Il primo suicidio assistito in Piemonte. La Chiesa di Torino: «Sconfitta umana e sociale»

di Danilo Poggio, Torino
Il paziente aveva ottenuto il via libera alla sua richiesta per effetto della sentenza della Corte Costituzionale, la Regione aveva inviato una circolare applicativa, la Asl ha garantito «supporto tecnico-logistico». Ecco cosa (e come) è successo
February 14, 2026
Il primo suicidio assistito in Piemonte. La Chiesa di Torino: «Sconfitta umana e sociale»
Una immagine relativa allo sciopero dei medici all'ospedale Monaldi di Napoli, dove alcuni camici bianchi e anestesisti risultano essere comunque in servizio, 16 dicembre 2015. ANSA/ CESARE ABBATE
Anche il Piemonte registra il primo caso di suicidio assistito. A morire è stato un uomo di quarant’anni, affetto da una grave malattia degenerativa irreversibile. Il decesso è avvenuto nella sua abitazione, alla presenza dei medici da lui indicati e «con il supporto tecnico-logistico» dell’Asl TO4, competente per l’area tra Chivasso e Ivrea.
Era stato lo stesso paziente, alcuni mesi prima, a presentare domanda per accedere al fine vita volontario. Nelle settimane successive una commissione interdisciplinare dell’Azienda sanitaria aveva accertato la sussistenza dei requisiti previsti, specificando però che non sarebbero stati messi a disposizione né i farmaci né un’assistenza sanitaria diretta.
Dopo una fase di stallo, la scorsa settimana la Regione (guidata dal centrodestra) aveva inviato alle aziende sanitarie una circolare esplicativa – firmata dal direttore regionale della Sanità – per indicare le procedure alla luce dei principi indicati dalla Corte costituzionale.
Il documento, accompagnato da un vademecum, è stato presentato come atto di chiarimento per uniformare il territorio: è stata esclusa categoricamente una legge regionale sul tema ma anche l’introduzione di nuove prestazioni o finanziamenti diretti dei farmaci, in attesa che il Ministero della Salute indichi se la copertura dei costi sia classificata tra i Livelli essenziali di assistenza (Lea) o extra-Lea.
«L’Asl – spiega ad Avvenire l’assessore regionale alla Sanità, Federico Riboldi – nella sua autonomia ha applicato la circolare, che riprende esclusivamente quanto indicato dalla Corte costituzionale: non si tratta in alcun modo di linee guida applicative. Non vogliamo sostituirci allo Stato e ribadiamo che le cure palliative debbano rappresentare la strada principale. Chiarendo quale sia il confine previsto dalla Consulta, abbiamo voluto evitare balzi in avanti, in modo cautelativo rispetto ad altre istanze ultraprogressiste che vorrebbero un limite molto più blando»
«Il primo pensiero – commenta invece Claudio Larocca, presidente Cav-Mpv di Rivoli e di FederviPa – va alla persona e alla sua sofferenza, che meritano sempre rispetto e silenzio prima ancora che giudizi. Resta però la convinzione che la risposta alla sofferenza non possa essere la morte, ma una presenza ancora più forte dello Stato e della comunità, capace di stare vicino alle persone malate e di alleviarne concretamente le sofferenze attraverso cure palliative, assistenza adeguata e sostegno alle famiglie, perché nessuno arrivi a sentirsi solo o a sentirsi un peso».
Anche l’Arcidiocesi di Torino, attraverso don Giuseppe Zeppegno, presidente del Centro cattolico di Bioetica, ha espresso la propria opinione sul tema: «Il primo suicidio assistito in Piemonte, operato con il via libera della Regione in attuazione delle prescrizioni della Corte costituzionale, è prima di tutto, per tutti noi, partecipazione al lutto di una famiglia addolorata per la morte di una persona amata. Ora quest’uomo non soffre più, ma la sua vicenda resta una dolorosa tragedia e una sconfitta umana e sociale perché ha ottenuto questo obiettivo rinunciando alla propria vita. Mentre accompagniamo con un pensiero affettuoso coloro che stanno soffrendo, non possiamo rassegnarci a constatare che si affronta la sofferenza con l’annientamento della vita».
L’analisi dell’organismo ecclesiale torinese continua con il richiamo a quella che dovrebbe essere sempre essere la via maestra: «È obiettivamente difficile comprendere perché si faccia ancora così poco nel nostro Paese per incentivare la medicina palliativa, che accompagna chi vive il dramma della malattia senza prospettiva di guarigione, alleviando il dolore fisico e prendendo in carico tutti i bisogni medici, assistenziali e spirituali. Questa, ne siamo convinti, resta l’opzione preferibile. Credo che la società debba sempre più organizzarsi con una attenta sollecitudine in funzione dei deboli».
Tornando al caso del Piemonte, secondo don Zeppegno, la circolare «prende atto dell’esistenza di un quadro normativo vincolante anche in assenza di leggi: la partita è dunque in mano al Governo e al Parlamento, che da troppo tempo non si pronuncia pur avendo i numeri per cambiare, correggere o migliorare».

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