venerdì 8 ottobre 2021
«Soccorso, sollecitudine, vocazione sono parte della nostra identità di medici chiamati a essere responsabili della difesa della vita umana, sempre». A Roma il congresso elettivo dell'Amci
«Medici cattolici, solidarietà e premura le nostre missioni»
COMMENTA E CONDIVIDI

A cosa possono dedicare i medici cattolici l’appuntamento congressuale che segna il primo evento condiviso nel tempo della pandemia? Alla vita, che domande. La scelta del tema per l’assemblea che dal 7 al 9 ottobre riunisce a Roma – finalmente – aderenti da tutta Italia pare persino ovvia, ma non lo è. Perché la declinazione del sottotitolo – «emergenza culturale, etica, educativa e sociale» – segnala la necessità di riprendersi lo sguardo complessivo su una realtà che si è fatta più complessa di prima. Filippo Maria Boscia, presidente uscente, riflette su cos’ha detto la pandemia all’Associazione dei medici cattolici italiani.

Qual è lo stato di salute dell’Amci?
Ogni nostro Congresso nazionale elettivo è un punto di arrivo e di partenza. In questo tempo di pandemia compito preminente dell’Amci è stato quello di realizzare un’autentica solidarietà e sussidiarietà, testimoniando i valori cristiani della vita, evangelizzando il mondo delle professioni sanitarie, promuovendo lo spirito di autentico servizio umano, cristiano e sanitario dei medici, a tutela dei diritti essenziali di malati e familiari, connessi con la dignità della persona. Malgrado tutto non sono mancate attività formative e caritative, l’associazione ha sempre mostrato la sua identità in piena aderenza alle radici ecclesiali e culturali. La salute dell’Amci esce rafforzata, ho visto tutti i soci esprimere con forza di volontà impegno costante in una condizione di rischio. L’operatività è proseguita, in aree nelle quali non eravamo presenti sono sorte nuove realtà: è il caso di Molfetta e Potenza, per impulso dei vescovi Cornacchia e Ligorio.

Su quali temi etici si è mostrato più efficace l’impegno dell’associazione?
Viviamo un tempo di nichilismo ideologico orientato all’individualismo ossessivo, che giunge a negare la presenza del male e a esaltare il “vietato vietare”. Agire in un contesto secolarizzato, che allontana dai legami della fede, per noi dell’Amci significa sentire ancor più l’ispirazione religiosa in quanto medici attenti alla cura del prossimo. Abbiamo messo in campo azioni per il rispetto della vita, dall’inizio al termine naturale, interventi contro l’aborto, la sua cancellazione e domiciliazione, che lasciano la donna in totale solitudine. Siamo intervenuti pubblicamente per fermare eutanasia e suicidio assistito, invocando motivazioni laiche accanto a quelle ispirate dal magistero della Chiesa. Siamo impegnati per trasmettere la bioetica della buona vita – l’«eubiosia» –, capace di innervarsi nei progetti sociali, culturali e decisionali, diventando «paideia», cultura quotidiana, che si propone di aiutare l’uomo post-moderno a dare risposte di vita e non di morte ai problemi della nostra civiltà.

Quali sono i punti forti del messaggio dei Medici cattolici oggi?
Essenziale per noi è dare testimonianza attraverso un sempre maggiore impegno per la vita, avendo l’energia di contrastare nei fatti tutti i giorni gli attacchi alla sacralità dell’esistenza, che finiscono per determinare quella dominante cultura dello scarto di cui papa Francesco parla tanto spesso. I nostri punti nodali sono la centralità del paziente nei percorsi di cura, come anche la solidarietà che deve essere alla base della “fraternità sociale” e diventare virtù morale, attitudine sociale, frutto di conversione personale e di impegno educativo. Abbiamo la responsabilità di trasmettere attenzione all’altro, stando accanto alle fragilità in spirito di servizio e concreto sostegno per chi soffre.

