giovedì 23 agosto 2012
​Javier Gutiérrez, medico: nel rapporto con il paziente si impara ad amare come ama il Signore. A Stefano Conti uccisero il padre, oggi ha la madre malata: Si è insediata in me la grande ricerca di significato.
LA RUBRICA La politica vista con occhio realistico di Davide Rondoni
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L'INIZIATIVA Raccolta lenzuola per l'Emilia terremotata
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La malattia condanna a morte il desiderio di felicità? Per rispondere a questa domanda il Meeting di Rimini ha acceso i riflettori su due testimoni che hanno documentato come anche nell’esperienza del limite l’apertura all’infinito sia possibile. Javier Gutiérrez, medico ortopedico e responsabile dell’Associazione medicina e persona in Spagna racconta: «La mia professione era diventata di una routine esasperante. Due incontri mi hanno riaperto il cuore. Mi hanno costretto a guardare il paziente come persona. Provando non solo compassione ma soprattutto commozione». Il primo imprevisto nella vita del medico è Suerlem, una ragazza brasiliana di 24 anni, giunta in Spagna con il compagno e il figlio di tre anni, caduta dal terzo piano riportando numerose fratture. «Mi ha colpito subito - ricorda il medico - la sua solitudine, non riceveva visite. Sono andato a trovarla, ci siamo mostrati le foto dei nostri figli piccoli. Ed è iniziato un rapporto». Durante il periodo della riabilitazione alloggiava in un centro di religiose dove non poteva vedere il figlio. «È stato naturale – dice Gutiérrez – invitarla a casa mia dove ogni sabato poteva incontrarlo. Poi quando, è tornato in Brasile con il padre, lei si è trovata un altro fidanzato e ha chiesto a noi di aiutarla per il matrimonio a cui ho fatto da testimone».L’altro imprevisto è Nicoletta, 22 anni, rumena. «L’ho conosciuta – prosegue l’ortopedico – in sala operatoria dove le stavano amputando l’arto sinistro, il bacino e parte del sacro. Qui ho sfidato il Signore: dammi la certezza, gli ho chiesto, che anche lei possa essere felice». Con lei è iniziato poi uno scambio di mail. In una di queste ha scritto: «Perché tutto questo succede a me? Ma questa è la vita con le sue strade dure e meno dure e bisogna farvi fronte. So che non sono più sola perché ho un angelo custode». E dopo la notizia che il cancro si è riformato e dovrà essere asportata una parte di polmone scrive a Gutiérrez. «Ci sono ma è come se non ci fossi. Ma sono abituata a resistere. Le voglio un mare di bene». Da tutto questo, conclude Gutiérrez, «ho imparato che nessuno di noi potrà mai darle la felicità ma solo accompagnarla. Con un amore pieno di tenerezza che a poco a poco ti insegna ad amare come il Signore».L’altra storia l’ha raccontata al popolo del Meeting Stefano Conti, un giovane ingegnere meccanico di Bresso, in provincia di Milano, che a sette anni perse il padre ucciso dai banditi durante una rapina. Tocca alla mamma Giovanna tirare su i sei figli. «Da quella vicenda – spiega – ho capito che potevo venirne fuori non con uno sforzo ma con una grazia». Ma le sfide per Stefano e la sua famiglia non finiscono qui. Perché mamma Giovanna da quattro anni è ammalata di sla. Non si muove, è alimentata da un tubo, comunica solo attraverso gli occhi. Spiega Stefano: «Ci siamo dovuti rimboccare le maniche in famiglia, bisogna pulirla, nutrirla. Di fronte alla mamma mi verrebbe da piangere ma poi rimango sconvolto dalla sua letizia. Lei è contenta quando qualcuno la va a trovare, chiede come è andata la giornata, interviene nelle discussioni. Le piace molto ascoltare i classici come Tchaikovsky». Ma non disdegna le canzoni moderne come Ho messo via di Ligabue, che per mamma Giovanna ha un grande significato simbolico: l’amore si è concluso, ma non si può archiviare una ragazza che è stata, anche se il cantautore di Correggio forse non lo sa, il più grande richiamo a Gesù. Perché non si può archiviare l’infinito. «Il sacrificio di mia madre – conclude Stefano – ci fa amare di più le cose di tutti i giorni. Il suo sorriso è il centuplo quaggiù: e se questo è possibile in un corpo morente, è possibile a tutti».
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