Viaggio nella Svizzera della morte “efficiente”
Il suicidio assistito come servizio a pagamento proposto in centri specializzati gestiti da varie associazioni. Numeri di decessi che continuano a crescere, specie tra gli stranieri. Il Codice penale che pone il fragilissimo limite del divieto di trarre profitto privato. E un’offerta che antepone l’efficienza del servizio a ogni altra considerazione

Se siete in Svizzera e provate a digitare “suicidio assistito” su un motore di ricerca, la prima cosa che appare non è un link a Dignitas, non è il sito di Exit, non è una statistica dell’Ufficio federale. È un banner, discreto, con su scritto: «Possiamo aiutarti. Parla con qualcuno oggi stesso. Chiama il Telefono Amico».
Nel 2023 il solo Telefono Amico del Ticino e dei Grigioni ha ricevuto 16.104 chiamate: 31 al giorno, ogni giorno. Non è dato sapere quante fossero le richieste di aiuto riferite al tema del suicidio assistito. Nello stesso anno, in Svizzera, Exit Deutsche Schweiz ha accompagnato alla morte 1.252 persone. Due numeri che non si parlano, che vivono in universi paralleli e che insieme raccontano quanto sia schizofrenica la risposta collettiva alla sofferenza.
Un algoritmo benevolo, programmato per intercettare chi soffre. Peccato che chi cerca “suicidio assistito” in Svizzera non stia cercando un numero da chiamare in un momento di sconforto. Sta cercando un’organizzazione, una tariffa, un modulo da compilare. E quelle informazioni, due clic più in basso, ci sono tutte. Perfettamente accessibili, perfettamente legali, perfettamente organizzate.
Il Telefono Amico risponde ventiquattr’ore su ventiquattro. Exit Deutsche Schweiz conta 181.000 soci. Dignitas riceve clienti da trentuno Paesi. Pegasos non fa domande sulla diagnosi. Il banner dei motori di ricerca, in fondo, dice tutto su come una società preferisca guardare altrove.
Nel 2008 i casi registrati in Svizzera dall’Ufficio federale di statistica erano poco più di duecento. Nel 2014 erano già 742, pari all’1,2% di tutti i decessi nel Paese. Nel 2015 si è sfiorata quota mille (999 casi in dodici mesi) con un balzo del 35% su base annua. Da allora la curva non è più tornata giù. I dati più aggiornati riguardano Exit Deutsche Schweiz, la maggiore organizzazione attiva sul territorio: nel 2023 ha seguito 1.252 casi, nel 2024 sono stati 1.235, nel 2025 si è arrivati a 1.421, di cui 28 provenienti dal Ticino e 35 dai Grigioni. A questi vanno aggiunti tutti i casi gestiti dalle altre organizzazioni. Dignitas, che lavora soprattutto con gli stranieri, nel 2024 ha accompagnato alla morte 280 persone: una su cinque veniva dagli Stati Uniti, quasi una su sei dalla Gran Bretagna.
Come è potuto nascere tutto questo? Bastano poche parole per capirlo. L’articolo 115 del Codice penale svizzero punisce l’aiuto al suicidio solo «per motivi egoistici». Non una riga in più, non una in meno. Quella norma risale al 1941, quando il Parlamento federale non stava certo pensando ad associazioni specializzate, tariffe per stranieri o accompagnatori professionisti che guadagnano cifre a sei zeri l’anno. Eppure è proprio su quella lacuna, un’assenza, non una scelta, che nei decenni si è costruito un intero sistema, con sedi, iscritti, listini prezzi e clienti che arrivano da mezzo mondo.
Le organizzazioni attive oggi sono cinque o sei, a seconda di come si contano certi soggetti collegati. Hanno storie, clientele e regole d’accesso molto diverse.
Exit Deutsche Schweiz è la più grande. Nasce il 3 aprile 1982 e si rivolge solo ai residenti in Svizzera. A fine 2024 contava 181.647 soci, ottomila in più rispetto all’anno prima, e nel solo mese di gennaio 2025 altre duemila persone avevano già chiesto la tessera. L’accompagnamento al suicidio è gratuito per i membri con almeno tre anni di iscrizione. Nel 2025 il 32% dei casi riguardava malati terminali di cancro, ma quasi un caso su tre coinvolgeva anziani con patologie multiple, senza una diagnosi terminale precisa.