Su cosa si è concentrata l’attività dell’Amci durante la pandemia?
L’Associazione è stata impegnata in progetti di solidarietà cercando di dare soluzione ai più diversi problemi. Abbiamo anche attivato punti vaccinali e promosso l’impegno informativo, facendo sentire la nostra voce sul problema etico dell’«ultimo letto» per fermare chi intendeva operare discriminazioni giustificate dall’emergenza. Durante il periodo più acuto della pandemia abbiamo risposto alle raccomandazioni discriminatorie diffuse sui morti «ma... era vecchio, era malato, era diabetico, era cardiopatico»: una vicenda che ci ha visto protestare nelle sedi istituzionali dove abbiamo ribadito la non ammissibilità di scelte disumanizzanti e distinzioni selettive tra giovani e anziani, tra pazienti più e meno gravi. Lavorando nelle Rianimazioni molti nostri associati hanno offerto la testimonianza di un lavoro intenso, colmando anche carenze assistenziali e inevitabili vuoti pastorali. L’Amci ha rivolto a tutti i medici l’invito a essere spiritualmente vicini ai malati più gravi, chiedendo ai vescovi di attivare i diaconi medici per far giungere l’Eucaristia ai pazienti nelle rianimazioni.

Cosa suggerisce all’Amci oggi la sua ispirazione evangelica?
Occorre più che mai “uscire dal tempio”, testimoniare l’appartenenza, essere ministri di speranza, capaci di evangelizzare attraverso il lavoro di tutti i giorni. Le scelte associative sono state orientate a far comprendere bene a tutti le ragioni dell’impegno personale a difesa e promozione della vita. I nostri medici si sono sentiti chiamati a operare con la competenza di sempre e intanto a sottolineare valori e diritti essenziali.

Come si possono coinvolgere altri medici, e in particolare i giovani, nelle vostre proposte?
Non credo, come si dice, che i giovani medici cedano a tecnicismo e scientismo esasperati orientando le loro scelte al relativismo. Mi sembra che invece chiedano di incontrare testimoni affidabili, e dove questo accade arrivano risultati insperati. L’Amci ha una credibilità e un marchio ancora forti. Accogliamo i giovani con entusiasmo, senza escludere nessuno, così come ci battiamo perché nessuno nella società sia lasciato solo o scartato. Abbiamo bisogno di precise conoscenze biologiche, farmacologiche ed epidemiologiche, mentre per riaffermare i valori fondanti dell’uomo occorre ricentrarsi sulla preghiera, seguendo l’esempio di papa Francesco nel momento più cupo della pandemia: tutto il personale medico ha accolto con favore il suo richiamo alla speranza e ha ingranato una marcia in più, mettendosi al servizio del bene di tutti.

Quale profilo dovrà assumere l’Amci del futuro?
La nostra opera è militanza per la vita. Nelle nostre scelte e nelle nostre mani ci sono e devono sempre esserci solo le ragioni della vita. Dobbiamo riaffermare e difendere l’amorevole missionarietà insita nell’arte medica, rendendo ogni atto di assistenza e sostegno espressione alleata dell’opera divina. A ogni persona va riconosciuto il diritto al sostegno biofisico e spirituale. Ciascuno di noi medici cattolici dev’essere interlocutore di Dio, perché la nostra azione esprima la Sua premura. Il significato dell’appartenenza all’Amci oggi è la testimonianza di un assolvimento moralmente illuminato dell’attività medica, a maggior ragione in un tempo flagellato dalla pandemia. È una visione che riguarda ciò che è “da fare” e il “come farlo”. Soccorso, premura, vocazione, sollecitudine vanno inclusi nella nostra personale identità di medici chiamati a essere disponibili, accudenti, responsabili della difesa della vita umana, sempre. La nostra missione non è una successione di compiti da svolgere ma missione qualificata, un solidarismo evangelicamente vissuto. L’Amci del futuro spinge i suoi soci a migliorare il loro impegno, a esaltare l’essere cattolici per preservare scienza e disponibilità, sentendosi chiamati a osare, con fede nel miracolo, soprattutto nelle malattie inguaribili ma pur sempre curabili.

© Riproduzione riservata
COMMENTA E CONDIVIDI

ARGOMENTI: