Si farà una legge sul suicidio assistito? Forse no: ecco perché
Le posizioni sempre lontane, le distanze che si stanno evidenziando anche nella maggioranza tra proposte diverse, e l’avvicinarsi della fine della legislatura rendono sempre più improbabile il varo di una legge come chiesto dalla Corte Costituzionale. Le Regioni intanto si muovono

L’approvazione della legge sul suicidio medicalmente assistito si allontana ulteriormente, e con la fine della legislatura ormai non lontanissima si fa strada anche l’idea di non intervenire affatto, dopo i ripetuti pronunciamenti della Corte Costituzionale, l’ultimo in ordine di tempo a correggere vistosamente – senza annullarla – la legge approvata dalla Regione Toscana, alla quale è stato consentito di limitarsi a un profilo meramente organizzativo e amministrativo.
Il Governo – mentre altri interventi regionali si preannunciano, a partire da Emilia-Romagna e Lombardia – ha già impugnato anche la legge della Sardegna. Ma, da parte del Governo, non sono ancora giunti alle Commissioni Giustizia e Affari Sociali del Senato, i pareri sugli emendamenti, a conferma dei dubbi che ci sono nella maggioranza sul “come” e “se” procedere con la normativa sollecitata sin dal 2019 dalla Consulta. Con una sentenza che depenalizza l’aiuto al suicidio nei casi in cui vi siano tre condizioni: una prognosi infausta, una dipendenza piena dalle apparecchiature scientifiche, e una sofferenza considerata insopportabile dal paziente. Una condizione, quest’ultima, che chiama in causa il potenziamento su tutto il territorio del ricorso alle cure palliative.
Su quest’ultima questione è stata posta, nel testo base all’esame delle commissioni, una quarta condizione: che cioè esse siano rese disponibili al paziente prima che intenda avvalersi dell’aiuto al suicidio, ha sottolineato uno dei relatori Pierantonio Zanettin, di Forza Italia (l’altro è Ignazio Zullo, di Fdi) intervenendo al convegno “Riflessioni sul fine vita. Il suicidio medicalmente assistito”, tenutosi presso la Sala del Refettorio di Palazzo San Macuto, organizzato dal senatore Andrea De Bertoldi, del gruppo della Lega, esponente dei Liberali Cristiano-democratici, con l’obiettivo, come ha spiegato introducendo i lavori, «di andare oltre gli slogan, sui grandi temi, in un clima di dialogo. Non si può far diventare tutto – ha aggiunto - una sfida fra cristiani e laici».
Nella maggioranza Forza Italia, soprattutto con la neo-capogruppo alla Camera Stefania Craxi, ha una posizione di pieno sostegno all’adozione della legge, molto più prudente è invece FdI. «Non è corretto dire che non esista una legge nazionale. In realtà quella normativa esiste ed è data dalle sentenze auto applicative della Corte Costituzionale, sulle quali possono inserirsi, in un ambito circoscritto, le leggi regionali», ha spiegato il forzista Zanettin. «Fino a oggi 15 persone in Italia hanno ottenuto, attraverso il percorso indicato dalla Corte, la morte medicalmente assistita. Questo ovviamente non significa che il Parlamento non deve legiferare, come la stessa Corte ha esortato a fare. Anzi, io credo che deve farlo, fosse anche solo per situazioni a macchia di leopardo – ha avvertito – che possono generare un “turismo della morte” tra Regione e Regione, con disparità di trattamento tra cittadini. Oggi abbiamo un testo base e degli emendamenti già presentati, sui quali siamo in attesa che il governo si esprima. Il nostro obiettivo è quello di cercare i giusti equilibri», ha concluso.
Per FdI il deputato Lorenzo Malagola ha evocato il rischio, invece, che una nuova normativa possa portare a una proliferazione dei casi. «Quando si parla di vita e di morte la prudenza è d’obbligo, e bisogna evitare in ogni modo forzature», ha auspicato.
Su tutt’altra posizione – a favore di una legge che sia meno restrittiva di quella all’esame delle commissioni, e ancora di là da venire nel suo testo finale da portare in aula – Ettore Rosato, di Azione, e Benedetto Della Vedova di +Europa: «Non credo che si arriverà a una legge sul fine vita – ha sostenuto – e ritengo che il testo attualmente in esame al Senato, più restrittivo rispetto alle indicazioni della Corte Costituzionale, rischi di essere addirittura peggiorativo rispetto alla situazione attuale. Lo dico con rammarico: sono passate due legislature dalla prima sentenza della Corte Costituzionale del 2019 e il Parlamento non è stato in grado di legiferare». Della Vedova ha sottolineato la necessità di affrontare il tema con equilibrio e responsabilità: «Essendo una questione altissima, andrebbe trattata senza furori ideologici».
Ma nell’incontro sul tema a Palazzo San Macuto le associazioni hanno manifestato forti dubbi, se non aperta ostilità, alla possibilità che il Parlamento intervenga con una legge che – di fatto, si sostiene – finirebbe comunque per legalizzare l’aiuto al suicidio. «I medici si occupano della vita, non della morte», ha sostenuto Maria Teresa Baldini, medico chirurgo e coordinatrice regionale per la Lombardia di Lcd. Mentre Andrea Bertolini, giurista, docente presso la Scuola Universitaria Superiore “Sant’Anna” di Pisa, ha parlato soprattutto delle ricadute dell’intelligenza artificiale, che può essere “convertita” a fini positivi, per lenire sofferenza e dolore.
Per padre Guidalberto Bormolini, monaco, tanatologo (studioso cioè proprio di questi temi), presidente della Fondazione TuttoèVita, il vero problema è la “soliganmia”, cioè il malato, il sofferente, lasciato solo, e la proposta di legge in questo senso non aiuta, a suo avviso, mentre considera un’idea interessante la proposta del leghista Riccardo Augusto Marchetti di istituire la figura di un “accompagnatore spirituale laico” dentro al percorso delle cure palliative. Toni Brandi, presidente di Pro Vita & Famiglia, ha invitato a dirottare proprio sulle cure palliative, oltre che sull’aiuto al disagio e alla disabilità, i miliardi stanziati in armamenti, tenendo un faro aperto sui 4mila suicidi, non solo quelli del fine vita, «dovuti alla diffusione di modelli sbagliati». Mentre monsignor Andrea Manto ha parlato di «piano inclinato molto scivoloso» in cui si rischia di cadere, dicendosi «molto scettico sull’idea che una legge possa arginarlo. L’esperienza ci dice che anche la legge sull’aborto è stata approvata per casi limite e per arginare una pratica che nel tempo. Invece – ha concluso – è diventato un vero e proprio diritto, inserito persino nella Costituzione francese».
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