Exit Admd Suisse Romande è l’omologo francofono, fondato anch’esso nel 1982 con sede a Ginevra. Indipendente da Exit Deutsche Schweiz, serve i residenti della Svizzera romanda con gli stessi criteri di base.
“Dignitas - Vivere con dignità, morire con dignità” è forse il nome più conosciuto fuori dai confini elvetici. L’ha fondata nel 1998 l’avvocato Ludwig Minelli, uscendo da Exit con l’idea di aprire le porte anche agli stranieri, prima organizzazione al mondo a farlo. Ha sede nella regione di Zurigo. Per un paziente straniero il costo va da 7.500 a 11.000 franchi (quasi 12.000 euro), a seconda di chi si occupa delle pratiche burocratiche e funebri. La quota associativa è di 220 franchi all’iscrizione, poi 80 l’anno.
Lifecircle/Eternal Spirit è una struttura basilese costruita su due entità distinte: l’associazione Lifecircle, che formalmente si occupa di testamenti biologici e cure palliative, e la fondazione Eternal Spirit, che eroga concretamente il suicidio assistito. Fondata dall’attivista Erika Preisig insieme al fratello Ruedi Habegger, la sua architettura binaria non è casuale: garantisce una maggiore protezione legale. Accetta sia residenti svizzeri sia stranieri.
Pegasos Swiss Association è la più recente e la più discussa. Nasce nel settembre 2019, con sede a Basilea, e si rivolge a chiunque, indipendentemente dalla nazionalità. Non chiede una diagnosi terminale: basta essere adulti e capaci di intendere, e che la propria sofferenza sia diventata “insopportabile”. Segue fino a 350 casi l’anno e ha accumulato un lungo curriculum di polemiche internazionali, fra cui quello britannico dell’urna con le ceneri di una defunta recapitata per posta alla famiglia senza alcun preavviso e la recentissimo vicenda di Wendy, la mamma inglese che la disperazione per la tragica morte del figlio ha spinto in Svizzera a chiedere l’aiuto dell’associazione per suicidarsi. Il pacchetto per gli stranieri costa 10.000 franchi.
Ex International, infine, è una realtà più piccola, rivolta anch’essa agli stranieri, nata nell’orbita del sistema Exit-Dignitas.
La Svizzera è rimasta, a oggi, l’unico Paese al mondo a offrire apertamente il suicidio assistito a pazienti che vengono dall’estero. Tra il 2008 e il 2012 uno studio pubblicato sul Journal of Medical Ethics documentò 611 persone arrivate da 31 Paesi per morire in Svizzera. La Germania guidava la classifica con 268 casi, seguita dalla Gran Bretagna con 126. Poi la Francia con 66, l’Italia con 44, gli Stati Uniti con 21, l’Austria con 14. Un flusso che da allora non si è più fermato, anzi, si è allargato anno dopo anno.
L’articolo 115 del Codice penale, dicevamo, vieta il profitto, ma non i rimborsi spese, le tariffe associative, i lasciti testamentari, le donazioni. Tutte le organizzazioni sono formalmente senza scopo di lucro. Eppure i numeri raccontano un’altra storia. Un’inchiesta del marzo 2026 ha portato alla luce il caso di un singolo accompagnatore di Pegasos che in un anno ha fatturato oltre 154.000 franchi, avendo seguito alla morte quasi 160 persone: una media di 12.900 franchi al mese.
Il Consiglio federale elvetico non ha mai affrontato seriamente il problema. Nessun registro pubblico delle organizzazioni attive, nessun organo di vigilanza, nessuna norma che regoli davvero l’accesso o le tariffe. Si punta sulla prevenzione del suicidio e sulle cure palliative, peraltro ancora sottofinanziate, aggirando però quella lacuna del 1941 che rimane intatta, come se non esistesse.
Dal 2008 a oggi i casi sono moltiplicati per sette. Nuove associazioni nascono, gli iscritti crescono, il giro d’affari si espande. Una crepa nel Codice penale è diventata una voragine. E mentre si allarga qualcuno ci ha costruito sopra un’industria.
Rimane una domanda, semplice e scomoda: in una società che ha imparato a organizzare la morte meglio di quanto sappia ascoltare il dolore, cosa stiamo davvero difendendo quando parliamo di dignità? E il motore di ricerca, con il suo banner, è rimasto lì convinto di aver fatto la sua parte.
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