Oggi l’Europa sceglie se vuole più aborti
di Giovanni Maria Del Re, Bruxelles
Attesa per la decisione oggi della Commissione sulla proposta popolare di estendere il ricorso alle interruzioni
di gravidanza aprendo i confini degli Stati

Oggi sapremo se quello che le voci più critiche hanno definito “l’Erasmus dell’aborto” avrà una chance di diventare realtà. Il collegio della Commissione Europea dovrà dare il suo responso sull’iniziativa dei cittadini intitolata “My Voice, My Choice” (La mia voce, la mia scelta) che chiede di finanziare con fondi Ue la possibilità di spostarsi per effettuare l’aborto in Stati membri diversi da quello di residenza. L’Iniziativa di cittadini è prevista dal trattato Ue, registrata il 10 aprile 2024 e avviata il 24 successivo. La raccolta di firme si è chiusa il 24 aprile 2025, con firme certificate il primo settembre 2025 per un totale di 1.124.513 (di cui 161.168 in Italia). Ad aderire all’iniziativa oltre 300 organizzazioni (solo in Italia sono 51).
La Commissione aveva tempo sei mesi per dare un suo responso, scadenza il 1° marzo. Tre le opzioni: dare seguito all’iniziativa presentando una proposta legislativa (che poi dovrà essere approvata da Stati membri e Parlamento Europeo); annunciare misure non legislative con studi e semplici linee guida; oppure decidere di non procedere affatto. In questi giorni, a dire il vero, gli organizzatori si sono mostrati pessimisti. «Abbiamo ricevuto brutte notizie sull’accesso sull’aborto sicuro – scrivono sul social network Linkedin –, i commissari stanno attuando decisioni a porte chiuse e hanno rifiutato di incontrarci prima di completare la decisione. Abbiamo ricevuto notizie non ufficiali: la Commissione ha già redatto una bozza di risposta con un approccio negativo. Questo manda il messaggio che la Commissione intende mantenere la sua inazione: e cioè che continuerà a voltarsi da un’altra parte mentre le donne soffrono e la loro salute resta a rischio». Gli organizzatori hanno dunque lanciato una petizione per convincere la Commissione «a cambiare idea».
«Raramente – afferma invece la Federazione One of Us (la cui iniziativa a difesa dell’embrione, nel 2014, raccolse più firme, arrivando a 1.721.626, ma fu ignorata dalla Commissione) – una decisione politica è così chiaramente una scelta tra bene e male, solidarietà e crudo egoismo, valori genuini e cinica libertà di scelta». Perché, aggiunge, «se la Commissione decidesse di ascoltare gli 1,1 milioni di cittadini che hanno sostenuto “My Voice My Choice” piuttosto che 1,7 milioni che hanno sostenuto “One of Us”, non solo mostrerebbe un atteggiamento decisamente discutibile verso la democrazia ma metterebbe in evidenza che nella Ue i soldi possono comprare leggi e decisioni amministrative».
Come noto, la richiesta di “My Voice My Choice” è di usare fondi Ue per un sostegno finanziario volto a consentire agli Stati membri, che potranno aderire su base volontaria, di agevolare l’attuazione di interruzioni di gravidanza per cittadini di altri Paesi Ue, ad esempio se le leggi nazionali sono più restrittive. Gli organizzatori sottolineano comunque che l’«iniziativa non ha l'obiettivo di armonizzare le disposizioni legislative e regolamentari degli Stati membri o di interferire con le stesse, ma rientra piuttosto nella competenza di sostegno dell'Ue, conformemente alle norme stabilite dai trattati europei».
In base ai trattati Ue, l’accesso all’aborto è materia di competenza nazionale degli Stati membri, con uno scenario piuttosto variegato: dalla piena liberalizzazione in vari Stati del nord Europa fino al sostanziale divieto a Malta, dove era totale fino al 2023 e poi consentito esclusivamente in caso di rischio di vita per la gestante. Forti limitazioni anche in Polonia. Varia pure il tempo limite per abortire: in quasi tutta la Ue è al massimo di 10-14 settimane di gravidanza, mentre nei Paesi scandinavi e in Olanda si arriva ad almeno 18 settimane. Tanto per fare un esempio: una donna francese alla quindicesima settimana potrebbe scegliere di andare ad abortire in Olanda visto che nel suo Paese sono stati oltrepassati i limiti. Un fenomeno che già esiste, ma la proposta dell’Iniziativa differisce nel fatto che le spese, almeno per i Paesi aderenti, sarebbero coperte con fondi Ue.
I promotori si richiamano al divieto di discriminazione dei pazienti in base alla nazionalità, e ricordano il programma EU4Health lanciato dall’Unione Europea che istituisce un finanziamento di 5,3 miliardi di euro per conseguire gli obiettivi di miglioramento della salute tra cui – citano – «il sostegno alle azioni degli Stati membri volte a promuovere l’accesso ai servizi di salute sessuale e riproduttiva». Una linea seguita anche da una risoluzione del Parlamento Europeo, approvata lo scorso 17 dicembre con 358 sì, 202 no e 79 astensioni con una maggioranza di centro-sinistra, in cui si appoggia l’iniziativa, con l’esortazione a «un’azione europea più incisiva per tutelare l’autonomia corporea e l’accesso universale a tali diritti, inclusi l’informazione sulla pianificazione familiare, la contraccezione accessibile, l’aborto sicuro e legale e l’assistenza materna».
Il Movimento per la Vita italiano, unendosi alle altre associazioni federate in One of Us, invita a firmare la petizione europea online “Noabortiontourism” «perché i bambini non ancora nati siano protetti e gli venga riconosciuto il diritto alla vita». L’associazione Pro Vita & Famiglia parla di «“Erasmus dell’aborto” pagato con i soldi dei cittadini europei: un incentivo al turismo abortivo che spingerà gli Stati a competere per attirare fondi Ue promuovendo la soppressione di vite innocenti. alle donne, ma senza mai nominare il bambino concepito». L’iniziativa «fa tre “salti di qualità”: spinge l’aborto dentro la categoria dei diritti fondamentali, normalizza la spesa europea per Ivg (anche oltreconfine) e colpisce il dissenso pro-life».
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