La legge sul fine vita avanti (molto) adagio. E c’è chi spera nello stallo

La sentenza della Corte costituzionale sulla legge della Toscana ha – se possibile – complicato ulteriormente lo scenario, anche a causa della sua ambiguità. Il disegno di legge della maggioranza potrebbe arrivare in aula il 17 febbraio, ma nessuno ci scommette. Per lo stop “tifano” fronti del tutto opposti
January 17, 2026
La legge sul fine vita avanti (molto) adagio. E c’è chi spera nello stallo
L'aula del Senato durante una seduta assembleare
Una legge sul fine vita in Italia è tutt’altro che in dirittura di arrivo. Dopo la fase di stallo imposta dalla sessione di Bilancio e, nel frattempo, dall’attesa per il pronunciamento della Corte costituzionale sul ricorso del governo contro la legge toscana, una volta che – lo scorso 29 dicembre – la sentenza è arrivata, i capigruppo del Senato hanno deciso giovedì per l’approdo in aula il prossimo 17 febbraio. Ma a Palazzo Madama non molti sono disposti a scommettere che la scadenza sarà rispettata o che comunque ci si arrivi con il testo di maggioranza firmato da Pierantonio Zanettin (Forza Italia) e Ignazio Zullo (FdI) emendato e approvato in Commissione.
Anche le interpretazioni sulla sentenza 204 non sono univoche. Da un lato la Consulta tenendo in piedi la legge toscana sembra aver sollecitato con più forza l’adozione di una norma nazionale. Per definire quello che sarebbe – giova ricordarlo – non il riconoscimento di un diritto ma l’individuazione di un’area limitata in cui prevedersi una “scriminante” per chi – in casi estremi, in cui il malato lucidamente consapevole e tenuto in vita da macchinari, si dica non più in grado di sopportare una sofferenza a fronte di una prognosi infausta – aiuta un malato a porre fine alla sua esistenza. Dall’altro lato chi nella maggioranza ha sempre coltivato dei dubbi sulla opportunità e sulla sostenibilità di una norma che comunque depenalizza in taluni casi l’aiuto a morire ritiene che vi siano ora nuove ragioni per non intervenire affatto, proprio alla luce della sentenza sulla Toscana che ha già posto chiari altolà alle Regioni, che – ha ammonito la Consulta – possono solo limitarsi ad aspetti «organizzativi» e «procedurali», essendo stato bocciato il termine ristretto (20 giorni) che andrebbe applicato in presenza di una richiesta dell’ammalato di suicidio assistito, ritenendo che occorra più tempo per ottenere l’accesso alle cure palliative e per riscontare se vi siano dei problemi di altra natura (ad esempio patologie di ordine psicologico) che richiedano supporti specifici.
La risposta di Giorgia Meloni a una specifica domanda nella conferenza stampa d’inizio anno rappresenta la spia di questo dubbio che attraversa la maggioranza: «Penso che il compito dello Stato e delle istituzioni non sia favorire percorsi per suicidarsi ma sia semmai cercare di rimuovere o di ridurre al minimo la solitudine e le difficoltà che peggiorano la situazione di chi ha gravi patologie e dei suoi familiari», ha detto la premier, rivendicando che il Governo sta lavorano in questa direzione, riferendosi soprattutto all’implemento delle cure palliative ancora in grave ritardo e carenti in diverse zone d’Italia. La premier si è tenuta le mani libere sostenendo che ogni valutazione dipenderà «dai contenuti della legge su cui sta lavorando il Parlamento».
In una perfetta eterogenesi, Marco Cappato punta anche lui – per opposte ragioni – sullo stallo in Parlamento. Dopo la sentenza della Corte costituzionale l’Associazione Luca Coscioni si è detta pronta a rilanciare in tutte le Regioni la campagna “Liberi subito”: «Cercheremo di utilizzare tutti gli spazi di diritto che si sono aperti e abbiamo conquistato».
In questo quadro confuso il capogruppo del Pd in commissione Giustizia Alfredo Bazoli considera l’argomento della maggioranza della mancanza del parere della Commissione Bilancio «un espediente per procrastinare i tempi», mancando ancora l’esame dei circa 150 emendamenti ammessi al voto, in mancanza del quale l’approdo in aula slitterebbe o si arriverebbe “senza rete” – cioè senza relatori – con la proposta Bazoli che tornerebbe in tal caso, per il Pd, testo base. Più fiduciosa sull’approdo in aula Mariolina Castellone, del M5s, che rivendica come merito delle opposizioni il fatto che non sia passata una riapertura dei termini per gli emendamenti.
Ma per arrivarci sono ancora molti i nodi aperti sul testo di maggioranza, primo fra tutti il ruolo del Servizio sanitario nazionale, da tener fuori (macchinari, personale e finanziamenti) secondo il testo attuale, aspetto su cui non tutti sono d’accordo essendoci il rischio – si obietta – di dar luogo così a vere e proprie “camere della morte” fuori da ogni controllo pubblico.

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