La morte arriva con un battito di ciglia: davvero è questa la “scienza che libera”

Il suicidio assistito della malata di sclerosi multipla, paralizzata, con un dispositivo attivato dagli occhi e realizzato dal Cnr pone formidabili domande etiche. E impone di non cavarsela con la retorica sbrigativa del “diritto di morire” (che peraltro non esiste)
March 29, 2026
La morte arriva con un battito di ciglia: davvero è questa la “scienza che libera”
«Verrà la morte e avrà i tuoi occhi», scrisse nel secolo passato un poeta infelice morto suicida. Oggi con gli occhi, con i propri occhi, si può chiamare la morte a comando, perché ti veda mentre con lo sguardo ti uccidi. Basta così poco, appena un battito di ciglia, e te ne fai padrone.
È accaduto, ed è la prima volta. Il primo suicidio con l’eye tracking, con una macchina intelligente progettata dal Cnr (Consiglio nazionale delle Ricerche). Progettata e realizzata perché un tribunale l’ha chiesta, perché una donna malata di sclerosi multipla in fase avanzata, incapace per paralisi di compiere i gesti della morte, potesse realizzare il suo “diritto” al suicidio.
La vicenda muove pietà e dolore... Gli attivisti della libera morte hanno chiamato “Libera” la donna. Ma di quale libertà si tratti, è problema senza fine. Ciò che è giusto o ingiusto non si definisce per libera scelta o personale desiderio, ma secondo regole razionali, giuridiche, etiche. Né una decisione di giudici è “libera” per equivalenza di scelta fra il bianco e il nero, essendo vincolata dalle norme scritte che chiedono applicazione. E poi, in tema di libertà, ci si deve chiedere all’inverso se la scienza possa esser delegata ad apparecchiare la morte con un ruolo asservito, e la medicina nata per far vivere esser piegata a farsi serva contro la vita.
Ma oltre il dolore e la pietà, ci sono nel suicidio di “Libera” tre sconfitte. La prima, la più evidente, è il travisamento progressivo della sentenza 242 del 2019 della Corte Costituzionale. Sentenza “incidentale” nel mezzo di un processo penale che a Milano incriminava un imputato per aiuto al suicidio, questa sentenza disse che l’aiutante non era punibile in determinati casi tassativi. Sentenza sull’aiutante, non punibilità dell’aiutante, non diritto del suicida a pretendere un aiuto obbligatorio. Le parole usate dai giudici costituzionali furono esattamente queste: «La libertà di autodeterminazione del malato nella scelta delle terapie, comprese quelle finalizzate a liberarlo dalle sofferenze». Suicidio aiutato come qualcosa di accessibile, senza punizione dell’aiutante.
Sta proprio qui il nodo essenziale, su quel percorso a ostacoli che poi, in mancanza di una legge organica sul tema, (invano chiesta ogni volta dalla Consulta al Parlamento), i giudici si sono trovati ad affrontare, non senza qualche capriola. L’ultima è proprio questa, nata a Firenze, nutrita dalla sentenza 125 del 2025 della stessa Corte Costituzionale (che ora chiama l’autodeterminazione «situazione soggettiva tutelata», da bilanciare con il diritto al bene della vita, aggiungendo però il «diritto di essere accompagnata dal Servizio sanitario nazionale nella procedura di suicidio medicalmente assistito», con incluso «il reperimento dei dispositivi idonei, laddove esistenti, e l’ausilio nel relativo impiego»).
Una sentenza di inammissibilità che lascia le norme quali sono, ma vuol farsi dottrina. Non si spiega però come possa coesistere un diritto all’accompagnamento e ausilio nella procedura di suicidio con l’incriminazione della istigazione. Se c’è un diritto, esortare a esercitarlo è cosa buona e giusta. Esempio, per il diritto di voto, l’invito ad andare a votare. Ma per il suicidio, l’invito a farlo, il suggerimento a ricorrervi, resta delitto come prima, con la pena di prima. Ma davvero avrebbe senso se fosse un diritto? Resta che una legge chiara, anche semplice nella sua disciplina recettiva del nuovo testo dell’articolo 580 del Codice penale, nel protocollo di verifica delle condizioni tassative, senza fare del suicidio un diritto e dell’aiuto al suicidio un obbligo, gioverebbe a evitare supplenze e azzardi.
Altri risvolti della vicenda mostrano inquietanti scenari. Uno è il ruolo della scienza, sollecitata a inventare la strumentazione della morte. Una morte apparecchiata da cima a fondo, lasciando vuoto per il morituro il solo spazio infinitesimale di un’occhiata, per poter dire che “è stato lui”. Forse miglior impiego del Cnr, come della scienza, e in genere della umana inventiva, già colonizzata dalle richieste folli di ordigni “intelligenti” nelle guerre moderne, sarebbe l’invenzione di vita e di cura. Anche più amaro destino incontra l’arte medica, se fatta protagonista strumentale obbligata a rinnegare e rovesciare la sua missione di cura e di vita.

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