giovedì 24 aprile 2014
​Al supermarket dei bebè accedono solo i ricchi americani o gli europei. Scelgono online le madri surrogate e per un misero «rimborso spese» portano a casa il figlio. IL MERCATO DEI FIGLI, VAI AL DOSSIER
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«Non ho alcun dubbio. Sono sicura della decisione che ho preso, non ho paura di cambiare idea. Primo, non voglio altri figli. Ne ho due e qui la situazione è difficile. Secondo, il bambino non sarà mio. Non vorrò nemmeno vederlo dopo. E se dovessi affezionarmi? Beh, penserò che ho reso felice una famiglia. E anche me stessa: alla fine potrò realizzare il sogno di iscrivermi in Medicina e badare ai miei bambini». Scrive in fretta, di getto, a volte dimentica punti e virgole Mar. Questo non è il suo vero nome ma le condizioni dell’intervista, avvenuta via email, erano chiare fin dall’inizio: nessun dettaglio che consentisse di identificarla. L’annuncio pubblicato il 27 maggio scorso sul sito www.deguate.com, invece, ha voluto firmarlo. Per dare maggiore garanzia di affidabilità. Là si presenta come «una ragazza seria e onesta» alla ricerca di una coppia «molto responsabile» da «aiutare a realizzare il suo sogno». Dataguate è un portale di annunci diffuso in Guatemala e nel resto dell’America Latina. Nelle sue pagine online si commercia di tutto, persino uteri. Sono tante le giovani o giovanissime come Mar, di 24 anni, a offrire il proprio ventre in affitto a famiglie e single sterili o, comunque, senza figli. Previo compenso economico, s’intende. «Sì, un contributo è importante. In caso trovassi una coppia interessata chiederei un rimborso per le spese e una remunerazione per continuare gli studi. Ho due bambini e mantenerli costa», afferma Mar. «Dipende dall’accordo raggiunto. Di certo, vorrei prima di tutto conoscere i genitori. E chiederei subito la metà dell’importo pattuito». La ragazza, alla sua prima esperienza come aspirante madre surrogata, dice di essere stata subito contattata da due messicani residenti negli Stati Uniti. L’abboccamento, però, si è concluso con un nulla di fatto. Non dubita, però, che ci saranno altre occasioni. E, a giudicare dal volume di inserzioni online, di certo, ha ragione. Gli annunci sono i più disparati. María de los Ángeles si presenta come «una donna sana e di buona famiglia» che «sta attraversando un momento economico difficile». Clarita invece afferma: «Scegliete il mio utero: sono seria e sincera». I Pajos cercano «un ventre per ospitare il nostro bambino». Scrivono in spagnolo ma sono statunitensi, come la maggior parte degli aspiranti genitori. Sono molte le agenzie Usa che organizzano viaggio-gravidanza e uscita dal Paese col bebè in braccio. Le famiglie locali non potrebbero permettersi i costi esorbitanti. Tra clinica e pagamento della madre – a cui vanno le briciole –, si superano i 100mila euro. Negli ultimi tempi, però, anche gli europei hanno cominciato a rivolgersi al mercato dei bimbi guatemaltechi.
Eppure, ufficialmente, nel Paese dell’America centrale – uno dei più poveri del Continente –, non ci sono «uteri in affitto». Negli ospedali pubblici – spiegano dalla Maternità del nasocomio Roosevelt – non si effettua la fecondazione in vitro. Quest’ultima, però, è una prassi abituale nella cliniche private. Come pure la maternità surrogata. Il servizio sanitario, tuttavia, non registra le nascite avvenute con tale sistema, come sottolinea la giornalista guatemalteca Alejandra Guzmán. Risultato: non ci sono dati sui bimbi partoriti «su commissione». Che sono tanti: comprensibile in una nazione dove un cittadino su cinque non riesce nemmeno a sfamarsi.
Facile per agenzie e coppie estere contrattare una mamma. La legge, esplicitamente non lo vieta. L’articolo 47 della normativa contro la violenza sessuale, lo sfruttamento e la tratta di persone del 2009, tuttavia, equipara l’adozione irregolare al traffico di esseri umani. «Quando una persona, in questo caso la madre biologica, dà il proprio figlio a un’altra senza adempiere gli obblighi previsti dalla legge sulle adozioni, viene incriminata per tratta», dice ad Avvenire, Ana Lucía Peláez Vicente, dell’Unità per la prevenzione della tratta di Città del Guatemala. Il meccanismo alla base della maternità surrogata – il compenso economico per la gestante – viola di per sé la norma sulle adozioni. «L’articolo 53 di quest’ultima è chiara: "Chi, per ottenere un’adozione, attribuisca o prometta a una persona o a un terzo un beneficio economico o di qualunque altra natura, sarà sanzionato con la prigione da 3 a 5 anni e una multa da 20 a 100mila quetzales (circa 2-10mila euro)"», dichiara Peláez. Finora, però, nessuna coppia «affittuaria» è mai stata accusata di tratta.L’unico caso finito sulle pagine dei giornali è quello di Rosa Xo Tul, una prostituta massacrata dal protettore nel 2005. La donna affittava abitualmente il proprio ventre: quella volta, però, si era ribellata e aveva deciso di tenere il piccolo. Per questo è stata assassinata. In Guatemala non è difficile portar via un bimbo. Magari convincendo le autorità locali a chiudere un occhio sulle pratiche di adozione. Per un decennio, il Paese è stato uno dei principali supermarket di piccoli per l’Occidente. Poi, nel 2008, le autorità hanno imposto lo stop. Nonostante i miglioramenti, però, il traffico di minori continua. La Procura ha denunciato 2.418 bimbi scomparsi nel 2013. Gran parte – sostengono in tanti – si trova all’estero.
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