene Ace2. Speriamo che più ricercatori useranno questo si- stema per contribuire allo studio dell’infezione da Covid-19.

Cosa ha insegnato agli scienziati la velocità senza precedenti nella realizzazione dei vaccini contro il Covid?

C’è molto che possiamo imparare. Vediamo l’importanza della collaborazione globale e della condivisione di informazioni. Gli scienziati generalmente condividono liberamente la loro conoscenza, e altri scienziati 'costruiscono' su questa conoscenza. Questa volta, i vaccini sono arrivati da persone che hanno lavorato insieme in Paesi diversi, e i dati dei trial sulle prime fasi cliniche sono stati subito resi pubblici, il che ha aiutato a spingere molti governi nel mondo a sostenere lo sviluppo dei vaccini con finanziamenti stabili. Questo può essere un modello per altre gravi emergenze sanitarie. Sono stato anche impressionato dal fatto che la tecnologia dell’Rna messaggero usata per i vaccini Pfizer- Biontech e Moderna è stata inventata dalla dottoressa Katalin Kariko e dai suoi colleghi. La sua carriera è passata attraverso sfide come perdita di lavoro e mancanza di finanziamenti, ma Kariko ha perseverato con la sua ricerca sull’Rna messaggero. La sua storia mi ricorda che la passione per la ricerca è l’aspetto più importante per uno scienziato.

La pandemia ha mostrato anche che le persone attendono dalla medicina e dalla scienza non solo risposte tecniche ma anche la capacità di prendersi cura di loro. Cosa intende lei come 'cura' della persona?

È importante che la gente sappia che ci si prende cura di loro. Al nostro istituto di ricerca siamo consapevoli che dobbiamo sempre ringraziare i pazienti che collaborano con la nostra ricerca, perché capiamo che non possiamo realizzare avanzamenti nelle cure mediche se essi non fanno parte della squadra.

Le questioni etiche sui limiti della ricerca – per esempio sulle applicazioni del «gene editing» – hanno conseguenze sulla comunità scientifica o vengono messe da parte nel nome del risultato a ogni costo?

Naturalmente i dibattiti etici devono essere tenuti in considerazione nella ricerca sulle cellule staminali. Le tecnologie emergenti sulle cellule staminali – comprese quelle sulle Ips – hanno sollevato molte sfide etiche. Per esempio, la tecnologia delle cellule staminali potrebbe rendere possibile la crescita di organi umani dentro un corpo animale e creare cervelli umanizzati. In più, potrebbe diventare possibile per coppie infertili o dello stesso sesso avere bambini utilizzando gameti dalle loro stesse cellule Ips. Questi temi devono essere discussi nella società. Nel 2013 abbiamo creato una divisione di ricerca sui risvolti etici delle cellule Ips, con l’intento di creare fiducia nel pubblico verso le nostre ricerche attraverso lo studio dei temi etici che sorgono dalla ricerca con le Ips, mentre teniamo il pubblico educato e informato su queste materie. Recentemente, siamo stati coinvolti nello sviluppo delle linee guida dell’Isscr (Società internazionale per la Ricerca sulle cellule staminali). Promuoviamo anche discussioni sui temi etici tra scienziati e pubblico.

Qual è il suo sogno di scienziato?

Il mio sogno o la mia missione di scienziato, di ricercatore e di medico è di portare la tecnologia della cellule Ips ai pazienti. Come direttore di un istituto di ricerca, ho la possibilità di incontrare e ricevere messaggi da pazienti con malattie gravi e senza cura. Quei pazienti e le loro famiglie si interessano alla nostra salute e ci incoraggiano a lavorare sulla nostra ricerca. È mio vivo desiderio vedere che l’applicazione medica delle Ips possa giovare a quanti più pazienti possibile.

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