giovedì 29 giugno 2023
Il presidente di Exit Italia Emilio Coveri era stato assolto in primo grado, ma in appello i giudici applicano la legge che punisce chi come soluzione alla sofferenza indica la morte e non la cura
Emilio Coveri

Emilio Coveri - Ansa

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Ribaltata l’assoluzione del primo grado di giudizio: Emilio Coveri, presidente di Exit Italia, è stato condannato dalla terza sezione della Corte d'assise d'appello di Catania a tre anni e quattro mesi di reclusione per istigazione al suicidio. A uccidersi in un centro del Canton Zurigo specializzato in suicidi assistiti fu il 27 marzo 2019 la 47enne maestra siciliana Alessandra Giordano, sofferente di depressione e di un grave disturbo articolare che le provocava intenso dolore. La donna, iscritta alla filiale italiana dell’associazione svizzera che organizza la morte assistita nella confederazione di chi ne chiede l’assistenza, era stata instradata a darsi la morte anziché essere aiutata a curare i propri disturbi, assai seri ma comunque non assimilabili a una malattia terminale. E questo per i giudici catanesi costituisce materia per applicare l’articolo del Codice penale che sanziona l’istigazione al suicidio, rovesciando l’assoluzione emessa il 10 novembre del 2021, con la formula «perché il fatto non sussiste» dal gup con rito abbreviato.
Contro la decisione di primo grado avevano presentato ricorso il procuratore aggiunto Ignazio Fonzo e il sostituto Andrea Brugaletta. Il pm Andrea Ursino ha presentato in aula la richiesta di condanna, integralmente accolta. La Corte d'assise d'appello ha disposto per Coveri anche la pena accessoria dell'interdizione dai pubblici uffici per cinque anni e il risarcimento danni per i cinque familiari della donna, parti civili costituitesi in giudizio.
Secondo la Procura, che ha coordinato indagini di carabinieri e polizia postale, Coveri «ha fornito un contributo causale idoneo a rafforzare un proposito suicidario prima incerto e titubante su una persona affetta da patologie non irreversibili benché dolorose, anche perché non ben curate, sfruttando l'influenzabilità della donna per inculcare le sue discutibili idee di suicidio assistito come soluzione alle sofferenze fisiche e morali della vita». Per l’accusa «la scelta individuale, assunta in piena autonomia deve essere rispettata», ma bisogna valutare se «noi riteniamo che sia lecito proporre alle persone che non versano in condizioni di patologia irreversibile, magari soltanto depresse, il suicidio come unico rimedio ai propri mali». Coveri ribatte che «la signora era una nostra associata e le abbiamo semplicemente fornito, su sua richiesta, le informazioni che le servivano per prendere una decisione. Una procedura normale». Una tesi contro la quale si sono battuti i familiari della donna, da sempre convinti che la loro cara andasse assistita e curata ma non certo aiutata a morire.
Per i Radicali Italiani, che in Parlamento sostengono da sempre la legalizzazione dell'eutanasia, la condanna di Coveri è «indegna» e «dimostra come in Italia serva una legge sull’aiuto al suicidio e sull’eutanasia». A ben vedere la sentenza catanese dimostra invece che una legge c’è, ispirata alla tutela delle persone più vulnerbili, e i giudici sanno applicarla dove, quando e come serve.

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